Una affluenza tra le più basse della storia recente. Nessuno che fosse sano di mente si aspettava ovviamente il raggiungimento del quorum, ma credo che fosse altrettanto difficile aspettarsi una debacle simile. In fondo non c'è neppure granché da stupirsi. Il quesito era molto tecnico e, come osserva giustamente Malvino sul suo blog, all'italiota medio non si può chiedere di spremere troppo le meningi, specie se ciò richiede lo sforzo di documentarsi un pochino e specie se il quesito referendario non lo tocca da vicino - un ipotetico referendum su una faccenda di calcio, ad esempio, avrebbe ottenuto partecipazioni plebiscitarie.
Quindi siamo punto e a capo, meritiamo tutto ciò che ci capita e tutte le angherie, sapientemente edulcorate, che quotidianamente ci sottopongono quelli lassù, dal momento che ogni volta che siamo chiamati a partecipare a iniziative che possono fare da input a qualche forma di cambiamento ce ne sbattiamo i coglioni e diamo retta a certi figuri orribili, che si ergono a sedicenti salvatori della patria mentre sono solo salvatori di se stessi e dello status quo. Ecco perché il fallimento vero non è del referendum.
"...e il mio maestro m'insegnò com'è difficile trovare l'alba dentro l'imbrunire..." (Franco Battiato)
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domenica 17 aprile 2016
Il fallimento non è del referendum sulle trivelle
sabato 16 aprile 2016
Domani andrò a votare
Confesso che quando si cominciò a parlare di questo cosiddetto referendum sulle trivelle, complice anche la mia pigrizia non ero granché interessato alla faccenda, tantomeno pensavo che mi sarei recato ai seggi. A farmi cambiare idea sono stati in questi giorni Renzi e Napolitano coi loro reiterati appelli ad astenersi, che hanno fatto scattare in me la curiosità di informarmi bene in merito. In passato ho disertato le urne parecchie volte, anche in occasione di elezioni politiche importanti come le nazionali e qualche amministrativa, e ho disertato proprio quegli appuntamenti in cui da parte dei politici erano più pressanti gli appelli a recarsi alle urne. Questa volta i tromboni reclamizzano l'astensione e io, per dispetto, vado a votare. Lo so, come ragionamento non è che sia eticamente e intellettualmente molto elevato, è anzi piuttosto terra terra, ma d'altra parte ci troviamo di fronte una classe politica che non mi sembra meriti molto di più, quindi ho buon gioco nel rendergli pan per focaccia. Chiarito questo, scendo un po' più nello specifico.
Partiamo da ciò che ha detto Renzi. "Questo referendum riguarda le fonti di approvvigionamento italiane". Falso, o almeno è falso l'enunciato messo giù in questo modo. Il gas e il petrolio ricavato dalle trivelle a rischio chiusura, nel 2015 hanno soddisfatto il totale del fabbisogno italiano rispettivamente nella misura del 3% e 1%. Niente, praticamente. Nessuna apocalittica crisi energetica si aprirebbe in caso di vittoria dei sì (quorum permettendo, ovviamente), né saremmo obbligati a rinunciare all'auto o al condizionatore d'estate. C'è poi lo spettro dei lavoratori a rischio, che il premier agita a ogni comparsata pubblica. Nell'ultima versione riportata da Repubblica, principale house organ del governo, sarebbero ben 11.000. Ovviamente è sufficiente qualche clic su Google (ad esempio qui e qui) per rendersi conto che si tratta di numeri ben poco attinenti alla realtà. In più, da come la buttà giù Renzi sembra che se si dovesse raggiungere il quorum e dovessero vincere i sì, da lunedì i lavoratori sarebbero automaticamente a casa, cosa che ovviamente non è vera perché la prima trivella verrebbe sigillata nel 2018 e l'ultima nel 2034, e non sarebbe certamente difficile ricollocare nel frattempo gli eventuali nuovi disoccupati dal momento che si tratta per la maggior parte di manodopera qualificata.
