mercoledì 5 agosto 2026

Nel nome della croce



In genere, quando si pensa alle persecuzioni cristiane durante il governo imperiale romano, si ha l'idea di una demoniaca successione di imperatori ispirati da Satana e assetati del sangue dei fedeli. Si tratta in realtà di un mito cristiano. Per quanto le storie sui martiri si siano prestate a questo genere di rappresentazioni, pochissime, o forse nessuna, sono basate su fatti realmente accaduti. Semplicemente, c'erano stati ben pochi anni di persecuzioni imperiali: meno di tredici su trecento anni di continuità politica imperiale. Quei pochi anni di persecuzioni si sono poi allungati, nella mitologia martirologica cristiana, fino a raggiungere dimensioni fuori da ogni realtà. Ciò che è assodato, scrive l'autrice del libro, è che per i primi 250 anni del cristianesimo non si conosce alcun tipo di persecuzione voluta dal governo centrale, se si esclude quella di Nerone, il quale, però - va detto -, nella sua imparziale follia perseguitava chiunque. Dopo i primi due secoli e mezzo, comunque, in generale le persecuzioni cristiane furono brevi e a carattere locale. Sicuramente di dimensioni molto minori di quanto la martirologia cristiana ha avuto interesse a divulgare.

Il notevole grado di libertà e grazia concesso ai cristiani fu invece rapidamente dimenticato da questi ultimi una volta preso il potere ed ebbero a che fare con altre religioni. Scrive l'autrice: "Già dieci anni dopo la presa del potere da parte del cristiano Costantino, si ritiene che nuove leggi volte a 'limitare la contaminazione dell’idolatria' cominciarono a essere promulgate. Durante il regno di Costantino, ad esempio, si decretò: 'Nessuno osi allestire oggetti cultuali, o praticare la divinazione o altre arti occulte, o anche solo sacrificare'. Meno di cinquant’anni dopo Costantino, fu annunciata la pena di morte per chiunque avesse osato sacrificare. Meno di un secolo più tardi, nel 423 d.C., il governo cristiano annunciò che i pagani ancora praticanti dovessero essere uccisi – tuttavia, fu anche aggiunta la seguente postilla, nel contempo fiduciosa e inquietante: 'Crediamo che ora non ve ne sia più nessuno'."

Lo scopo del libro, tuttavia, non è tanto la denuncia della violenza, che in fondo accompagna gran parte della storia umana, quanto l'invito a rimettere in discussione una narrazione che per secoli è stata raccontata in modo unilaterale. Nixey non sostiene che il cristianesimo abbia soltanto distrutto, riconosce il ruolo fondamentale che monasteri, amanuensi e studiosi cristiani ebbero nella conservazione di una parte notevole della cultura classica. Quello che osserva è che questa parte della storia è nota a tutti, mentre molto meno conosciuto è ciò che avvenne quando il cristianesimo passò dall'essere una religione perseguitata all'essere la religione del potere.
Il libro è costellato di episodi impressionanti: la distruzione di templi, statue e opere d'arte considerate pagane; l'incendio di biblioteche; l'assassinio della filosofa Ipazia; la chiusura delle scuole filosofiche di Atene; le persecuzioni perpetrate da orde di cristiani fanatici verso chiunque rifiutasse di abbracciare questa religione. Letti uno dopo l'altro, questi episodi restituiscono l'immagine di un periodo storico molto più complesso e meno rassicurante di quello che normalmente si incontra nei manuali scolastici.

È un libro che mi ha francamente impressionato.

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