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mercoledì 1 ottobre 2025

Nessunə è normale


Ci sono libri che quando li leggi danno la sensazione di respirare aria pulita, come quando si apre la finestra di una stanza rimasta chiusa per troppo tempo. Questo libro è quella finestra che si apre. 

Chi è normale? Cosa è normale? In base a quali parametri definiamo cosa/chi è normale e cosa/chi non lo è? E chi ha definito quei parametri? È possibile che i concetti di normalità e di norma non siano altro che strumenti di un gruppo dominante per esercitare forme di potere e prevaricazione su gruppi meno forti, come ad esempio le donne, i migranti, i poveri, le persone con orientamenti sessuali diversi da quello "normale"?

Non credo che guarderò molti aspetti della nostra società con gli stessi occhi di prima, dopo questo libro. E d'altra parte i libri servono anche a questo: vedere cose che prima non si vedevano.

sabato 30 aprile 2022

Le ragioni del dubbio


Ho appena terminato questo libro e ho preso coscienza di una cosa: da adesso in poi il mio modo di scrivere, interagire, approcciarmi agli altri e anche alla lingua non sarà più come quello di prima. Sarà diverso: probabilmente meno supponente e meno "rigido".

Vera Gheno è una sociolinguista specializzata in comunicazione digitale che per vent'anni ha collaborato con l'Accademia della Crusca, e ha scritto questo libro in cui, fondamentalmente, suggerisce alcuni metodi per utilizzare al meglio le parole e il linguaggio sui social media ma anche nella vita reale. Non per diventare più bravi, per riuscire a produrre migliori performance, ma per migliorare il proprio modo di comunicare e, di riflesso, migliorare la propria vita. Perché oggi, che viviamo nell'era dell'antropocene e della comunicazione, saper comunicare bene utilizzando il dubbio, la riflessione e il silenzio - anche il silenzio è una forma di comunicazione - migliora la qualità della vita.

Molte cose mi hanno colpito, in questo libro, e mi hanno fatto comprendere tutta una serie di errori che fino ad oggi non mi ero reso conto di commettere.

Un concetto molto interessante riguarda gli approcci che teniamo nei confronti della presunta stupidità altrui (mai la nostra). Scrive a questo proposito l'autrice: "Vedo troppe persone gonfie di sapienza, ricolme di nozioni come granai, che invece di pensare a come perpetuare ciò che sanno si arroccano nelle loro torri d'avorio, disprezzando la ggènte che è stupida. E lo stesso discorso - quello della gente stupida, e quindi dell'inevitabilità di un certo grado di paternalismo in ambito politico - l'ho sentito fare tante volte anche a persone che, per orientamento politico, dovrebbero essere interessate alla sorte degli ultimi, e non considerarli un peso, un impiccio. La gente è stupida? Chi lo dice, stranamente, non fa mai parte dell'entità indistinta così definita. Per quanto mi riguarda, è sbagliato trattare le persone da stupide; casomai, occorrerebbe chiedersi se a tutte le persone - non una di meno, per richiamare le parole di Tullio De Mauro - viene data uguale possibilità di evolversi e di far evolvere il proprio pensiero (e di conseguenza lavorare perché venga loro data)."

Questo concetto mi ha fatto venire in mente ciò che scrisse tempo fa Roberta Covelli commentando l'articolo della Costituzione che recita: "È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana [...]" La Covelli rimarcava il fatto che la summenzionata "Repubblica" non è un misterioso ente astratto o metafisico che si trova da qualche parte nell'etere, ma siamo noi. Tutti noi comunità. E quegli ostacoli che impediscono a tutti di svilupparsi pienamente siamo noi a doverli rimuovere. Un concetto abbastanza scomodo, se ci si pensa, specialmente in rete, dove allo stupido si usa buttare addosso il crucifige piuttosto che chiedersi perché, eventualmente, sia stupido e quanta parte della stessa stupidità alberghi in noi.

