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giovedì 2 gennaio 2020

La fine dei Sapiens


Ho terminato poco fa quello che probabilmente è il libro più bello che mi sia capitato di leggere negli ultimi anni e sicuramente quello che ho sottolineato di più e a cui ho fatto più orecchie. È un saggio storico-scientifico che racconta in cinquecento pagine la storia della nostra specie, gli Homo Sapiens, partendo dal loro più lontano progenitore, un essere umano che 2,5 milioni di anni fa fece la sua comparsa in un vasto territorio dell'Africa occidentale e da lì partì alla conquista del pianeta.

È soprattutto la storia di come noi Sapiens siamo riusciti a sbaragliare la "concorrenza" e tutte le altre specie di "Homo" e a divenire i padroni incontrastati del mondo, impresa che abbiamo compiuto utilizzando una facoltà apparentemente banale: l'immaginazione. Siamo stati cioè la prima specie animale capace di inventare religioni, leggi, enti giuridici ecc., tutte cose che nella realtà non esistono ma che vengono accettate da tutti e che hanno costituito il "collante" che ha permesso ai Sapiens di primeggiare.

Non è un libro noioso, come in genere si pensa dei saggi. Tutt'altro. Yuval Noah Harari ha la capacità, ricorrendo a vari espedienti retorici, di non annoiare mai il lettore anche quando affronta concetti che possono apparire complicati, e la lettura scorre quindi piacevole e fluida. Quasi un capolavoro.

