lunedì 28 febbraio 2022

Il danno scolastico


Ogni tanto si sente dire che la scuola italiana, oggi, è disastrosa. Non lo si sente tanto in tv, telegiornali o media mainstream in genere, quanto maggiormente da singole voci isolate (Galimberti, ad esempio, nelle sue conferenze batte molto su questo, attirandosi tra l'altro gli strali di docenti e professori). Naturalmente generalizzare è sempre scorretto, ma che la scuola sia oggi in uno stato disastroso credo sia sotto gli occhi di tutti. L'Ocse che un paio d'anni fa certificava come noi italiani siamo in Europa all'ultimo posto nella comprensione di un testo scritto, cioè sappiamo leggere ma non capiamo cosa leggiamo, è forse la dimostrazione più lampante di questo disastro.

Questo libro, scritto dalla scrittrice Paola Mastrocola e da Luca Ricolfi, sociologo e docente di Analisi dei dati, racconta questo disastro e come ci si è arrivati. È un libro crudo, un j'accuse che non fa sconti a nessuno e che racconta, lucidamente e impietosamente, le tappe ("riforme") che hanno nel corso degli anni abbassato la qualità e il livello formativo della scuola, dalle medie inferiori all'università, fino quasi ad azzerarsi. Ma questo libro fa anche altro: dimostra empiricamente, ossia alla luce dei dati, che la narrazione secondo cui una scuola più facile e di bassa qualità diminuisce il solco tra ceti alti e ceti bassi è privo di fondamento. È l'esatto contrario: "Chi crede nell'uguaglianza delle condizioni di partenza, chi pensa davvero, come recita la Costituzione, che 'i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi', dovrebbe battersi perché tutti possano cimentarsi con successo in studi alti, non abbassare il livello perché tutti possano vincere. E invece è precisamente questo - abbassare per democratizzare - che è stato fatto, proprio da coloro che proclamavano di avere a cuore le sorti degli umili."

Il grande problema della scuola di oggi, secondo la Mastrocola, che oltre che scrittrice è stata insegnante di lettere nei licei per trentacinque anni, è che gli otto anni tra elementari e medie non preparano più a ragionare. Il grande problema del divario nel successo negli studi non è dovuto solo al vecchio luogo comune che chi ha maggiori possibilità economiche, relazionali, di status riesce meglio degli altri, ma a una mancanza generale di preparazione dovuta alla scarsissima qualità formativa degli otto anni in questione. Cito qui di seguito un brano che a questo proposito mi sembra oltremodo significativo: 

 Va bene, la tesi dei fautori della "scuola democratica" è dunque più che confermata: le origini e l'ambiente contano. Cose risapute. E ripetute fino alla nausea. Ma la loro tesi si ferma qui. Non mi basta, mi sembra che manchi un pezzo molto importante. Un aspetto che viene sempre trascurato. Un "piccolo dettaglio" che da anni cerco di mettere in evidenza. [...] Questo aspetto trascurato, questo minuscolo dettaglio è... la preparazione. Il livello di studio. La qualità e quantità delle "cose" insegnate-imparate. Torno al figlio dell'idraulico e formulo la mia ipotesi: se spesso non arriva a laurearsi, forse non è soltanto perché è figlio dell'idraulico (ipotesi vecchia, datata, fortemente ideologica: insomma, troppo facile!); forse non fa il liceo e non arriva a laurearsi... perché non ci riesce. E non ci riesce perché ha fatto una scuola che non lo ha preparato abbastanza. Ecco. Per questo mi arrabbio da una ventina d'anni (una ventina d'anni, direi dalla riforma Berlinguer in poi: governo progressista, incredibile!). Perché io questo ho visto nella scuola. Ho visto ragazzi (non solo figli di idraulici, ma figli di quella classe media o medio-bassa non così svantaggiata ma neanche così agiata) che arrivano in prima liceo totalmente digiuni di nozioni basilari, di quel minimo di conoscenze dovute e, soprattutto, necessarie ad andare avanti negli studi. [...] Un ragazzo non potrà fare il liceo se noi per otto anni (cinque di elementari e tre di medie) non gli abbiamo insegnato quasi niente o, se gli abbiamo insegnato qualcosa, poi non abbiamo anche deciso di esigere e di pretendere che quelle cose le sapesse! Non farà né il liceo né l'università, un ragazzo, se non sa scrivere, non sa fare un discorso compiuto, se non sa capire il senso (profondo, sfumato, metaforico, ironico...) di quel che legge, e se non sa ripetere con parole su quel che ha studiato. Siamo stati noi a farne uno svantaggiato, uno che non parte uguale, che non ha le stesse opportunità iniziali. Noi! [...] Non possiamo lasciarli uscire così impreparati dopo otto anni di scuola! Allo stesso modo, all'università non sono in grado di affrontare gli esami (se non quelli più facili delle cosiddette facoltà deboli, la cui laurea però non li porterà da nessuna parte), per cui s'iscrivono, arrancano un anno o due e poi mollano. Per questo mollano: per questa loro inadeguatezza cognitiva e culturale, che è il risultato delle scelte scriteriate che noi abbiamo compiuto nella scuola, soprattutto, lo ripeto, negli ultimi vent'anni. Mollano a causa della scuola che noi abbiamo deciso per loro, non è il colmo?