Altro capitolo molto interessante e condivisibile è quello in cui l'autrice critica ferocemente i cosiddetti "grammarnazi", ossia coloro che correggono ossessivamente gli errori linguistici (degli altri) nel linguaggio formale e in rete. Certo, cose come "qual'e" sono errori da 4, non si discute, ma i continui cambiamenti e il modificarsi della lingua potrebbero un giorno portare a considerarlo accettato. Dino Buzzati e Italo Calvino scrivevano "ciliege" e "valige", ad esempio, e ai loro tempi (gli anni Sessanta, non due secoli fa) era corretto mentre oggi non lo è più. E i casi che si potrebbero citare sono tantissimi. Questo succede perché la lingua non è qualcosa di granitico e immutabile ma cambia continuamente col passare del tempo. "Per l'esattezza, ogni lingua sana cambia al mutare della realtà che deve rispecchiare. Dunque, è naturale che la lingua di oggi, il giorno in cui qualcuno legge queste righe, sia diversa dal giorno in cui queste righe le ho scritte, ma magari anche da quella di una settimana fa. [...] Quando ci si irrigidisce sulla norma e ci si abbarbica alle regole, quale sarà l'atteggiamento nei confronti delle novità e di ciò che non si conosce? Non ci vuole molto a immaginarlo: fastidio e repulsa. La mancanza di elasticità porta a un istintivo misoneismo, ossia odio per tutto ciò che è nuovo, inedito, visto come qualcosa che mette in crisi lo status quo. Più in generale, chi è rigido è xenofobo, che etimologicamente non vuol dire 'razzista', ma 'che ha in odio tutto ciò che è straniero, alieno'. [...] I grammarnazi, in ogni caso, non sono mai davvero competenti. Di solito, sono persone che a scuola erano pure bravine, ma che poi, per vari motivi, si sono fossilizzate su quelle posizioni senza evolversi ulteriormente. Il che, in un contesto fluido e per definizione soggetto al cambiamento continuo come quello delle lingue vive, può diventare davvero un problema. E allora, quando si ha la sensazione di cominciare a essere fuori sincrono rispetto al presente, ci si rifugia, impauriti, nella certezza delle regole note, schifando ogni possibile cambiamento, ogni devianza." Insomma, la lingua cambia, le parole mutano, diventano polisemiche, cambiano morfologia, ne nascono di nuove, altre diventano desuete, poi inutilizzate e infine tolte dai vocabolari, per poi magari rientrarci successivamente. È normale che sia così, guai se non fosse così, perché la lingua è viva e in movimento.

Chiudo riproponendo i dieci suggerimenti che l'autrice pubblica come riassunto finale del libro, un libro che consiglio caldamente a chiunque, a vario titolo, si interessi di comunicazione, magari perché gestisce un blog o un sito, o anche solo perché ha un account su qualche social. Che poi, in definitiva, sono suggerimenti che hanno una loro utilità anche nelle normali relazioni fuori dalla rete. 

A me questo libro è servito un sacco.

  1. Riconosci e pattuglia i limiti della tua conoscenza. Stana stereotipi e automatismi linguistici. Resisti all'istintiva xenofobia umana.
  2. Poniti dubbi su quello che leggi e senti; chiediti se qualcuno sta provando a manipolarti. Se qualcosa ti infastidisce, chiediti perché.
  3. Pratica l'aikidō della comunicazione: non rispondere a violenza verbale con violenza verbale, non schernire chi sa meno di te o chi sbaglia, ignora l'aggressività e rimani sulla questione.
  4. Costruisci la tua reputazione in un certo ambito: non c'è bisogno, e non è possibile, sapere tutto. Anche il più esperto lo è in un determinato campo.
  5. Pratica l'autoironia, ma non difenderti mai dicendo che eri ironicə.
  6. Sii capace di riconoscere il tuo errore.
  7. Se non capisci, di' che non hai capito; se non lo sai, di' che non lo sai.
  8. Ricordati che sei sempre in pubblico: i nostri spazi privati sono più ristretti di quanto pensiamo e vanno difesi curando bene la "faccia pubblica".
  9. Non smettere mai di studiare e approfondire; la conoscenza non è mai abbastanza. Trova una dieta mediatica varia ed equilibrata. Coltiva la curiosità.
  10. Quando serve, scegli il silenzio.