Queste, ridotte all'osso, sono le principali motivazioni che domani mi spingeranno verso il seggio. Ovviamente da queste parti nessuno si fa grosse illusioni sul raggiungimento del quorum, d'altra parte basta guardare l'andamento statistico dell'istituto referendario negli ultimi lustri per rendersi conto dell'andazzo, ma è anche vero che in passato qualche rara sorpresa c'è stata, e sarà bello vedere le facce di Renzi e Napolitano in caso succeda il miracolo.
Partiamo da ciò che ha detto Renzi. "Questo referendum riguarda le fonti di approvvigionamento italiane". Falso, o almeno è falso l'enunciato messo giù in questo modo. Il gas e il petrolio ricavato dalle trivelle a rischio chiusura, nel 2015 hanno soddisfatto il totale del fabbisogno italiano rispettivamente nella misura del 3% e 1%. Niente, praticamente. Nessuna apocalittica crisi energetica si aprirebbe in caso di vittoria dei sì (quorum permettendo, ovviamente), né saremmo obbligati a rinunciare all'auto o al condizionatore d'estate. C'è poi lo spettro dei lavoratori a rischio, che il premier agita a ogni comparsata pubblica. Nell'ultima versione riportata da Repubblica, principale house organ del governo, sarebbero ben 11.000. Ovviamente è sufficiente qualche clic su Google (ad esempio qui e qui) per rendersi conto che si tratta di numeri ben poco attinenti alla realtà. In più, da come la buttà giù Renzi sembra che se si dovesse raggiungere il quorum e dovessero vincere i sì, da lunedì i lavoratori sarebbero automaticamente a casa, cosa che ovviamente non è vera perché la prima trivella verrebbe sigillata nel 2018 e l'ultima nel 2034, e non sarebbe certamente difficile ricollocare nel frattempo gli eventuali nuovi disoccupati dal momento che si tratta per la maggior parte di manodopera qualificata.
Queste, ridotte all'osso, sono le principali motivazioni che domani mi spingeranno verso il seggio. Ovviamente da queste parti nessuno si fa grosse illusioni sul raggiungimento del quorum, d'altra parte basta guardare l'andamento statistico dell'istituto referendario negli ultimi lustri per rendersi conto dell'andazzo, ma è anche vero che in passato qualche rara sorpresa c'è stata, e sarà bello vedere le facce di Renzi e Napolitano in caso succeda il miracolo.
venerdì 15 aprile 2016
Avvisiamo Renzi e Napolitano?
Il sempre attento Malvino fa notare sul suo blog che esiste una legge del 1970, attualmente ancora in vigore, che in un suo articolo prevede la punizione con la reclusione da sei mesi a tre anni per «chiunque investito di un pubblico potere [...] si adopera [...] ad indurli [gli elettori] all’astensione».
Che si fa?
giovedì 14 aprile 2016
Di trivelle, di Napolitano e di cittadini
Tra le motivazioni addotte da Renzi a supporto della sua convinzione che la consultazione sulle trivelle è basata su una sorta di malinteso/bufala e va quindi disertata, c'è quella secondo cui "Il referendum [è] voluto dai consigli regionali, non dai cittadini". Ora, volendo filosofare un pochino, l'asserzione giustificata da questo tipo di premessa è che i consigli regionali non rispecchiano il volere dei cittadini, le loro richieste e le loro aspirazioni, quindi, spingendosi ancora un pochino più in là con le deduzioni, possiamo tranquillamente affermare che consigli regionali e democrazia hanno ben poco da spartire, secondo Renzi. Se Renzi pensa questo, e, come abbiamo visto, da quanto dice lo pensa, ci sarebbe da fargli notare che dei 100 senatori di cui sarà composto il Senato dopo la riforma costituzionale di cui si parla ampiamente in questi giorni, 74, cioè quasi i 3/4, saranno nominati dai consigli regionali, gli stessi consigli regionali che proprio oggi ha bollato come antidemocratici o comunque lontani da qualunque tipo di istanza riferibile alle volontà dei cittadini.