La lunga stagione di smantellamento della qualità dell'offerta formativa della scuola parte nel 1963 con l'abolizione dell'avviamento e l'introduzione della scuola media unica, senza l'obbligo del latino, e arriva fino a oggi. A questo proposito scrive Luca Ricolfi:

Fu così che Marco [suo fratello] e io avemmo la fortuna, e il privilegio, di frequentare la "vecchia" scuola media con il latino, l'analisi logica, l'Iliade, la geometria analitica e tutto il resto. Di quel periodo ricordo soprattutto tre cose, una oggettiva e le altre due soggettive e private. La cosa oggettiva è che, in quei tre anni, grazie a due professoresse eccezionali, una di italiano e latino, l'altra di matematica, imparai più cose, e cose più durature, di quelle che avrei imparato nei successivi cinque anni di liceo classico. Le medie dure resero più leggeri i miei anni di liceo, consentendomi, specie in latino e in italiano, di "vivere di rendita".

Lo smantellamento della scuola media, iniziato con le riforme dei primi anni Sessanta ebbe il suo colpo di grazia nell'anno 2000, con la riforma Berlinguer, quella che istituì i progetti extracurriculari, la valutazione oggettiva (i test), e il diritto al successo formativo. Cambiava la sostanza: la scuola diventava un'impresa, si agganciava al mondo del lavoro, o meglio, tentava goffamente di assumere i valori e i criteri della produzione e del mercato. E contribuì a produrre i risultai che Paola Mastrocola racconta così:

Ogni anno prendevo una nuova prima e ogni anno mi trovavo davanti una trentina di ragazzi tra i quattordici e quindici anni sempre più impreparati. O meglio, incapaci. Non era tanto l'impreparazione (la pura mancanza di nozioni) a stupirmi, quanto l'incapacità di parlare e scrivere. Due "cose" che reputavo fin da allora abbastanza basilari. Negli scritti facevano errori ortografici e grammaticali, ma soprattutto non riuscivano a costruire un discorso dotato di senso e strutturato secondo una logica, voglio dire con i nessi logici bene al loro posto. Nelle interrogazioni orali non ce la facevano a parlare per più di un minuto, poi si fermavano muti, o balbettavano qualche parola spersa nel vuoto. Ricordo che guardavo l'orologio per misurare il tempo esatto in cui riuscivano a tenere il discorso; non lo facevo per crudeltà, ma perché non ci potevo credere, e avevo bisogno di capire. Altro fatto sconcertante: di fronte ai romanzi che normalmente da anni ero abituata ad affidare in lettura, i miei nuovi allievi restavano basiti e mi dicevano di non averci capito un bel niente. In particolare capitò con Il fu Mattia Pascal: mezza classe mi disse proprio così, che non aveva capito non tanto le parole, quanto il senso delle frasi. Me lo ricordo perché nella mia mente si disegnò netto il disastro, mi vidi tutte le frasi di Pirandello cadere in un precipizio. Allora cominciai a poco a poco a cambiare tutto. Diminuii le ore di letteratura (riducendo i brani antologici da leggere) e aumentai le ore di grammatica. Mi misi anche a fare dettati ortografici, e smisi di fare leggere certi autori: Pirandello e Pavese furono i primi a cadere, tra gli italiani. Poi toccò a Calvino. Sì, persino a Calvino, dico Il barone rampante... In prima liceo... Ci fu una madre che, ai consigli di classe, mi chiese espressamente di non farlo leggere più: troppo difficile, come potevo dare un libro simile a ragazzi di quell'età? Non capii bene che cosa stesse succedendo. Mi limitai a constatare. Mi era chiaro, però, che il problema stava a monte: quei ragazzi arrivavano così da otto anni di scuola. Che cosa avevano studiato? E in che modo? E cosa potevamo fare noi per loro, al liceo?

