domenica 29 giugno 2025

Orbán e l'elefante


Difficile pensare a un autogol più clamoroso. Orbán vieta il pride a Budapest e la città viene invasa da una folla oceanica come non si era mai vista prima, attirando l'attenzione di tutta Europa. Se l'amico tanto caro a Meloni e Salvini fosse stato un pelino più intelligente, magari avrebbe capito prima la potenza amplificatrice generata da un divieto. 

Viene in mente il paradosso cognitivo dell'elefante postulato da George Lakoff, il quale diceva ai suoi studenti: "Vi chiedo di non pensare a un elefante". E loro cosa facevano? Pensavano a un elefante, ovviamente. Il paradosso serviva a dimostrare come una negazione contribuisca a rafforzare ciò che è oggetto della negazione stessa. Ma figurarsi se uno come Orbán può arrivare a capire queste cose.

sabato 28 giugno 2025

Cos'è il turismo, oggi?

Il 71% dei viaggiatori, l'anno scorso, ha dichiarato di aver scelto una meta turistica sulla base della sua fotogenicità sui social; in alcuni dei più popolari musei del mondo la durata media di una visita è crollata da tre ore a mezz'ora; molti tour operator hanno cominciato a promuovere con successo pacchetti di cinque capitali europee da visitare in sette giorni; una persona su due ha dichiarato di tornare dai suoi viaggi meno rilassata di quando è partita. Forse il turismo come lo stiamo concependo oggi ha qualcosa che non va?
Questi cinque minuti di Ruben Santopietro mi hanno dato molto da pensare.

venerdì 27 giugno 2025

Lucy

Lucy non è solo il nome del famoso australopiteco femmina, nostro antichissimo antenato e da molti scienziati considerato l'anello di congiunzione tra noi e le scimmie. È anche il nome di un canale Youtube, questo, in cui si parla di cultura e scienza. Ospita spessissimo brevi video di Telmo Pievani in cui il noto scienziato e filosofo mette in relazione fatti delle cronache odierne con la scienza e la psicologia. 

Sono brevi video di cinque o sei minuti estremamente interessanti. In questo, ad esempio, Pievani analizza un articolo di Susanna Tamaro apparso recentemente sul Corriere della Sera. Titolo: "L'ansia green non salverà il pianeta", in cui lo scienziato smonta alcuni dei maggiori luoghi comuni sul tema del neologismo "ecoansia", con cui si indica una forma di disagio psicologico oggi piuttosto diffuso legato alla percezione del degrado ecologico e dei cambiamenti climatici.

Un altro video interessantissimo, in cui mi sono imbattuto poco fa, lo ripubblico qui sotto e qui, sempre Telmo Pievani, smonta alcune cose che ruotano attorno all'universo trumpiano a cui generalmente non si pensa, e soprattutto spiega la differenza tra spiegare e giustificare, una differenza molto sottile che noi spesso facciamo fatica a cogliere.

mercoledì 25 giugno 2025

Soffrire e (eventualmente) morire

Nel generale, a mio avviso insensato, furore bellicista di questi tempi sciagurati spicca la dichiarazione di ieri di Mark Rutte, il quale, all'assemblea dell'Alleanza Atlantica all'Aja, ha detto che gli stati membri della Nato sono pronti a combattere e, se necessario, a soffrire e a morire insieme.

La causa che con tanta eroica e romantica enfasi il segretario generale della Nato vuole perorare (tanto lui mica ci andrebbe, in caso, a combattere) è quella annosa del riarmo e della necessità che gli stati membri spendano fior di soldi pubblici per difendersi dalla minaccia russa. Poco importa che tutti i maggiori analisti (uno su tutti: Lucio Caracciolo) ritengano assolutamente infondata l'idea che la Russia abbia intenzioni espansionistiche verso Occidente. Rutte, Trump, Von der Leyen e compagnia cantante vogliono che entro i prossimi 10 anni gli stati membri arrivino a spendere il 5 per cento del Pil nella difesa dalla minaccia inesistente.

Per quanto riguarda l"aumento di spese militari deciso dalla Nato, si tratta di una questione piuttosto complessa, sia per quanto riguarda l'entità delle cifre, che nessuno è ancora in grado di definire con certezza, sia per le voci di spesa (non si tratta solo dell'acquisto di armi ma anche di altro). Quelli del Post (il cielo li abbia in gloria) hanno cercato di fare un po' di chiarezza in questo marasma.

martedì 24 giugno 2025

Ricordando Saramago

 


Ieri sera ho terminato il libro di King (vedi post precedente). Non avendo nient'altro sottomano da leggere, e non avendo voglia di fare un salto in biblioteca, ho iniziato il romanzo che vedete qui sopra. L'aveva comprato qualche giorno fa mia moglie su accorato suggerimento di sua cugina e l'aveva anche cominciato. Però, essendo lei a conoscenza dell'elevato rischio di crisi d'astinenza che può prendermi quando non ho niente da leggere, ha gentilmente acconsentito a cedermelo.