mercoledì 1 gennaio 2020

L'era dello shopping

"L'economia capitalistica moderna, se vuole sopravvivere, ha come imperativo il costante incremento della produzione: è come un pescecane che deve nuotare incessantemente per non soffocare. Produrre, di per sé, non basta. Ci deve essere anche qualcuno che compra i prodotti, altrimenti gli industriali e gli investitori falliscono. Per evitare questa catastrofe, e per essere sicuri che la gente comprerà sempre ogni novità prodotta dall'industria, si è creata una nuova etica: il consumismo.
Nel corso della storia, la maggior parte dell'umanità è vissuta in condizioni di penuria. La parola d'ordine era quindi frugalità. L'austera etica dei puritani o quella degli spartani non sono che due esempi tra i più famosi. Una persona retta evitava i lussi, non buttava mai via il cibo e rattoppava i pantaloni rotti invece di comprarne un nuovo paio. Solo i re e i notabili potevano permettersi di rinunciare pubblicamente a tali valori e sfoggiare senza riguardo le proprie ricchezze.
Il consumismo invece considera positivo il consumo di un numero sempre maggiore di prodotti e servizi. Incoraggia le persone a gratificarsi, a viziarsi. E persino a uccidersi lentamente a furia di consumare. La frugalità è una malattia da curare."
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"Il consumismo ha lavorato sodo, con l'aiuto della psicologia popolare ('Fallo e basta!'), per convincere la gente che l'indulgenza fa bene, mentre la frugalità è una forma di masochismo. E ci è riuscito. Siamo tutti dei bravi consumatori. Compriamo innumerevoli prodotti di cui non abbiamo veramente bisogno e di cui, fino a ieri, ignoravamo persino l'esistenza. I produttori progettano deliberatamente merci che non devono durare a lungo, e inventano nuovi e inutili modelli di prodotti che andavano benissimo ma che bisogna per forza comprare se si vuole essere "in". Lo shopping è diventato uno dei passatempi più diffusi, e i beni di consumo sono diventati mediatori essenziali nei rapporti tra i membri della famiglia, i coniugi e gli amici. Feste religiose come il Natale sono diventate un festival dello shopping. Negli Stati Uniti persino il Memorial Day, che in origine era una ricorrenza solenne per ricordare i soldati caduti, è ora occasione di saldi speciali. Molte persone scelgono proprio questo giorno per andare a far compere, forse per dimostrare che i difensori della libertà non sono morti invano.
La fioritura dell'etica consumistica si manifesta con particolare evidenza nel mercato alimentare. Le tradizionali società agricole vivevano sotto la spada di Damocle della fame. Nella società opulenta di oggi uno dei principali problemi della salute pubblica è l'obesità, che colpisce i poveri (che si rimpinzano di hamburger e pizza) anche più seriamente dei ricchi (che si nutrono di insalate e frullati di frutta). Ogni anno la popolazione degli Stati Uniti spende più soldi in diete di quanti ne basterebbero per dar da mangiare a tutta la gente che soffre la fame nel resto del mondo. L'obesità rappresenta per il consumismo una doppia vittoria. Invece di mangiare poco, cosa che porterebbe alla contrazione economica, la gente mangia troppo e poi compra anche i prodotti per la dieta, contribuendo doppiamente alla crescita economica."
[...]
"Come possiamo conciliare l'etica consumistica con l'etica capitalistica dell'uomo d'affari, secondo la quale i profitti non dovrebbero mai essere sprecati ma reinvestiti nella produzione? È semplice. Come nelle epoche precedenti, c'è oggi una divisione del lavoro fra le élite e le masse. Nell'Europa medievale gli aristocratici spendevano con noncuranza i propri soldi in lussi stravaganti, mentre i contadini vivevano frugalmente, stando bene attenti a ogni centesimo. Oggi lo schema si è rovesciato. I ricchi si prendono gran cura di gestire bene i propri beni e investimenti, mentre i meno abbienti fanno debiti per comprare macchine e televisori di cui non hanno veramente bisogno.
L'etica capitalistica e quella consumistica sono due facce della stessa medaglia, una fusione di due comandamenti. Il comandamento supremo del ricco è "Investi!" Il comandamento supremo di tutti noi è "Compra!"
L'etica capitalistico-consumistica è rivoluzionaria anche sotto un altro aspetto. Quasi tutti i sistemi etici proponevano agli uomini un patto piuttosto oneroso. Promettevano loro il paradiso, ma solo se gli uomini avessero coltivato la compassione e la tolleranza, vinto la bramosia e l'ira, contenuto i propri interessi egoistici. Per i più, questo era troppo difficile. La storia dell'etica è una storia triste di splendidi ideali a cui nessuno riesce a conformarsi. La maggioranza dei cristiani non ha imitato Cristo, la maggioranza dei buddisti non ha seguito l'esempio di Buddha e la maggioranza dei confuciani avrebbe fatto venire uno scatto di nervi a Confucio.
Per contrasto, quasi tutti oggi seguono con successo l'ideale capitalistico-consumistico. La nuova etica promette il paradiso a condizione che i ricchi restino avidi e trascorrano il loro tempo a fare ancora più soldi, e che le masse diano libero sfogo alle loro voglie e passioni, e comprino di più, sempre di più. Questa è la prima religione nella storia i cui seguaci fanno effettivamente ciò che viene chiesto loro di fare. Ma come facciamo a sapere che in cambio avremo davvero il paradiso? Beh, l'abbiamo sentito alla televisione."

(da Sapiens, da animali a dèi. Breve storia dell'umanità, Y. N. Harari)