Mi fermo qui perché non posso citare tutto il libro. Ma spero di avere reso l'idea di cosa contiene. A me ha dato un'idea lucida e chiara delle reali dimensioni di quel disastro di cui finora avevo solo sentito parlare qua e là, in maniera discontinua e sconnessa. Mi è servito per mettere insieme tutti i pezzi e capire. 

Di solito non invito a leggere i libri di cui parlo, mi limito a recensirli alla bell'e meglio, ma se l'argomento vi interessa e volete capire da dove arriva quell'analfabetismo funzionale di cui deteniamo il triste primato in Europa, leggetelo. Non è solo un atto d'accusa spietato e dolente, è soprattutto un grande atto d'amore verso il mondo della scuola e dell'università.

domenica 27 febbraio 2022

Un'altra prospettiva

Da qualche anno, anzi anche più di qualche anno, ho affiancato alla narrativa la saggistica. E, progressivamente, questa quota, inizialmente minoritaria, è via via aumentata fino quasi a diventare maggioritaria. Ieri, dopo aver terminato il saggio sulla storia dell'omosessualità di cui ho parlato nel post precedente, pensavo che mi piacerebbe accantonare definitivamente la narrativa per dedicarmi solo alla saggistica. Il problema è che la narrativa mi piace un sacco, sono nato ("librescamente" parlando) con quella e sarebbe difficile abbandonarla. Mi è venuto questo pensiero perché mi sono reso conto che la saggistica mi dà qualcosa che la narrativa non mi dà, o che mi dà in misura molto minore: la conoscenza delle cose e, attraverso questa, maggiore capacità di capire il mondo e il suo funzionamento.

Si, lo so, sembra la classica frase fatta, trita e ritrita, che ogni tanto si sente ripetere in giro, ma a mio giudizio credo abbia un buon fondo di verità. Il saggio di cui sopra, ad esempio, mi è stato utilissimo non solo per sapere la storia dell'omosessualità negli ultimi 2500 anni, ma perché attraverso questa lunga storia ho compreso meglio la situazione attuale. Terminato quello, ieri ho iniziato un saggio di Paola Mastrocola e Luca Ricolfi sulle varie tappe ("riforme") che dal 1962 a oggi hanno portato alla meticolosa, scientifica, pianificata distruzione della scuola italiana, dalle elementari all'università. Il libro in questione non è utile solo per sapere i vari passaggi di questa devastazione programmata, ma perché capire come si è arrivati a questo smantellamento aiuta a comprendere meglio la situazione attuale e autorizza a lanciarsi in qualche previsione sul futuro.

La saggistica, poi, ho notato, aiuta molto a guardare le cose da prospettive diverse da quelle comuni. Molti saggi che ho letto in questi ultimi due o tre anni, ad esempio, e anche molte delle conferenze che ho seguito e seguo, hanno a che fare con l'antropologia, con l'evoluzione, con la psicologia e i comportamenti della mente umana (come questa, bellissima, di Giorgio Vallortigara, uno dei più noti neuroscienziati italiani), e questo bagaglio di informazioni conduce, col tempo, al cambio di prospettiva cui accennavo.

Prendete Putin, ad esempio, giusto per restare nel tema drammatico di questi giorni. La stragrande maggioranza dei commenti relativi all'invasione che circolano sui media riguarda le cause politiche o geopolitiche che l'hanno provocata, accompagnate da ipotesi che in genere lasciano il tempo che trovano relative all'evoluzione della crisi e alle conseguenze future. A me, invece, accanto a questo, è venuto da chiedermi perché, psicologicamente, Putin l'abbia fatto. Non un perché di tipo "oggettivo" (cause geopolitiche) ma psicologico, comportamentale. In sostanza la domanda che mi sono posto io, detta rozzamente, è perché la testa gli abbia detto così, e mentalmente sono andato a cercare riscontri di tipo comportamentale nei libri che ho letto e nelle conferenze che ho seguito. Poi, certo, la cosa di per sé non serve a niente, e comunque non ho trovato risposta, ma è solo per rimarcare il diverso tipo di approccio alle questioni che deriva dall'aver avuto un certo tipo di letture.

