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venerdì 24 giugno 2022

Collasso


Ci sono libri che cambiano la vita. Oddio, forse cambiano la vita è esagerato, diciamo che consentono di cambiare radicalmente modi di pensare e convinzioni ormai assodati. La gravissima crisi idrica che ci sta flagellando in questo periodo, giusto per fare un esempio, non può venire interpretata allo stesso modo in cui si interpreta normalmente, dopo aver letto questo libro.

Di Jared Diamond, forse uno dei più competenti e autorevoli scienziati in materie ambientali ancora viventi, avevo letto qualche tempo fa Armi, acciaio e malattie (ne avevo parlato qui), che nel 1998 vinse il premio Pulitzer per la saggistica. In questo libro Diamond analizza i motivi che hanno portato, in passato, intere civiltà a collassare, collasso avvenuto sempre, o quasi sempre, in maniera velocissima subito dopo il massimo splendore.

Sono analizzate società e civiltà del passato come i Maya, i Vichinghi, l'isola di Pasqua, e anche paesi del terzo mondo di oggi (Ruanda, Haiti, Repubblica Dominicana). Di tutti questi casi viene fatta la storia e vengono analizzati i motivi che ne hanno determinato il tracollo, alcuni dei quali ricorrono abbastanza costantemente: sfruttamento scriteriato delle risorse disponibili (acqua, legname, terra, allevamento), deforestazione, variazioni climatiche, sovrappopolazione. Tutto ciò legato ad alcune peculiarità tipicamente umane: corruzione, follia, avidità, assenza di lungimiranza.

Una delle parti più interessanti del saggio è quella in cui Diamond, non senza difficoltà, cerca di rispondere alla domanda delle domande. Scrive Diamond: "La mia prima lezione [tenuta all'Università della California - UCLA - a Los Angeles], dopo un incontro introduttivo, riguardava la storia dell'isola di Pasqua. Nella discussione che è seguita alla mia presentazione, la domanda apparentemente semplice che tormentava i miei studenti era in realtà una questione complessa a cui fino a quel momento non avevo dato troppo peso: come era possibile che un popolo prendesse una decisione così apparentemente folle come quella di abbattere tutti gli alberi da cui dipendeva la sua sopravvivenza? Uno studente si è chiesto cosa stesse pensando colui che materialmente stava tagliando l'ultimo albero dell'isola."

Ovviamente la risposta a questa domanda è complessa, e Diamond cerca di strutturarla in alcuni punti, partendo dal presupposto che a tutti, nella vita, anche a livello individuale, succede di prendere decisioni sbagliate: ci si sposa con la persona sbagliata, si fanno investimenti disastrosi, si sceglie una professione non adatta a noi e così via. Ma qui siamo nel campo delle scelte individuali, quindi le conseguenze ricadono sul singolo, non sulla collettività. Comunque sia, i punti proposti da Diamond sono i seguenti: il gruppo non riesce a prevedere il sopraggiungere del problema; non si accorge che il problema esiste; se ne accorge ma non prova a risolverlo; cerca di risolverlo ma non ci riesce. Nel libro l'autore allarga ognuno di questi punti, cosa che non posso ovviamente fare io qui, e cerca in questo modo di rispondere alla domanda di cui sopra.
 
Ma la parte del saggio che più fa venire il magone è quella relativa all'analisi della società di oggi. Un'analisi che non lascia scampo perché corroborata da montagne di dati che Diamond riporta citando fonti e studi. E da questi dati si evince chiaramente che noi, oggi, ci stiamo comportando quasi esattamente come le società del passato che sono collassate. Ma in più abbiamo un'aggravante. Quando è collassata la società che viveva sulla piccola isola di Pasqua si era nel XV secolo, e quella società, isolata in mezzo al Pacifico a migliaia di chilometri dalla coste dell'attuale Cile, se n'è andata senza che nessuno se ne accorgesse; stesso discorso per i Maya o per i Vichinghi. Oggi, nell'era della globalizzazione (anche delle informazioni), si sa in tempo reale cosa succede in ogni remoto angolo del mondo, si conosce la storia delle civiltà passate, si hanno i dati relativi all'andamento climatico, all'economia, alla variazione della popolazione mondiale. Sappiamo tutto e abbiamo tutti gli strumenti per sapere a cosa andiamo incontro se non cominciamo a prendere provvedimenti seri.