E così mi sono accorto che in questo testo i discorsi diretti non sono virgolettati ma la loro presenza viene identificata dal senso della frase all'interno del paragrafo.



La cosa è curiosa perché nella mia lunga carriera di lettore accanito credo si contino sulle dita i testi senza virgolettati che mi sono capitati in mano. Non so se nel presente caso sia una scelta dell'autrice o della casa editrice, comunque così è. Quello che so per certo è che nel caso ad esempio di José Saramago è proprio l'autore ad averli sempre volutamente omessi (poi vabbe', il grande scrittore portoghese aveva una maniera tutta sua, originalissima, di utilizzare i segni di interpunzione, quindi l'assenza del virgolettato non stupisce).

E niente, tutto questo pistolotto per dire che questo libro mi ha fatto venire in mente Saramago. Bello :-)

lunedì 23 giugno 2025

Non c'è più quel King lì


Nella postfazione del romanzo King racconta di aver chiesto un parere a sua moglie dopo la prima stesura. Risposta di lei: "Puoi fare di meglio." Lui, ovviamente, ci rimane male ma ammette che sua moglie ha ragione.

Ci rimette mano e lo dà alle stampe dopo tre successive revisioni, pur non essendone ancora completamente soddisfatto. Ma a un certo punto, scrive sempre King, "i libri bisogna lasciarli andare."

Il mio giudizio su questo romanzo è come quello di sua moglie. Non è un brutto romanzo, intendiamoci; è avvincente, il meccanismo narrativo è coinvolgente, è un thriller psicologico con tutti i crismi, col colpo di scena finale, racchiuso nelle ultime 30 righe, che è talmente kinghiano che più kinghiano non si può. 

È anche un romanzo che stimola parecchie riflessioni su questioni di estrema attualità come ad esempio la fluidità dell'identità di genere e gli abusi nei sistemi carcerari.

Nonostante tutto questo, il King di oggi non è più il King di una volta, manca qualcosa. Forse manca quel tocco di geniale follia dei suoi romanzi e racconti più epici. Quella genialità che faceva interrompere la lettura e dire: Ma come può avere concepito una storia del genere? Ecco, secondo me quel King lì non esiste più.

domenica 22 giugno 2025

Bernard-Henry Lévy

Ogni domenica La Stampa ospita pregevoli articoli del noto filosofo francese Bernard-Henry Lévy, figura di spicco del movimento Nouveaux Philophes, il quale movimento ha tra i suoi punti cardine una feroce critica al marxismo. Il pregevole articolo di stamattina titola: Perché Israele ha ragione ad agire ora: i tiranni non possono avere l'atomica

In questo pregevole articolo il noto filosofo cerca di rispondere all'interrogativo che tanti si pongono da quando Israele ha aggredito l'Iran per fermare il suo progetto nucleare (motivazione ufficiale, ma sotto c'è ben altro). Innanzitutto Lévy cerca di rispondere a chi teme che questa aggressione sarà una ulteriore fonte di destabilizzazione di tutto il Medioriente (e non solo) dicendo che la suddetta regione è già destabilizzata da tempo da Hamas, da Hezbollah, dagli Houthi e dall'Iran stesso. Al che nasce spontanea una domanda: se questa area era già fortemente destabilizzata prima della nuova guerra scatenata da Israele, l'aggiunta di un nuovo conflitto aumenterà questa destabilizzazione o la placherà? Lévy non ha dubbi: la placherà. È noto infatti che i pompieri quando corrono a spegnere un incendio lo fanno buttando benzina sul fuoco, non certo acqua. Tra l'altro, a proposito di destabilizzazioni, il filosofo sembra non sapere, anche se in realtà lo sa benissimo, che le destabilizzazioni e i casini che da sempre regnano in quelle regioni, storicamente li abbiamo creati per la maggior parte noi. C'è un bellissimo libro dello storico tedesco Wolfgang Reinhard, uscito qualche anno fa: Storia del colonialismo, in cui si descrivono le conseguenze di 600 anni di espansione europea anche in quelle zone, una espansione che ha portato certamente vantaggi dal punto di vista della diffusione delle tecnologie, dell'industria, delle strutture statali, ma al tempo stesso, specialmente con la successiva decolonizzazione, ha creato immensi problemi politici e sociali. L'instabilità che secondo Lévy è da addebitare ad Hamas, Hezbollah, Houti ecc. è quindi, in realtà, una instabilità sovrastrutturale, che si innesta però su cause storiche che il filosofo si guarda bene dal menzionare.