Questo vale per tantissimi altri fatti che accadono e che magari vengono rilanciati dai media. Penso a cose tipo Salvini che a favore di telecamere va davanti all'ambasciata ucraina a Roma a pregare; oppure penso ai tanti episodi di cronaca che indignano (bullismo, angherie verso i più poveri, i più deboli, gli stranieri), e l'elenco sarebbe lunghissimo. Normalmente, e un po' superficialmente, la faccenda di Salvini si potrebbe liquidare spiegandola con la sua leggendaria cretinaggine (o furbizia, a seconda dei punti di vista), ma avendo la mente impostata in un certo modo, a me viene da pensare a questi comportamenti in chiave, come dire?, antropologica, comportamentale, e quindi vado con la mente ai libri letti e alle conferenze seguite per cercare di capire questi comportamenti oltre la facciata visibile a tutti. In definitiva, i saggi aiutano a guardare gli avvenimenti e i comportamenti sotto una luce diversa da quella immediatamente visibile. Almeno, per me è così.

Non credo di essere riuscito a spiegare ciò che volevo dire, non sono mai stato bravo a fare capire le cose. Comunque, tornando alla narrativa, alla fine no, non credo l'abbandonerò, era solo un'idea così. E poi la letteratura è giusto che sia anche d'intrattenimento, che sia leggere per il gusto di leggere e per farsi coinvolgere dalle storie. E chi l'ha detto, poi, che anche da certi romanzi non si possa capire cosa frulla nella testa di Putin o di Salvini?

sabato 26 febbraio 2022

Tutta un'altra storia


Era da tempo che avevo intenzione di documentarmi seriamente sulla storia dell'omosessualità e direi che l'esaustività di questo saggio ha soddisfatto come meglio non si potrebbe questo mio desiderio. L'interesse per questo argomento nasce da una serie di fattori, tra cui la millenaria demonizzazione di cui gli omosessuali, sia maschi che femmine, storicamente più i maschi delle femmine, sono stati (e sono ancora) vittime. Demonizzazione, ostracismo, persecuzione di un orientamento sessuale che, la biologia e la psicologia l'hanno da tempo definitivamente accertato, è perfettamente normale (in natura è praticato da oltre 250 specie) e come diffusione è secondo soltanto all'eterosessualità riproduttiva. Impossibile, naturalmente, riassumere in un post 550 pagine di storia dell'omosessualità (l'autore, lo storico Giovanni Dall'Orto, si limita a prendere in esame la nostra cultura occidentale) che partono dalla classicità greco-romana al secondo dopoguerra, mi limiterò quindi ad accennare gli aspetti che ho trovato più interessanti.

Lasciando stare culture sostanzialmente prive di agganci alla nostra, come gli antichi egizi, gli antichi babilonesi, gli antichi ittiti ecc., il punto di partenza quasi obbligato sono Adamo ed Eva, ossia la Bibbia, il libro che maggiormente, nel bene e nel male (per quanto riguarda il tema in oggetto sicuramente nel male), ha influenzato e influenza tuttora la nostra civiltà occidentale, e, soprattutto, il libro che più di ogni altro ha influenzato il destino di chi abbia avuto la sventura di essere attratto da persone dello stesso sesso. A questo proposito l'autore fa una prima interessante osservazione che riguarda il trattamento della Bibbia, da parte di molti fedeli, come una sorta di "manuale di istruzioni sull'uso della vita" al quale obbedire ciecamente. Che in linea di principio potrebbe anche andare bene. Il problema è che questo "manuale" dice cose oggi assurde, come ad esempio le istruzioni su come vendere schiava una figlia o acquistare schiavi (rispettivamente: Esodo 21:7-11 e Levitico 25:44-49), e qui scatta quell'atteggiamento che l'autore definisce del "supermercato": si entra con il carrello della spesa, si prende ciò che serve e si lascia giù tutto il resto. Oppure, come fa ogni integralista che dice di seguire ciò che c'è scritto in ogni dettaglio, a parole si afferma di prendere tutto, ma in realtà lo si fa tacendo, trascurando, ignorando, traducendo faziosamente (gli imbarazzanti schiavi nelle traduzioni italiane sono regolarmente "promossi" a servi), cancellando, fraintendendo, travisando ecc.

A proposito di questi travisamenti, l'episodio più universalmente noto che ha dato la stura alla demonizzazione delle persone omosessuali dall'antichità fino a noi è quello, raccontato nel Genesi, di Sodoma e Gomorra. La storia è più o meno nota. Le città di Sodoma e Gomorra (tra l'altro assieme ad altre cinque che non avevano fatto nulla di male) furono distrutte dal dio Yahweh con una pioggia di zolfo e fuoco come punizione per un tentativo di stupro compiuto ai danni di due angeli. I due angeli in questione erano stati mandati da Dio per verificare il grado di corruzione che regnava nelle due città (qui ci sarebbe qualcosa da dire riguardo al fatto che un dio onnisciente abbia bisogno di mandare due "ispettori" che gli facciano poi rapporto, ma proseguiamo). A Sodoma viveva Lot, il quale, vedendo passare i due angeli-ispettori, li invitò a passare la notte a casa sua. A questo punto "gli uomini della città [...] si affollarono intorno alla casa, giovani e vecchi, tutto il popolo al completo" dicendo a Lot di mandare fuori gli stranieri perché li volevano "conoscere". Ora, il verbo usato per "conoscere", yadah, in ebraico ha oltre al significato letterale anche quello di "avere un rapporto sessuale con qualcuno".