lunedì 30 dicembre 2019

Tra politeismo e monoteismo

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Oltre duemila anni di lavaggio del cervello monoteistico hanno fatto sì che la maggior parte degli occidentali consideri il politeismo come un'idolatria ignorante e infantile. Questo è uno stereotipo assolutamente ingiusto. Se vogliamo comprendere la logica interna del politeismo, è necessario afferrare bene l'idea centrale su cui si basa la credenza in molti dèi.
Il politeismo non mette necessariamente in discussione l'esistenza di una singola potenza o legge che governa l'intero universo. In effetti, la maggior parte delle religioni politeistiche e anche animiste riconosce un potere supremo che sta dietro tutti i differenti dèi, demoni, spiriti e luoghi sacri. Nel politeismo greco classico Zeus, Era, Apollo e i loro colleghi erano soggetti a una potenza superiore e onnicomprensiva - il Fato (Moira, Ananke). Anche le divinità nordiche erano alla mercé del fato, che destinava loro di perire nel cataclisma di Ragnaröck (il Crepuscolo degli dèi). Nella religione politeistica degli Yoruba dell'Africa occidentale, tutti gli dèi erano nati dal dio supremo Olodumare e restavano a lui sottoposti. Nel politeismo indù un unico principio vitale, Atman, controlla la miriade di dèi e di spiriti, tutta l'umanità e il mondo biologico e fisico. Atman è l'essenza eterna ovvero l'anima dell'intero universo, così come di ogni individuo e di ogni fenomeno.
L'assunto fondamentale del politeismo, e ciò che lo distingue dal monoteismo, è che il supremo potere che governa il mondo, che sta al di là e al di sopra degli dèi, è privo di qualsiasi interesse e pregiudizio, e dunque è indifferente riguardo ai desideri, alle attenzioni e alle preoccupazioni degli umani. È inutile chiedere a tale potere la vittoria in guerra, la salute o la pioggia, perché dal suo punto di vista che tutto abbraccia, non fa alcuna differenza che in battaglia vinca questo o quel regno, che una particolare città prosperi o impoverisca, che una certa persona guarisca o muoia. I greci non sprecavano alcun sacrificio destinandolo al Fato, e gli indù non costruirono templi ad Atman.
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Il politeismo contribuisce Inoltre al formarsi di una tolleranza religiosa. Poiché i politeisti credono, da un lato, in un potere supremo e completamente disinteressato, e dall'altro in molti poteri parziali e caratterizzati, non è affatto difficile, per i devoti di un dio, accettare l'esistenza e l'efficacia di altri dèi. Il politeismo è una forma di religione implicitamente liberale, e di rado perseguita gli "eretici" e gli "infedeli".
Anche quando popoli politeisti conquistarono vasti imperi, non cercarono di convertire le genti assoggettate. Gli Egizi, i Romani e gli Aztechi non inviarono missionari in terre straniere allo scopo di diffondere il culto di Osiride, di Giove o di Huitzilopochtli (il principale Dio azteco), e certamente non inviarono eserciti a quello scopo. Dai popoli dominati ci si aspettava che rispettassero gli dèi e i rituali dell'impero, poiché quegli dèi e quei rituali proteggevano e legittimavano l'impero stesso. Ma non veniva loro richiesto di rinunciare alle divinità e ai riti locali. Nell'impero azteco, i popoli dominati erano obbligati a costruire templi in onore di Huitzilopochtli, ma questi venivano eretti accanto a quelli delle divinità locali, e non al loro posto. In molti casi la stessa élite imperiale adottò dèi e rituali dei popoli sottomessi - i Romani aggiunsero tranquillamente al loro pantheon la dea asiatica Cibele e la dea egizia Iside.
L'unica divinità che i Romani si rifiutarono a lungo di tollerare fu il monoteistico ed evangelizzante dio dei cristiani. L'impero romano non imponeva ai cristiani di rinunciare al loro credo e ai loro riti, si aspettava però che essi portassero rispetto agli dèi protettori dell'impero e alla figura divinizzata dell'imperatore. Ciò era interpretato come un atto di lealtà politica. Ma quando i cristiani si rifiutarono di obbedire, continuando a respingere ogni tentativo di compromesso, i romani reagirono con la persecuzione di quella che consideravano una fazione politicamente sovversiva. E persino tale iniziativa fu condotta in modo non sistematico. Nei 300 anni che trascorsero fra La crocifissione di Cristo e la conversione dell'imperatore Costantino, gli imperatori politeisti romani misero in atto non più di quattro persecuzioni generali dei cristiani. Alcuni amministratori e governatori locali incitarono per proprio conto azioni di violenza anticristiana. Ma se mettiamo insieme tutte le vittime di queste persecuzioni, risulta che durante i tre secoli in questione i romani politeisti trucidarono non più di qualche migliaio di cristiani.
Al confronto, nel corso dei successivi 1500 anni, i cristiani massacrarono altri cristiani a milioni, e solo per difendere interpretazioni leggermente differenti della religione dell'amore e della compassione. Esemplari, a questo riguardo, furono le guerre di religione fra cattolici e protestanti che devastarono l'Europa nel XVI e nel XVII secolo. Tutti coloro che ne furono coinvolti credevano nella divinità di Cristo e nel suo messaggio di compassione e di amore. Sulla natura di questo amore, però, c'erano dei disaccordi. I protestanti credevano che il divino amore fosse così grande che Dio aveva voluto farsi carne e sangue, e aveva lasciato che lo torturassero e crocifiggessero, redimendo con ciò il peccato originale e aprendo le porte del Paradiso a tutti quelli che professavano la fede in lui. I cattolici sostenevano invece che la fede, per quanto essenziale, non bastava. Per entrare in paradiso i credenti dovevano partecipare ai riti ecclesiastici e fare opere buone. I protestanti non erano d'accordo e dissero che un tale do ut des veniva a sminuire la grandezza è l'amore di Dio. Pensare che l'ingresso in paradiso dovesse dipendere dalle buone azioni significava mettere in rilievo il ruolo dell'individuo, implicando con ciò che le sofferenze di Cristo sulla croce e l'amore di Dio per l'umanità non erano abbastanza.
Queste dispute teologiche si fecero così violente che durante il XVI e il XVII secolo cattolici e protestanti si ammazzano a centinaia di migliaia. Il 23 agosto 1572 i cattolici francesi, che avvaloravano l'importanza delle buone azioni, attaccarono le comunità dei loro connazionali protestanti, che al posto più alto mettevano l'amore di Dio per l'umanità. Durante la notte di San Bartolomeo furono uccisi, nel giro di 24 ore, fra i 5.000 e 10.000 protestanti. Quando il Papa a Roma ricevette le notizie provenienti dalla Francia fu talmente sopraffatto dalla gioia che indisse preghiere di ringraziamento e commissionò a Giorgio Vasari la decorazione di una delle stanze del Vaticano con un affresco che celebra la strage (al momento i visitatori non hanno accesso alla stanza in questione). In quelle 24ore vennero uccisi più cristiani, da parte dei fratelli cristiani, di quanti ne avesse ucciso il politeistico Impero Romano nel corso di alcuni secoli.


