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mercoledì 22 settembre 2010

"Allenati per la vita" (con una pistola)


Interessante la nuova iniziativa scolastica targata Gelmini- La Russa. "Allenati per vita", un corso teorico-pratico, valido come credito formativo. Scrive Famiglia Cristiana:

Dopo le lezioni teoriche “che possono essere inserite nell’attività scolastica di “Diritto e Costituzione” seguiranno corsi di primo soccorso, arrampicata, nuoto e salvataggio e “orienteering”, vale a dire sopravvivenza e senso di orientamento, (ma l’autore della circolare scrive orientiring, coniando un neologismo). Non solo, ma agli studenti si insegnerà a tirare con l’arco e a sparare con la pistola (ad aria compressa). E in più “percorsi ginnico-militari”.

Il perché bisogna insegnare la vita e la Costituzione a uno studente liceale facendolo sparare con una pistola ad aria compressa viene spiegato nella stessa circolare: “Le attività in argomento permettono di avvicinare, in modo innovativo e coinvolgente, il mondo della scuola alla forze armate, alla protezione civile, alla croce rossa e ai gruppi volontari del soccorso”.


Insomma, avete capito, no? Come si fa ad avvicinarsi in modo innovativo e coinvolgente alla Costituzione se non si sa manco maneggiare decentemente una pistola?

lunedì 2 agosto 2010

E magari smettano anche di investire in armi...


Condivisibilissimo l'appello lanciato ieri da Ratzinger affinché quanti più paesi possibile aderiscano alla Convenzione contro le bombe e le armi a grappolo. Già che c'è potrebbe cominciare con una tiratina d'orecchi alla chiesa tedesca.

Der Spiegel ha scoperto che la banca tedesca Pax ha investito migliaia di euro in società che vanno contro la sua stessa etica. In particolare, 580mila euro in azioni della "Bae Systems", società inglese produttrice di armi, 160mila euro nella pillola contraccettiva Wyeth e 870mila euro in partecipazioni in società di tabacco. La banca si è scusata per il comportamento "non conforme a standard etici"

(via peacereporter.net)

giovedì 15 aprile 2010

Berlusconi scrive a Karzai (senza fretta)

Dopo un po' di giorni - l'arresto dei tre operatori di Emergency risale a sabato scorso - dà finalmente segni di vita anche Berlusconi. Quasi appurato (salvo diverso esito di un eventuale processo), ormai, che i tre non fanno parte di nessun complotto per uccidere, in combutta coi terroristi, il locale governatore, il premier, tra un'udienza e l'altra che riguarda i suoi processi, pare che abbia trovato il tempo per scrivere una lettera.

"Al presidente afgano Amid Karzai sarà consegnata una lettera del premier Berlusconi contenente la richiesta di 'risposte urgenti e concrete' sulla vicenda". Bene, ci felicitiamo della cosa e aspettiamo che la missiva venga recapitata con la dovuta premura. Ma, d'altronde, si sa come vanno queste cose: c'è sempre qualcosa di più urgente da fare. Se poi, come dice Frattini, "Gino Strada non ci aiuta", capite anche voi che la cosa può diventare più lunga del previsto. Ma Frattini un po' è da capire. D'altra parte come si permette Strada di dire: "E' ora che chi di dovere si dia una mossa. L'Italia ha tutti i mezzi per poter dire semplicemente 'consegnateci i nostri tre connazionali subito e in ottime condizioni'"?

Non vorrà mica rubare il mestiere.

lunedì 12 aprile 2010

Emergency nel mirino?

Questo articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Come forse ieri avrete letto, tre operatori italiani di Emergency sono stati arrestati dalle autorità afgane e da uomini del contingente Nato. Si tratta di un medico e due cooperanti. Le accuse a loro carico sono di avere partecipato a un complotto per uccidere il governatore della provincia di Helmand, che prossimamente si sarebbe dovuto recare proprio nell'ospedale dove è scattato il blitz per dei controlli. Scrivono però molti organi di informazione che dietro a questi arresti ci sarebbe la volontà di stroncare i presunti rapporti di connivenza con i terroristi talebani dell'organizzazione di Gino Strada - rapporti, peraltro, finora mai provati. Fin qui le notizie certe, dopodiché iniziano le interpretazioni diverse e le diverse versioni sull'accaduto e sulle modalità dell'arresto.