Le traduzioni cristiane rendono dunque yadah con "abusare sessualmente". Ma anche lo stesso Lot sembra aver capito la stessa cosa, perché, per evitare l'oltraggio ai due ospiti, arriva a offrire alla folla le sue due figlie vergini (Genesi 19:6-8), ottenendo dalla suddetta folla "una risposta violenta". Viene quindi salvato dai due angeli, i quali accecano con un bagliore gli assalitori e invitano Lot a uscire dalla città con tutti i parenti prima che sia distrutta. Solo moglie e figlie, però, accettano di andare con lui e gli angeli gli intimano di fuggire senza fermarsi e senza mai voltarsi indietro. Lot, temendo di non riuscire ad arrivare sulle montagne, chiede di potersi fermare a Zoar, la quale scampa così alla distruzione mentre Sodoma, Gomorra "e tutta la valle con tutti gli abitanti delle città e la vegetazione del suolo" vengono distrutti dal fuoco. La moglie di Lot, però, commette il gravissimo errore di voltarsi durante la fuga contravvenendo all'intimazione degli angeli e viene trasformata seduta stante in una statua di sale. 

A questo punto succede un fatto strano (come se quelli narrati finora non lo fossero): Lot prende le sue figlie, abbandona Zoar e va a rifugiarsi in una caverna sulle montagne. Qui una delle due figlie dice all'altra (Genesi 19:31-32); "Il nostro padre è vecchio e non c'è nessuno in questo territorio per unirsi a noi, secondo l'uso di tutta la terra. Vieni, facciamo bere del vino a nostro padre e corichiamoci con lui, così faremo sussistere una discendenza da nostro padre". Da questo rapporto incestuoso nascono due figli: Moab e Ammon. Moab sarà il capostipite dei Moabiti, Ammon degli Ammoniti, che, tra parentesi, saranno i progenitori delle nazioni nemiche degli ebrei nei secoli a venire.

Questo è l'episodio biblico sul quale si pretende di basare una morale sessuale sulla Bibbia, ma, come osserva l'autore, tra tutti gli esempi possibili è sicuramente il più anticristiano che si potesse usare. Lot si salva infatti dalla distruzione di Sodoma in quanto "giusto", ma la povera moglie, solo per aver contravvenuto all'ordine di non girarsi, viene uccisa da Yahweh seduta stante. Come se non bastasse, cosa dire riguardo a uno, il "giusto" Lot, che non si fa scrupolo di offrire le figlie, vantando pure la loro verginità, affinché vengano violentate al posto dei due angeli? Ancora: come è possibile giustificare che in Sodoma (lasciando perdere le altre città che non c'entravano niente) siano stati uccisi tutti gli abitanti, compresi i familiari (mogli, figli ecc.) di ogni appartenente alla folla che avrebbe voluto stuprare i due angeli? Se tutto ciò aveva una sua plausibilità all'interno del contesto fortemente patriarcale in cui il testo fu vergato, dove mogli e figli non avevano dignità giuridica autonoma e quindi pagavano per le colpe dei maschi adulti della famiglia di appartenenza, tutto ciò crolla dinanzi alla morale cristiana di oggi, dove la responsabilità delle azioni è personale e alla fine si verrà giudicati per le azioni personalmente compiute.

La spiegazione di tutto sta, molto semplicemente, nel fatto che l'ignoto estensore del libro della Genesi aveva tutt'altri obiettivi rispetto alla volontà di regolare i comportamenti sessuali tra gli uomini o di indicare una morale sessuale, anche perché, obiettivamente, le morali sessuali che si potrebbero trarre dal racconto non sono proprio il massimo esempio di virtù possibile, almeno stando ai canoni morali odierni. E i veri obiettivi che si prefiggeva l'estensore del testo sono scritti chiaramente nella stessa Bibbia. Nel libro di Ezechiele (16:49-50) si legge infatti: "Ecco, questa fu l'iniquità di tua sorella Sodoma: essa e le sue figlie avevano superbia, ingordigia, ozio indolente, ma non stesero la mano al povero e all'indigente: insuperbirono e commisero ciò che è abominevole dinanzi a me: io le vidi e le eliminai."