Ma alla domanda principale (perché Israele può avere l'atomica e l'Iran no?) Lévy risponde in modo chiarissimo: "La prima ragione è che esiste una differenza sostanziale tra una democrazia e una tirannia, e un'arma non significa la stessa cosa né ha la stessa importanza negli arsenali dell'una o dell'altra." Seconda ragione: "Un'arma nucleare dissuasiva fatta per non essere utilizzata e un'arma offensiva il cui scopo dichiarato è la disintegrazione di un Paese confinante si chiamano nello stesso modo, hanno lo stesso nome, ma indicano due realtà diverse. L'Iran è una tirannia e il suo programma nucleare non ha mai avuto altro obiettivo se non quello di cancellare Israele dalla faccia della terra. Motivo in più per cui ciò che è concesso agli uni (Francia, Gran Bretagna ecc.) non potrebbe esserlo a quest'altra (la Repubblica Islamica)."

Qui Lévy si àncora saldamente a tre certezze. La prima è che l'Iran era a un passo dall'atomica (non è dato sapere su quali basi appoggi questa certezza, dal momento che i maggiori analisti, compresi quelli americani, affermano il contrario); la seconda è che aveva intenzione di usarla per distruggere Israele (altra affermazione non supportata da alcuna prova. È anzi verosimile il contrario: dal momento che Israele l'atomica la possiede già, una eventuale realizzazione da parte iraniana costituirebbe semmai un deterrente al suo utilizzo per entrambi); la terza è che l'atomica è giusto che ce l'abbia una democrazia piuttosto che un regime basato su una tirannia. Qui Lévy evita accuratamente di menzionare il fatto che, storicamente, l'unico paese ad avere utilizzato la bomba atomica è stata l'America, per ben due volte, nella Seconda guerra mondiale. Poi, per carità, si può discutere se sia stato giusto o no farlo, ma sta di fatto che finora gli unici a usarla sono stati gli americani, che mi risulta siano una democrazia, almeno formalmente. Tra l'altro non si capisce su quali basi Lévy dà per scontato che una democrazia sia migliore e più affidabile di una dittatura. Certo, vivere in una democrazia è meglio che vivere sotto una dittatura, non ci piove, ma il filosofo ignora che anche la più oscena delle dittature ha sempre una legittimazione popolare e quando questa legittimazione viene meno il tiranno/dittatore viene deposto e al suo posto va un altro. Israele è una democrazia ma sta compiendo un genocidio; Hitler è stato eletto democraticamente e ha fatto ciò che ha fatto; gli Stati Uniti sono una democrazia ma nell'ultimo secolo si sono macchiati di un così elevato numero di abusi e crimini di guerra da fare impallidire qualsiasi dittatura. Per non parlare dell'Europa. Quindi, alla fine, non si capisce perché un sistema democratico meriti di avere l'atomica e una dittatura no. A meno che non si voglia istituire il teorema secondo cui la bontà o meno di un Paese è conseguente al tipo di forma di governo che sceglie di adottare. A questo punto Bernard-Henry Lévy ha ragione su tutto.

sabato 21 giugno 2025

Incontri straordinari


Stamattina ho incontrato per caso al bar il mio scrittore preferito. L'ho avvicinato, mi sono presentato e ovviamente gli ho chiesto l'autografo. Poi, visto che non aveva fretta, ci siamo seduti a un tavolino e abbiamo chiacchierato un po'. Mi ha raccontato alcune curiosità su come sono nati alcuni suoi racconti e romanzi e altre cose.

A un certo punto gli ho chiesto come mai, in mezzo a tanti libri eccelsi, ne abbia anche scritti alcuni che definire brutti è un eufemismo, tipo Cell, oppure The outsider. Al che lì ha un po' cercato di glissare. Ha comunque ammesso che per il finale di The outsider non sapeva assolutamente che pesci pigliare e quindi si è buttato sul soprannaturale. 

Dopo una mezz'oretta ci siamo salutati, ma prima di andarsene mi ha promesso che ogni volta che non saprà come fare finire una storia si fermerà, la metterà in stand by e passerà ad altro.

Ah, i caffè li ha pagati lui.

Grande Stephen King! ❤️

Lonesome Dove

Alcuni critici hanno sostenuto che se nella vita si vuole leggere un solo romanzo western, deve essere questo. Ambientato tra il 1876 e il 1...