Inizialmente, ad esempio, scrive sempre Repubblica, sono arrivate le precisazioni dei vertici del contingente Nato, secondo le quali le responsabilità degli arresti sarebbero da addebitare alle sole autorità afgane. Il problema è che è in circolazione un video che smentisce questa versione. Tanto è vero che successivamente pure la Farnesina dichiarerà che all'operazione hanno effettivamente partecipato le forze Isaf. I tre "rapiti" perché "testimoni scomodi", secondo la versione di Gino Strada della vicenda, pare comunque che stiano bene, e attualmente, scrive peacereporter.net, sono "In attesa che, come prevede il sistema giudiziario afgano implementato dai consulenti italiani, venga formalizzato un atto d'accusa e venga permesso ai tre italiani e ai sei afgani prelevati dall'ospedale di difendersi".

Naturalmente non do giudizi sulla vicenda: preferisco aspettare i risultati dell'inchiesta che seguirà speriamo a breve. Istintivamente mi sento di condividere le impressioni di Strada, il quale tende a inquadrare il tutto in una sorta di azione di intimidazione verso la sua organizzazione, "colpevole" di essere una scomoda testimone delle operazioni militari che colpiscono indiscriminatamente militari e civili.

Al momento in cui scrivo questo post, però, tutti i siti stanno rilanciando la notizia che i tre italiani avrebbero confessato, e tutti si basano su questo articolo apparso sul Timesonline. In pratica, fonti afgane avrebbero comunicato la presunta confessione dei tre. Perché "presunta"? Perché appunto né Emergency, né tantomeno la Farnesina, hanno confermato. Per ora abbiamo solo l'articolo del quotidiano britannico che riporta non meglio precisate fonti afgane. Ora, intendiamoci, se alla fine venisse appurato che i tre sono realmente coinvolti in questa brutta vicenda, non sarebbe certo una buona pubblicità per l'organizzazione di Strada, già da tempo accusata da più parti di essere un'organizzazione politica spesso connivente con frange terroristiche facenti capo ad AlQaeda.

Tuttavia non condivido per niente la "vergogna per l'Italia" che rappresenterebbe, secondo Frattini, l'eventuale conferma della responsabilità dei tre. Per un motivo molto semplice: Emergency è un'organizzazione presente con ospedali e strutture in moltissimi paesi del mondo; non dovrebbe naturalmente mai accadere, ma non vedo come si possa garantire che tra tutti quelli che a vario titolo ne fanno parte non ci sia qualche mela marcia. Insomma, l'immagine di Emergency ne uscirebbe indubbiamente macchiata, ma sono ben altri i motivi per cui l'Italia dovrebbe vergognarsi, e non certo per i quattro milioni di persone curate finora gratuitamente negli ospedali di Emergency.



Aggiornamento 06,39.

La confessione dei tre sarebbe stata ufficializzata da fonti ufficiali provinciali di Helmand, mentre, secondo la CNN, il medico e i due cooperanti sarebbero addirittura coinvolti nella morte dell'interprete del giornalista di Repubblica Daniele Mastrogiacomo. Emergency, invece, rimane sulla teoria della "bufala".


Aggiornamento 15,00.

Com'era prevedibile, ci sono grosse possibilità che Gino Strada avesse ragione.

giovedì 18 marzo 2010

Siamo tra i grandi nella tortura

Che l'Italia fosse tra i maggiori produttori ed esportatori nel mondo di armi e mine antiuomo è noto da tempo. Vabbè, in fondo è business anche il fatto che in molte parti del mondo ci si ammazzi a vicenda col marchio "made in Italy". D'altra parte si parla spessissimo di "eccellenze": evidentemente lo siamo anche in questo campo.

Quello che non sapevo, e che mi ha lasciato un po' basito, è che non siamo una eccellenza solo nel campo delle armi, ma anche nel campo degli strumenti di tortura. Ha pubblicato in proposito un eloquente articolo Repubblica, ieri. Ve ne riporto uno stralcio qui di seguito.

ROMA - Sono cinque le aziende italiane che secondo un rapporto di Amnesty international sarebbero implicate in un commercio internazionale di strumenti tortura che coinvolge diverse società dell'Ue. A pagina 34 del rapporto di Amnesty, curato dalla fondazione di ricerca Omega Research Foundation e intitolato "Dalle parole alle azioni", di cui l'Ansa è in possesso, è pubblicata una tabella nella quale vengono menzionate cinque compagnie italiane (Defence System Srl, Access Group srl,Joseph Stifter s.a.s/KG, Armeria Frinchillucci Srl e PSA Srl) coinvolte in un commercio internazionale di arnesi finalizzati alla tortura tra il 2006 ed il 2010. Assieme alle aziende italiane la tabella menziona tre compagnie belghe e due finlandesi.