mercoledì 27 aprile 2022

Aramostre


Racconta Vera Gheno, nella prefazione a Le ragioni del dubbio, che ho appena iniziato, di aver letto tanta fantascienza e tanto fantasy. Anche io ho letto tanto fantasy, e quindi so cosa sono le "aramostre" :-)

sabato 23 aprile 2022

Breve resoconto della presentazione di un libro di Vera Gheno

A volte è sorprendente come gli avvenimenti capitino per caso e stravolgano il corso di una giornata che sembrava incanalata sui soliti binari. Così doveva essere anche questo sabato: un sabato come gli altri. Invece stamattina, mentre sfogliavo il giornale al bar davanti ai soliti cappuccino e cornetto, ho casualmente letto che nel pomeriggio ci sarebbe stato, qui alla "mia" biblioteca di Santarcangelo, la biblioteca Baldini, un intervento di Vera Gheno, che avrebbe parlato di comunicazione, lingua, linguaggio, e avrebbe presentato il suo ultimo saggio Le ragioni del dubbio. Ho quindi deciso di andarci pur non conoscendo, se non vagamente di fama, l'autrice in questione, e anche perché il titolo del libro mi sembrava interessante. 


 

Mi ha fatto piacere rimettere piede, dopo un tempo abbastanza lungo, nella mia amata biblioteca, dove ho scoperto (cosa che mi ha fatto molto piacere) che c'è un gruppo di lettura formato da ragazzi tra i 12 e i 15 anni che si ritrova regolarmente per leggere La bambina che amava Tom Gordon, di Stephen King.

 

 

La presentazione, interessantissima, aveva purtroppo i tempi abbastanza contingentati ed è durata solo un'ora. Peccato. Vera Gheno è una affabulatrice nata: ironica, spigliata, competente; per un'ora ha intrattenuto i presenti raccontando un po' di sé: i suoi studi, le sue pubblicazioni, il suo ruolo di ricercatrice all'università di Firenze. La parte più interessante dell'intervento ha riguardato, ovviamente, le sue discettazioni su comunicazione e linguaggio. Mentre parlava ho preso alcuni appunti, ma solo durante la prima mezzora, poi ho lasciato perdere perché ascoltarla era talmente interessante che non volevo distrarmi, scrivendo, col rischio di perdere qualcosa del suo intervento.

Elenco qui di seguito, brevemente, alcuni dei temi toccati.

Uno su cui ha insistito molto riguarda la facilità con cui oggi, tramite la rete, possiamo accedere alla comunicazione, alle notizie. Ma com'è la qualità di questa comunicazione? Il maggiore problema che la riguarda, oggi, è che coi media digitali e con la televisione abbiamo a disposizione un flusso ininterrotto e velocissimo di notizie, immagini, stimoli, che proprio a causa di questa velocità non riusciamo a fissare. Se si viene sommersi da una quantità eccessiva di stimoli, la nostra mente non riesce a elaborarli compiutamente, deve giocoforza operare una selezione. Per riuscire a renderli il più possibile digeribili, questi stimoli vengono quindi forniti in maniera semplificata, eliminando la loro complessità, perché complessità e velocità non sono compatibili, e la prima vittima di questa velocità è la possibilità/capacità di pensare.