Come si può vedere, nelle motivazioni espresse da Yahweh per giustificare la distruzione di Sodoma e delle altre città non c'è alcuna menzione ad alcun tipo di peccato sessuale. Yahweh a questa cosa non ci pensa proprio, adducendo tutte altre motivazioni. Torniamo a questo punto al concetto di Bibbia-supermercato. Il fatto che molto difficilmente sentirete da un cristiano omofobo citare questo passo, che indica le vere motivazioni che portarono alla distruzione di Sodoma, è una delle tante dimostrazioni della consistenza del concetto. Ma ormai il danno è fatto, il brano biblico in questione è stato sapientemente propagandato nel corso dei secoli come colonna portante di una morale sessuale che demonizza l'omosessualità e non è stato più possibile tornare indietro. La condanna e la repressione dell'omosessualità che, pur all'interno di diverse "faglie epistemologiche", attraverserà l'impero romano, il Medioevo e l'età moderna, originano da qui. Questo è il motivo per cui mi sono dilungato su questo episodio.

Per quanto riguarda le civiltà pagane precristiane, come la Grecia classica e i Romani - qui sintetizzo maggiormente -, c'è da dire che il concetto di omosessualità non esisteva, nel senso che l'attrazione sessuale verso persone dello stesso sesso aveva la stessa dignità dell'attrazione sessuale verso persone dell'altro sesso. La differenza la facevano gli atti e le azioni sessuali in sé, erano infatti questi a essere considerati "filosoficamente" sbagliati. Il primo motivo stava nel fatto che gli atti omosessuali andavano contro il piano divino della natura che era la procreazione. Quando si faceva sesso bisognava farlo per procreare, per intenderci, un po' come del resto prescrive ancora oggi la dottrina cattolica, anche se largamente disattesa. Il secondo motivo che faceva ritenere gli atti omosessuali filosoficamente sbagliati risiedeva nella provocazione del discredito del soggetto passivo. Insomma, il soggetto passivo veniva disonorato. Per capire questo bisogna tenere conto che nella Grecia classica l'atto sessuale non era inteso allo stesso modo in cui lo intendiamo noi. L'atto sessuale era inteso come qualcosa che qualcuno faceva a qualcun altro, c'erano quindi un soggetto attivo e uno passivo. Queste due figure non erano di valore paritario; chi aveva un ruolo attivo era considerato superiore a chi aveva un ruolo passivo, il quale era subordinato a un ruolo di sottomissione. Questa cosa non creava nessun problema nei rapporti eterosessuali perché nella Grecia classica la donna, in quanto donna, era già considerata inferiore per natura. E non creavano problemi neppure i rapporti omosessuali con gli schiavi, in quanto questi ultimi non erano considerati persone ma beni materiali, e come beni materiali totalmente immuni dal rischio di perdere l'onore. L'atto sessuale, quindi, nell'antichità classica impregnata fino al midollo di maschilismo e di ossessione per la virilità, era concepito come atto di presa di possesso, e tra l'altro questo concetto è rimasto ancora oggi quando si dice "possedere una donna", al quale, non a caso, non corrisponde l'equivalente "possedere un uomo". In definitiva, nell'antichità ciò che contava nei rapporti sessuali era mantenere il ruolo attivo, altrimenti ne avrebbero fatto le spese l'onore e la virilità. Stabilito questo, tutto era lecito.

La "rivoluzione", se così si può dire, portata dall'avvento del cristianesimo si è realizzata nel cambio totale di questo paradigma. Col cristianesimo, che basava la sua morale sessuale sulle condanne bibliche, la stessa attrazione omosessuale era già considerata peccato, indipendentemente dal ruolo passivo o attivo che si assumeva durante l'atto sessuale. In pratica, la differenza sostanziale tra le due visioni era che nell'antichità classica erano gli atti a essere filosoficamente sbagliati, non il desiderio o l'attrazione omosessuale in sé; col cristianesimo è il desiderio stesso dell'omosessualità a essere sbagliato, peccaminoso, non tanto perché ispirato da un istinto interiore sregolato, ma perché ispirato addirittura dal diavolo stesso.

Da qui comincia la lunghissima e travagliata storia dei rapporti tra cristianesimo e omosessualità che attraverserà l'Impero romano e il Medioevo, per arrivare all'Italia del fascismo e della liberazione passando per la Firenze del Quattrocento, la Spagna del Seicento, la Francia di Napoleone e attraversando secoli e secoli di persecuzioni, processi, roghi, gogne, privazioni, torture, abusi a cui sono stati sottoposti milioni di persone colpevoli solo di avere un orientamento sessuale perfettamente naturale ma non conforme agli "standard".