Gli strumenti di dolore. Nel rapporto si parla di congegni da fissare alle pareti delle celle per immobilizzare i detenuti, serrapollici in metallo e manette e bracciali che producono scariche elettriche da 50.000 volt. Il rapporto sottolinea che queste attività sono proseguite nonostante l'introduzione, nel 2006, di una serie di controlli per proibire il commercio internazionale di materiale di polizia e di sicurezza atto a causare maltrattamenti e torture e per regolamentare il commercio di altro materiale ampiamente usato su scala mondiale per torturare. Ma scappatoie legali consentono ancora di farla franca. Il rapporto sarà formalmente preso in esame domani a Bruxelles, nel corso della riunione del sottocomitato sui Diritti umani del Parlamento europeo. (articolo integrale qui)


Beh, ci fa onore questa cosa, non trovate? Specialmente riguardo a tutti i bei paroloni che sentiamo spesso contro la guerra, a favore dei diritti umani. Parole, parole, parole...

giovedì 12 novembre 2009

Cooperazioni



"Nel 2009 si è verificato infatti un "drastico calo" del finanziamento della cooperazione allo sviluppo, a fronte di un sostanziale incremento dei fondi dedicati all'invio dei militari nelle missioni internazionali. "Nel quadriennio 2006-2009 i fondi stanziati per il personale delle missioni militari sono stati 4.346 milioni di euro, mentre le risorse per la cooperazione sono state 2.402 milioni". (fonte)

lunedì 28 settembre 2009

Le mine sono italiane?

Non ci sono conferme ufficiali o certezze, ma molti indizi lasciano pensare che l'ordigno che ha provocato la morte dei nostri parà nella recente tragedia di Kabul possa essere di fabbricazione italiana. Ora, intendiamoci, se anche la notizia fosse vera non è che cambierebbe granché, purtroppo, ma offrirebbe molti spunti per fare qualche riflessione.

Uno degli indizi che supporterebbero questa tesi, è questo articolo pubblicato alcuni giorni fa dal Corriere e passato sostanzialmente inosservato. Eccone alcuni stralci:

L' arma migliore dei talebani? Le mine anti tank italiane «Tc6». Le usano in serie di tre o due, a volte le «mescolano» con il fertilizzante per aumentarne gli effetti. Ordigni capaci di distruggere un blindato o di fare strage in una colonna di mezzi. Fonti statunitensi hanno confermato di recente, in modo informale, che la buona parte degli ordigni usati contro la coalizione sono proprio di origine italiana. Le «Tc6» erano state fornite dagli americani ai mujaheddin afghani all' epoca della resistenza contro l' Armata rossa.

Le mine chiamate Tc/6, menzionate dal Corriere, sono effettivamente di origine italiana, e sono state prodotte fino ad alcuni anni fa dalla Tecnovar Italiana SpA. Secondo la wikipedia inglese queste mine sono molto diffuse non solo in Afghanistan, ma anche in Ciad, Ecuador e Tagikistan. Scrive ancora il Corriere:

Le testimonianze dei soldati statunitensi impegnati nel settore di Khan Neshim - al confine con il Pakistan - o di quelli della brigata Striker a Kandahar valgono più di una scheda tecnica: «Le più terribili sono le mine italiane. Difficili da individuare e disinnescare. Il tradizionale metal detector non funziona in quanto non hanno componenti di metallo. E rimangono attive per anni».

Come è noto, l'industria bellica italiana è tra le più rinomate e floride del mondo, una delle poche che non conosce crisi (i dati dell'export riferiti al 2008 sono qui), e sono di conseguenza tantissimi i paesi del mondo dove si spara, si combatte e si uccide "italiano". Ecco, se per caso fosse confermata la notizia che pure la mina che ha ucciso i nostri parà è stata costruita in Italia, magari si potrebbe pensare in futuro - sperando ovviamente che cose del genere non si verifichino più - di lasciar stare l'ipocrisia dei funerali di stato, visto quanto esso stesso ci guadagna da questo turpe commercio.

sabato 9 maggio 2009

Cosa si può fare con 13 miliardi di euro?

Tredici miliardi di euro sono una bella cifra, ci si potrebbero fare tante cose (ad esempio ricostruire l'Abruzzo, e ne resterebbero pure). In questi giorni, nella solita indifferenza generale alla quale ormai siamo abituati assuefatti, il governo sta meditando di spendere tale cifra in altro modo: acquistando dei caccia militari.