Insomma, per uscire un po' dai pleonasmi e alla luce di quanto ha affermato il tipo di Rignano, le modalità con cui saranno nominati i nuovi senatori non avranno niente di democratico, che è una delle ragioni di rifiuto che i detrattori della riforma rinfacciano al governo fin da quando decise di partire in quarta con questa riforma. Renzi, ovviamente, ha sempre respinto questo addebito, figurarsi, quindi la domanda alla fine è: come vanno inquadrati questi benedetti consigli regionali? È semplice: dipende dai contesti in cui si inseriscono. Se servono per dimostrare che una riforma costituzionale abominevole che darà molto potere all'esecutivo e ne ridurrà i contrappesi è cosa buona e giusta, allora sono democratici; se, viceversa, essi sono promotori di iniziative referendarie che al presidente del consiglio stanno abbondantemente sulle palle, allora sono antidemocratici. Tutto molto semplice, direi.
L'uscita molto infelice di Napolitano a favore dell'astensione, invece, che ha probabilmente provocato una abbondante eiaculazione al premier, non la commento perché non mi sembra ci sia granché da commentare. Uomini pubblici di spicco (politici, prelati ecc.) hanno in ogni occasione di referendum fatto pressioni per tirare acqua al proprio mulino o alla propria parte politica. Penso ad esempio a quella mezza sega di Ruini, che nel 2005, in occasione del referendum abrogativo della legge 40, che naturalmente fallì, andava in televisione ogni tre per due a raccomandare di stare a casa. Oppure penso a quando Craxi, nel '91, nel referendum con cui furono stracciati i voti plurimi di preferenza, invitava le gente ad andare al mare, e si potrebbe continuare. Napolitano, con la sua patetica uscita - d'altra parte è noto che raramente, a memoria, ha preso le parti della società civile - non ha inventato niente di nuovo.
Insomma, per uscire un po' dai pleonasmi e alla luce di quanto ha affermato il tipo di Rignano, le modalità con cui saranno nominati i nuovi senatori non avranno niente di democratico, che è una delle ragioni di rifiuto che i detrattori della riforma rinfacciano al governo fin da quando decise di partire in quarta con questa riforma. Renzi, ovviamente, ha sempre respinto questo addebito, figurarsi, quindi la domanda alla fine è: come vanno inquadrati questi benedetti consigli regionali? È semplice: dipende dai contesti in cui si inseriscono. Se servono per dimostrare che una riforma costituzionale abominevole che darà molto potere all'esecutivo e ne ridurrà i contrappesi è cosa buona e giusta, allora sono democratici; se, viceversa, essi sono promotori di iniziative referendarie che al presidente del consiglio stanno abbondantemente sulle palle, allora sono antidemocratici. Tutto molto semplice, direi.
L'uscita molto infelice di Napolitano a favore dell'astensione, invece, che ha probabilmente provocato una abbondante eiaculazione al premier, non la commento perché non mi sembra ci sia granché da commentare. Uomini pubblici di spicco (politici, prelati ecc.) hanno in ogni occasione di referendum fatto pressioni per tirare acqua al proprio mulino o alla propria parte politica. Penso ad esempio a quella mezza sega di Ruini, che nel 2005, in occasione del referendum abrogativo della legge 40, che naturalmente fallì, andava in televisione ogni tre per due a raccomandare di stare a casa. Oppure penso a quando Craxi, nel '91, nel referendum con cui furono stracciati i voti plurimi di preferenza, invitava le gente ad andare al mare, e si potrebbe continuare. Napolitano, con la sua patetica uscita - d'altra parte è noto che raramente, a memoria, ha preso le parti della società civile - non ha inventato niente di nuovo.
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