Chi ci rimette

Sono al tavolino del bar. Entra una ragazza ucraina che lavora qui in Italia. Sua sorella è rimasta là con due bambini piccoli e il marito di lei è in Germania per lavoro. Né lei né il marito della sorella possono mandare soldi perché i canali per farli arrivare sono interrotti. È chiusa in casa coi suoi bambini; non arriva acqua e pure luce e riscaldamento vanno e vengono. I militari sono per le strade e si sentono continuamente esplosioni. La ragazza si appoggia al banco e piange, sfogandosi con la barista. Io vorrei dirle qualcosa, fare qualcosa, ma non so cosa.
Ci saranno torti e ragioni, non discuto, è materia per analisti, ma alla fine la guerra è sempre questa schifezza qua, e, come diceva Gino Strada, chi ci rimette è sempre la povera gente e quelli che non c'entrano niente.

venerdì 25 febbraio 2022

Sul libertinismo

Scrive Giovanni Dall'Orto in Tutta un'altra storia. L'omosessualità dall'antichità al secondo dopoguerra, di cui parlerò più approfonditamente una volta terminato il libro, che il libertinismo, una corrente di pensiero nata in Italia nella prima metà del Cinquecento e terminata, o meglio fortemente ridimensionata, dalla Controriforma del Seicento, è un insieme di punti di vista che hanno come elemento comune l'idea che l'anima umana, così come quella degli altri animali, muore assieme al corpo. Ciò implica automaticamente (a) la falsità di tutte le religioni e delle loro promesse; (b) l'impossibilità di basare la morale sulla religione e (c) la volontà di basarla sulla ragione. 

Tutto questo cozza vistosamente con l'idea di libertinismo di oggi, idea che - scrive sempre Dall'Orto - è sostanzialmente una caricatura messa in circolazione dai suoi "nemici", cioè le Chiese di allora. Per queste ultime, infatti, il libertino è un misero senzadio che, rifiutando la morale religiosa, è di conseguenza completamente amorale e dedito solamente alla ricerca del piacere fisico (specie sessuale), ossia al libertinaggio.

In effetti, pensandoci, è vero, il termine libertino rimanda ancora oggi, nel sentire comune, a persona sostanzialmente anarchica e di facili e liberi costumi. Mentre invece c'è ben altro.

Sordi e la Padania

Il 24 febbraio 2003 se ne andava Alberto Sordi. All'epoca la Padania, organo della Lega Nord, scrisse qualcosa tipo "Un romano simpatico", come a voler dire che tutti gli altri romani erano antipatici se non peggio. Mi ricordo questo particolare perché all'epoca girava in rete e questa uscita della Padania fece irritare parecchio la blogosfera. 
Solo per ricordare ai tanti più o meno finti distratti cos'era la Lega prima della svolta nazionalista del "prima gli italiani".

giovedì 24 febbraio 2022

Domande

Mentre seguo ciò che succede non posso fare a meno di pensare che, se racchiudiamo in uno solo i circa 4 miliardi di anni dalla comparsa della vita a oggi sul nostro pianeta, dal primo gennaio al 2 novembre abbiamo solo semplicissime forme di vita unicellulari come i virus e i batteri. Poi l'evoluzione decide di cominciare a sperimentare e nascono forme di vita più complesse. I dinosauri arrivano a metà dicembre. I primi esseri a staccarsi dallo scimpanzé e a essere catalogati nel genere Homo, i nostri più lontani antenati, compaiono il 31 dicembre. La nostra specie, Homo Sapiens, compare negli ultimi minuti prima di Capodanno. La scrittura negli ultimi secondi. In altre parole, siamo su questa pianeta da un niente, siamo gli ultimi arrivati e in questo niente abbiamo fatto i peggiori disastri di ogni altra forma di vita mai apparsa in quattro miliardi di anni. Sarà il caso di farci qualche domanda, o no?

Salario minimo

Senza troppo clamore, almeno qua da noi, la Germania del neonato governo socialdemocratico post-Merkel ha innalzato, a partire dal prossimo ottobre, il salario minimo di tutti i lavoratori portandolo da 9,82 a 12 euro l'ora. Un lavoratore che copre le 40 ore settimanali si vedrà quindi riconosciuto - stiamo parlando di medie, ovviamente - uno stipendio che gira attorno ai 2100 euro. In Italia il reddito minimo nazionale non esiste. Non esiste cioè una soglia legale minima sotto la quale il datore di lavoro non possa scendere per retribuire il lavoratore; esiste solo una giungla (più di 800) di centinaia di contratti collettivi diversi tra loro. 