(da Sapiens, da animali a dèi. Breve storia dell'umanità, Y. N. Harari)

sabato 28 dicembre 2019

A cosa serve la bocca

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La divisione tra uomini e donne è forse un prodotto dell'immaginazione, come il sistema delle Caste in India e il sistema razziale in America, oppure è una separazione naturale con profonde radici biologiche? Alcune disparità culturali, giuridiche e politiche tra uomini e donne non sono che il riflesso delle ovvie differenze biologiche tra i sessi. Fare bambini è sempre stato compito delle donne, perché gli uomini non hanno l'utero. Tuttavia intorno a questo fondamento universale, ogni società ha depositato uno strato dopo l'altro di concetti culturali e di norme che hanno poco a che fare con la biologia. Le varie società associano alla mascolinità e alla femminilità una quantità enorme di attributi che, per la maggior parte, non hanno alcun fondamento biologico preciso.
Per esempio, nella democratica Atene del quinto secolo avanti Cristo possedere l'utero significava non avere uno status giuridico indipendente e vedersi vietata la partecipazione alle assemblee popolari o la possibilità di ricoprire il ruolo di giudice. Con poche eccezioni, chi aveva l'utero non poteva beneficiare di una buona educazione, né dedicarsi al commercio o impegnarsi in speculazioni filosofiche. Nessuno dei leader politici di Atene, nessuno dei suoi grandi filosofi, oratori, artisti o mercanti aveva l'utero. Forse avere un utero rende una persona inadatta biologicamente a queste professioni? Gli antichi ateniesi pensavano di sì.
Non concordano gli ateniesi moderni. Nell'Atene di oggi le donne votano, vengono elette ai pubblici uffici, fanno discorsi, progettano di tutto, dai gioielli agli edifici e ai software, e vanno all'università. Il loro utero non impedisce loro di fare tutte queste cose con altrettanta bravura degli uomini. Certo sono ancora sottorappresentate nel mondo politico e in quello finanziario: nel parlamento greco le donne sono solo il 12% dei Deputati. Ma non esiste una barriera legale alla loro partecipazione politica, e la maggior parte dei Greci moderni ritiene che sia assolutamente normale per una donna avere un incarico pubblico. Numerosi Greci di oggi pensano anche che una parte integrante della qualità maschile stia nel essere attratto sessualmente soltanto dalle donne, e nell'avere rapporti sessuali esclusivamente con l'altro sesso. Non lo considerano un dato culturale quanto piuttosto una realtà biologica: i rapporti tra due persone di sesso opposto sono naturali, e innaturali quelli tra persone dello stesso sesso. In realtà, però, a Madre natura non importa nulla se gli uomini si sentono attratti sessualmente l'uno dall'altro. Sono solo le madri umane radicate in particolari culture che danno in escandescenze se il loro figlio ha una storia con il ragazzo della porta accanto. Se alla mamma saltano i nervi, ciò non è un imperativo biologico. Un numero significativo di culture umane ha considerato le relazioni omosessuali non solo legittime, ma anche costruttive dal punto di vista sociale, e gli antichi Greci ne sono stati l'esempio più eloquente. L'Iliade non fa menzione di eventuali obiezioni di Teti ai rapporti che suo figlio Achille aveva con Patroclo. La regina Olimpia di Macedonia fu una delle donne più caratteriali e volitive del mondo antico, e suo marito, re Filippo, fu assassinato. Tuttavia, non si infuriò quando suo figlio, Alessandro Magno, portò a a casa a cena il suo amante Efestione.