Questo concetto non è nuovo - ne ho già parlato anch'io, in passato, su queste pagine -, è già stato studiato da sociologi e psicologi tra cui Andreoli, Crepet, Galimberti e altri. Galimberti, ad esempio, definisce la nostra epoca l'epoca della velocizzazione del tempo. Noi non viviamo, come hanno fatto le generazioni precedenti alla nostra per migliaia di anni, nel tempo, ma nella velocizzazione del tempo. Tutto dev'essere immediato, non esiste più la possibilità della riflessione, della ponderazione; a un messaggio bisogna rispondere subito con altro messaggio pena l'insorgenza di ansia e angoscia. Vera Gheno ha fatto l'esempio delle mail, raccontando che le capita spesso di ricevere messaggi di posta elettronica a cui, se non risponde in tempi ristrettissimi, segue subito una seconda mail o altro tipo di messaggio coi quali le si chiede ragione della mancata risposta. Questa velocizzazione del tempo costituisce, anche se noi non ce ne rendiamo conto, una mutazione antropologica radicale a cui non siamo abituati, che ci prende in contropiede e obbliga alla semplificazione. È anche a causa di questo che nascono le cosiddette polarizzazioni manichee dove tutto è solo bianco o solo nero, dove c'è un cattivo e un buono, uno che ha totalmente ragione e l'altro totalmente torto, uno rigorosamente in possesso della verità e l'altro della fallacia. E tutto ciò che sta nel mezzo, le sfumature, le gradazioni, in altre parole la complessità, non conta, non è importante, ruba troppo tempo.

A proposito di mancata complessità, la Gheno ha fatto un interessante riferimento al modo in cui, a volte, vengono strumentalmente confezionati i titoli che devono attirare la nostra attenzione. L'ha fatto prendendo come esempio il recente caso di cronaca - avevo letto qualcosa anch'io - in cui a un gruppo di persone disabili è stato negato l'accesso a un treno. Se un giornale fa un titolo tipo "Negato l'accesso a un treno a un gruppo di persone disabili" la prima cosa da fare è drizzare le antenne, mettersi sul chi va' là, evitare la immediata reazione/indignazione di pancia. Perché è tutto troppo bello, troppo semplice; in un titolo del genere viene già indicato nettamente al lettore chi è il buono (i disabili) e chi il cattivo (l'addetto che fisicamente ha impedito loro di salire, in senso più generale le ferrovie). Ma magari la situazione non è così semplice, ci possono essere (e immagino ci siano sicuramente) motivi diversi a noi sconosciuti che hanno generato e che spiegano questa incresciosa situazione, ma noi non li sappiamo perché magari sono nascosti in qualche minuscola riga in fondo all'articolo. A noi viene dato in pasto il titolone strumentale col preciso scopo di spingerci ad abbandonarci a reazioni di pancia e inondare i social di post indignati. In altre parole, ci siamo cascati, e ci siamo cascati perché non abbiamo più la possibilità e/o la capacità di pensare che le cose possono essere più complesse di quanto raccontato nel titolo. E poi, diciamolo, come si fa a rinunciare al piacere che dà poter esternare davanti all'universo mondo la nostra sacrosanta e fondamentale indignazione, evitando di prendere in considerazione l'idea di tacere fino a quando, magari, della vicenda si è capito qualcosa di più?

Altri punti toccati, ma li elenco solo altrimenti finisco domattina, riguardano l'assurdità della pretesa di democrazia nell'informazione, in ossequio alla quale un terrapiattista può vedersela alla pari in un dibattito televisivo con chi dice che la terra è sferica; oppure il fastidio recato dagli esperti in una materia che si trasformano in esperti di tutto, tipo certi virologi che diventano anche esperti di linguistica, geopolitica e tanto altro.

Alla fine, naturalmente, il libro l'ho comprato e mi ci butterò non appena avrò terminato il saggio di Anna Politkovskaja che sto leggendo in questi giorni. E so già che mi piacerà.

 

Vera (Gheno)


Ho scoperto casualmente stamattina, mentre leggevo il giornale al bar, che oggi pomeriggio la saggista Vera Gheno presenterà qui alla biblioteca di Santarcangelo il suo ultimo libro, Le ragioni del dubbio. Ho sentito spesso parlare di lei anche se non ho mai letto niente di suo: potevo lasciarmi sfuggire questa occasione?

(Piccola nota a margine: a me il nome "Vera" fa sempre tornare alla mente l'omonina canzone che i Pink Floyd, nell'album The Wall, dedicarono alla cantate e attrice britannica Vera Lynn.)

Due Kit Carson

Cose che si scoprono leggendo certi romanzi: esistono due Kit Carson; uno è il leggendario "pard" di Tex Willer, l'altro è un ...