C'è da qualche tempo, depositato al Senato, un disegno di legge a firma Nunzia Catalfo per introdurre il salario minimo fissandone la soglia a 9 euro all'ora lordi (che è una roba ridicola, ma l'alternativa è il niente). Se diventasse legge, nessun contratto collettivo potrebbe scendere sotto questa soglia. Confindustria e sindacati piangono, ovviamente. La prima perché le aziende dovrebbero pagare di più i lavoratori, i secondi perché perderebbero potere nelle contrattazioni (i sindacati ne hanno tantissimo nella definizione dei contratti collettivi). 

Bene. La notizia è che Pd, Forza Italia e Lega, cioè destra e (finta) sinistra allegramente insieme, hanno presentato emendamenti per "svuotare", di fatto sabotare, questa legge, proponendo di eliminare qualsiasi riferimento alla soglia minima di nove euro all'ora. Confindustria sorride, i sindacati sono felici, e quel 30% di lavoratori, spesso poveri, che avrebbero avuto diritto a godere di questo beneficio, rimanono come al solito con le pive nel sacco.

Pazienza Forza Italia e Lega, che sono di destra e la destra ha storicamente visto i lavoratori come sappiamo; ma il Pd? Letta non ha niente da dire? La cosa divertente, si fa per dire, è che poi questi signori sono gli stessi che strillano e si appellano ai giovani perché non se ne vadano dall'Italia.

Guerra

Questa mattina presto Putin ha iniziato l'invasione dell'Ucraina, assediando varie città e bombardando varie strutture nell'est del paese. Non c'è granché da dire che non sia già stato detto riguardo ai motivi che l'hanno spinto a dare inizio a un conflitto alle porte orientali dell'Europa, conflitto che più o meno direttamente è inevitabile che avrà prima o poi ricadute anche per noi - diversi analisti hanno ipotizzato che l'invasione dell'Ucraina potrebbe trasformarsi nel più vasto conflitto europeo dai tempi della Seconda guerra mondiale.

Se in effetti si guarda alle modalità con cui si è originata l'ultima guerra, che poi non sono molto diverse da quelle che hanno originato quella del 15-18, si vede che i prodromi sono i medesimi. 

A margine, a me viene da chiedermi quanto si debba essere fuori dalla realtà per prendere simili decisioni. La maggior parte dello stesso popolo russo non ha mai voluto questa guerra, non solo perché conscio delle ricadute in termini di perdite umane che provocherà, ma per le conseguenze sul piano economico e sociale prodotte dalle sanzioni che i paesi NATO infliggeranno alla Russia e che andranno ad aggravare una situazione economica che già adesso non si può certo definire prospera. 

Ma è sempre così: chi sta nelle stanze dei bottoni è come se vivesse in un pianeta a sé stante, totalmente refrattario a ogni contatto col mondo reale, quello composto di persone che spesso devono arrabattarsi in qualche modo per riuscire a mettere insieme il pranzo con la cena.

mercoledì 23 febbraio 2022

Post rimossi

Mi è arrivata questa mattina una mail dalla legale di un uomo politico, ex ministro, abbastanza noto una dozzina d'anni fa. Nella mail mi si chiede cortesemente di rimuovere alcuni post relativi a questa persona che scrissi all'epoca, quando mi interessavo molto di politica (oggi non me ne frega quasi più niente) e di questi temi parlavano la quasi totalità delle cose che scrivevo qui.

La richiesta mi è stata rivolta in ossequio a ciò che viene definito Diritto all'oblio, dal 2018 regolato da apposita legge. In pratica, avvalendosi di questo diritto, il personaggio in questione chiede la rimozione di tutto ciò che lo riguarda e che è reperibile in rete. In effetti avevo scritto parecchi post su di lui, anche in virtù di una vicenda giudiziaria che all'epoca lo interessò.

Ho rimosso i post segnalatimi senza problemi, tranne alcuni che col personaggio in questione e la sua vicenda non c'entravano niente e che probabilmente mi sono stati segnalati per una svista. Stavo però pensando che in passato, come dicevo, ho scritto molto di politica e di politici, e se questa cosa del diritto all'oblio prende piede, mi sa che faccio prima a chiudere il blog.

Bollo e balle

Sono anziano e, come anziano, ho una certa fissa per vecchi arnesi come la semantica. Nel post con cui Gioggia annuncia la sospensione del b...