Come possiamo distinguere ciò che è biologicamente determinato da ciò che cerchiamo di giustificare tirando in ballo miti biologici? Una buona regola dice: "La biologia consente, la cultura proibisce". La biologia è propensa a tollerare uno spettro di possibilità assai ampio. È la cultura che impone alla gente di attuare certe possibilità proibendone altre. La biologia consente alle donne di avere bambini - alcune culture obbligano le donne ad attuare questa possibilità. La biologia consente agli uomini di godere sessualmente l'uno dell'altro - alcune culture proibiscono agli uomini di attuare questa possibilità. La cultura tende a sostenere che essa proibisce solo ciò che è innaturale. Ma da un punto di vista biologico, niente è innaturale. Tutto quello che è possibile è, per definizione, anche naturale. Un comportamento realmente innaturale, cioè che vada contro le leggi di natura, semplicemente non può esistere, per cui non avrebbe bisogno di alcuna proibizione. Nessuna cultura si è mai data la pena di proibire agli uomini di fare la fotosintesi, alle donne di correre più veloci della luce, o agli elettroni a carica negativa di attirarsi reciprocamente. In verità, i nostri concetti di naturale e innaturale non sono ricavati dalla biologia, ma dalla teologia Cristiana. Il significato teologico di naturale è di essere "consonante con gli intenti di Dio che ha creato la natura". I teologi cristiani sostennero che Dio aveva creato il corpo umano intendendo che ciascun membro e organo servisse a un particolare scopo. Se noi usiamo le nostre membra e i nostri organi per gli scopi previsti da Dio, si tratta di un'attività naturale, usarli in modo differente da quello inteso da Dio diventa una cosa innaturale. Ma l'evoluzione non ha alcuno scopo. Gli organi non si sono sviluppati in vista di uno scopo, e il modo in cui trovano uso è in costante cambiamento. Non c'è un singolo organo nel corpo umano che faccia solo il lavoro che il suo prototipo faceva quando comparve centinaia di milioni di anni fa. Gli organi si evolvono per svolgere una particolare funzione, ma una volta che si sono realizzati, possono adattarsi anche ad altri usi. 
Le bocche, per esempio, comparvero perché i primissimi organismi pluricellulari avevano bisogno di un modo per assumere sostanze nutritive nel loro corpo. Noi usiamo ancora la nostra bocca per tale scopo, ma anche per baciare, parlare e, se siamo Rambo, per tirare via la sicura dalle bombe a mano. Forse che alcuni di questi usi sono innaturali semplicemente perché 600 milioni di anni fa i nostri antenati larvali non facevano queste cose con la loro bocca? Allo stesso modo, non è che le ali comparvero improvvisamente in tutta la loro gloria aerodinamica. Si svilupparono da organi che servivano ad altri scopi. Secondo una teoria, le ali degli insetti si svilupparono milioni di anni fa da protuberanze del corpo su insetti che non volavano. Gli insetti con bernoccoli avevano una superficie più ampia di quella degli insetti senza bozzi, e questo fatto consentiva loro di assorbire più luce solare e di stare quindi più caldi. Attraverso un lento processo evoluzionistico, questi scaldini solari si fecero più grandi. La stessa struttura che consentiva un massimo assorbimento di luce - superficie estesa e piccolo peso - conferiva per caso anche un po' di slancio quando gli insetti dovevano zompare e saltare. Quelli che avevano protusioni più grandi potevano saltare più lontano. Alcuni insetti cominciarono a usarle per planare, e da lì il passo fu breve perché questi organi diventassero ali con cui alzarsi in volo. La prossima volta che una zanzara ronza vicino al vostro orecchio, accusatela pure di comportamento innaturale. Perché se fosse stata educata e paga di ciò che Dio le aveva dato, avrebbe dovuto usare le sue ali solo come pannelli solari.
Una identica sorte di molteplicità funzionale può essere riferita ai nostri organi e comportamenti sessuali. Il sesso dapprima si evolse per la procreazione e i rituali di corteggiamento come metodo con cui valutare l'idoneità di un potenziale partner, ma numerosi animali tendono a utilizzare entrambe queste finalità per una moltitudine di scopi sociali che hanno poco a che fare con la replicazione di sé. Gli scimpanzè, per esempio, usano il sesso per cementare alleanze politiche, stabilire intimità con qualcuno, allentare tensioni. È forse innaturale tutto questo?
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(da Sapiens, da animali a dèi. Breve storia dell'umanità, Y. N. Harari)