Per la precisione si tratta di 131 cacciabombardieri Joint Strike Fighter, un modello, lo vedete nella foto qui sopra (fonte: Wikipedia), che il governo ha intenzione di acquistare con una spesa che lo impegnerebbe, qualora il progetto andasse in porto, fino al 2026. Scrive antimafiaduemila.com:

Dopo le fasi di sviluppo e pre-industrializzazione il Governo chiede al Parlamento un semplice parere per passare alla fase di acquisizione di 131 cacciabombardieri JSF completi di relativi equipaggiamenti, supporto logistico iniziale e approntamento delle basi operative nazionali (4 aereoporti ed 1 portaerei). Tutto per circa 12,9 miliardi di euro nel periodo 2009-2026. A ciò va aggiunta la realizzazione sul suolo nazionale, a Cameri (Novara) di un centro europeo di manutenzione, revisione, riparazione e modifica dei velivoli italiani ed olandesi al costo di 605,5 milioni di euro, da consegnare entro il 2012. A queste spese va aggiunto il miliardo di euro già investito per la fase di sviluppo, arriviamo così a quasi 15 miliardi di euro.

Ora, per carità, il governo è libero di impegnare soldi (pubblici) come meglio crede; visto però che in questo ultimo periodo si sta facendo in quattro per trovare risorse con cui ricostruire l'Abruzzo, seppure con qualche vago sentore di presa in giro, penso che stabilire qualche priorità non sarebbe male.

mercoledì 15 aprile 2009

La crisi? Si combatte con... le armi

Ieri La Stampa ha pubblicato un articolo piuttosto interessante. Si parla di armi, o meglio del fiorente business, anche italiano, che ruota attorno. Come osserva giustamente il quotidiano di Torino, visto che a volte magari ce lo si dimentica, la Costituzione italiana comprende al suo interno un articoletto, il n. 11, che dice che l'Italia ripudia la guerra.

Diciamo che, almeno formalmente, è vero, la ripudia, ma dal punto di vista economico le cose vanno in modo leggermente diverso. E qui l'articolo de La Stampa snocciola alcuni dati che vi vado qui sotto a riportare.

L’Italia vende un po’ a tutti. Paesi belligeranti compresi. Un comparto che non conosce crisi, flessioni. Nel 2008 il volume d’affari è cresciuto del 222% rispetto all’anno precedente, con le transazioni bancarie schizzate da 1.329.810.000 a 4.285.010.000. Scrive la Presidenza del Consiglio nel suo ultimo rapporto sulle esportazioni, importazioni e transito dei materiali d’armamento: «Tale comparto rappresenta un patrimonio tecnologico, produttivo e occupazionale non trascurabile per l’economia del Paese». L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro, è anche scritto nella Costituzione. Il maggior acquirente di armi italiane è la Turchia, programmi intergovernativi eslcusi. Le imprese italiane hanno ottenuto dal governo 11 autorizzazioni a stringere affari con Ankara. Si tratta del 35,86% del totale, per un valore di 1092 milioni di euro (quattro volte il Regno Unito, al secondo posto con 254 milioni). Il primato della Turchia è dovuto all’acquisto di elicotteri da combattimento dell’Augusta che saranno utilizzati, secondo il ministro della Difesa turco, per «ricognizione tattica e attacco bellico.


Ma il flusso di esportazioni di armi italiane all'estero non si esaurisce con la Turchia. Nigrizia.it ha pubblicato proprio in questi giorni un interessante inchiesta dal titolo molto esplicativo: "L'Africa spara italiano". Ecco un breve estratto: (la versione integrale è qui)

Il valore complessivo delle autorizzazioni rilasciate nel 2008 è pari, per l’Africa, a 268 milioni e 447 mila euro. Tre volte tanto il dato del 2007 (quasi 76milioni) e più del doppio del 2006 (quasi 110 milioni).

La parte del leone l’ha fatta, come sempre, l’Africa del Nord (quasi 188 milioni) con cui l’Italia ha un rapporto privilegiato. Con l’amico Gheddafi, Roma non tratta solo di immigrati e idrocarburi. Ma anche di bombe, siluri, razzi, missili, aerei ed elicotteri, in particolare gli A109 dell'Agusta. Roma ha dato il via libera nel 2008 alla vendita di armamenti all’ex nemico numero uno dell’Occidente per un valore superiore ai 93 milioni di euro, collocando la Libia ai primi posti nella speciale classifica dei paesi destinatari del nostro export militare.
Subito dopo si colloca l’Algeria, con più di 77 milioni, alla quale abbiamo venduto elicotteri Eh 101 Sar dell’Agusta Westland.


Insomma le armi italiane nel mondo, un'altra faccia del famoso "made in Italy", vanno a gonfie vele. Ora, che in generale l'export italiano verso l'estero sia in flessione è fuor di dubbio, visto che solo fino a un mesetto fa pure il sottosegretario allo sviluppo economico Adolfo Urso lanciava l'allarme al governo, ma fare qualche distinzione, forse, non sarebbe male.

Lonesome Dove

Alcuni critici hanno sostenuto che se nella vita si vuole leggere un solo romanzo western, deve essere questo. Ambientato tra il 1876 e il 1...