mercoledì 25 dicembre 2019

La specie più ferale


"Non credete agli ecologisti che abbracciano gli alberi, secondo i quali i nostri antenati vivevano in armonia con la natura. Molto tempo prima della Rivoluzione industriale, Homo sapiens conquistò il record, tra tutti gli organismi, di chi portò all'estinzione la maggior parte delle specie vegetali e animali. A noi spetta il triste primato di essere la specie più ferale che esista negli annali della biologia." È una delle considerazioni finali del capitolo intitolato La rivoluzione cognitiva, del bellissimo saggio di Yuval Noah Harari Sapiens, da animali a dèi. Breve storia dell'umanità che sto leggendo in questi giorni (ebbene sì, leggo anche a Natale). La considerazione dello scienziato israeliano nasce dallo studio degli spostamenti, e relativi disastri, provocati dai Sapiens una volta usciti dall'Africa alla conquista dell'Europa e dell'Asia prima, delle Americhe e dell'Australia poi. Alcuni dati.

Homo sapiens giunse in Australia tra i 40.000 e i 45.000 anni fa. In capo a poche migliaia di anni dopo il suo arrivo scomparve il 90% della megafauna che da milioni di anni popolava indisturbata il continente e la stragrande maggioranza delle specie vegetali. Nelle Americhe, invece, sempre il Sapiens arrivò attorno a 13.000 anni fa attraversando a piedi (allora si poteva) la striscia di terra che collegava la Siberia nord-orientale e l'Alaska nord-occidentale e provocando, dopo essersi poco a poco insediato nei territori delle due Americhe, il secondo disastro ecologico per importanza dopo quello australiano.

Scrive Harari: "La colonizzazione dell'America da parte dei Sapiens fu tutt'altro che incruenta, e si lasciò dietro una lunga scia di vittime. La fauna americana di 14.000 anni fa era assai più ricca di quanto non lo sia oggi. Quando i primi americani scesero dall'Alaska nelle pianure del Canada e negli Stati Uniti occidentali, incontrarono mammut e mastodonti, roditori della taglia di un orso, mandrie di cavalli e cammelli, leoni enormi e decine di specie possenti, di tipo oggi completamente sconosciuto, tra cui gli spaventosi felini coi denti a sciabola e i giganteschi bradipi terrestri che arrivavano a pesare otto tonnellate e a un'altezza di sei metri. L'America del sud ospitava una congerie ancora più esotica di grossi animali, rettili e uccelli. Le Americhe furono un grande laboratorio di sperimentazione evoluzionistica, un posto dove animali e piante sconosciuti in Asia e Africa si erano sviluppati e avevano prosperato magnificamente. Poi tutto questo finì. Nel giro di duemila anni dall'arrivo dei Sapiens moltissime di queste specie uniche si estinsero. Secondo le stime correnti, in quell'intervallo di tempo relativamente breve il Nord America perse trentaquattro delle quarantasette specie di grandi mammiferi. Il Sud America ne perse cinquanta su sessanta. I felini dai denti a sciabola, dopo aver vissuto indisturbati per trenta milioni di anni, scomparvero; e così i gigantechi bradipi terrestri, i leoni giganti, i cavalli e i cammelli nativi americani, gli enormi roditori e i mammut. E si estinsero pure migliaia di specie di mammiferi di taglia minore, di rettili, di uccelli e anche di insetti e parassiti."

Questo scenario si ripeté, pari pari, nelle isole della Nuova Zelanda, del Madagascar e in tutte le isole grandi e piccole del Pacifico, dell'Atlantico, dell'Artico e del Mediterraneo, e in generale in ogni posto che a causa della barriera opposta dal mare aveva sviluppato specie animali e vegetali proprie. Ovunque arrivassero i Sapiens, portavano con sé morte ed estinzione delle specie già presenti, come i giganteschi mammut, prosperati per milioni di anni in gran parte dell'emisfero settentrionale e ritiratisi, via via che il Sapiens avanzava, fino all'ultimo rifugio, l'isola di Wrangel, duecento chilometri a nord nel mare Artico, finché i Sapiens arrivarono anche lì.

Non è una storia che è finita, come molti potrebbero pensare, ma che continua ancora oggi con le grandi specie di animali marini. Scrive Harari: "Se noi ci rendessimo conto di quante specie abbiamo già sradicato, potremmo essere più motivati a proteggere quelle che ancora sopravvivono. Questo vale in particolar modo per i grandi animali degli oceani. A differenza delle loro controparti terrestri, i grandi animali marini hanno sofferto relativamente poco con la Rivoluzione cognitiva e quella agricola. Ma molti di loro sono ora sull'orlo dell'estinzione per effetto dell'inquinamento industriale e dell'eccessivo sfruttamento delle risorse oceaniche. Se le cose continuano al passo attuale, è probabile che balene, squali, tonni e delfini seguiranno la sorte di diprotodonti, bradipi terrestri e mammut. Fra tutte le grandi creature che ci sono al mondo, i soli sopravvissuti all'inondazione umana saranno gli umani stessi e gli animali da cortile che servono da schiavi rematori nell'Arca di Noè."

Lonesome Dove

Alcuni critici hanno sostenuto che se nella vita si vuole leggere un solo romanzo western, deve essere questo. Ambientato tra il 1876 e il 1...