Eppure, in ossequio alla leggendaria stupidità (ma anche altro) di cui siamo impregnati noi Sapiens (mi sono sempre chiesto con quale coraggio ci è stata affibbiata questa denominazione), stiamo facendo poco o nulla per evitare di fare la fine dell'isola di Pasqua e tutti gli altri. Ce ne freghiamo del climate change, noi Occidentali continuiamo a tenere un tenore di vita che non sarebbe più sostenibile neppure se il Terzo mondo con le sue pretese di uguagliarlo non esistesse: continuiamo a deforestare il pianeta, a modificare clima ed ecosistemi inquinando, continuiamo a sfruttare indiscriminatamente le risorse della terra, dei fiumi e dei mari. Siamo esattamente come gli abitanti dell'isola di Pasqua che tagliavano gli ultimi alberi della loro foresta. Potremmo quindi rivolgere a noi la famosa domanda che si ponevano gli studenti di Diamond: cosa pensava colui che materialmente stava tagliando l'ultimo albero dell'isola?

lunedì 13 giugno 2022

Come vorrei morire

Penso spesso a come vorrei morire. Mio padre è morto recentemente dopo una lunga malattia ai polmoni. Non era più autonomo, e il suo ultimo anno di vita è stato molto penoso. Non voglio morire in quel modo. Avrò forse del sangue freddo, ma ecco come vorrei morire se potessi scegliere. In questa mia fantasia Pat morirebbe prima di me, perché quando ci siamo sposati ho promesso di amarla, rispettarla e prendermi cura di lei, e se morisse per prima sarei certo di aver adempiuto a quella promessa. Inoltre, non ho un'assicurazione che potrebbe aiutarla, dunque sarebbe dura per lei se mi sopravvivesse. Dopo la morte di Pat (così continua la mia fantasia), cederei la casa a mio figlio Cody e poi me ne andrei a pescare trote ogni giorno, finché fossi nelle condizioni fisiche per farlo. Quando non fossi più in grado di andare a pescare, mi procurerei una forte dose di morfina e mi inoltrerei nel bosco. Sceglierei un posto isolato e lontano dove nessuno potrebbe trovare il mio corpo e da cui potrei godere di una vista stupenda. Mi distenderei a terra con quella vista di fronte e prenderei la morfina. Sarebbe questa la maniera migliore di morire, nel modo che ho scelto, e l'ultima cosa che i miei occhi vedrebbero sarebbe il Montana così come voglio ricordarlo.

(da Collasso. Come le società scelgono di morire o vivere, Jared Diamond, Einaudi)

mercoledì 9 febbraio 2022

Armi, acciaio e malattie

 


Questo saggio storico-geografico-antropologico ha vinto nel 1998 il Premio Pulitzer per la saggistica. Dopo Sapiens, da animali a dèi, di Yuval Noah Harari, credo che sia il saggio più bello che mi sia capitato di leggere negli ultimi anni, saggio che narra la storia umana e le vicende del mondo negli ultimi tredicimila anni. Naturalmente, narrare tredici millenni in meno di cinquecento pagine ha richiesto giocoforza delle semplificazioni e una suddivisione della narrazione per punti principali, ma tale semplificazione ha un vantaggio: la prospettiva a lungo termine e su vaste aree permette, come scrive l'autore, intuizioni che uno studio più particolareggiato non consentirebbe. Perché questo testo prende in esame gli ultimi tredicimila anni della nostra storia? Perché tredicimila anni fa è successa una cosa che ha cambiato - in meglio o in peggio è tuttora oggetto di discussione - per sempre la nostra storia: è nata l'agricoltura e l'uomo, dopo milioni di anni in cui è stato cacciatore-raccoglitore nomade, è diventato sedentario e ha cominciato a lavorare la terra e ad addomesticare gli animali, con tutto ciò che ne è conseguito. Ma facciamo un passo indietro.

Circa sette milioni di anni fa un gruppo di scimmie antropomorfe africane si suddivise in vari sottogruppi, uno dei quali diede origine per evoluzione naturale ai moderni gorilla, un altro agli scimpanzé, un altro ancora all'uomo. La nostra storia evolutiva come specie separata iniziò proprio da lì. Dopo altri tre milioni di anni ci siamo alzati in piedi, siamo cioè diventati bipedi e abbiamo abbandonato la camminata a quattro zampe. Dopo un altro milione e mezzo di anni abbiamo avuto un aumento della massa corporea e del cervello e, circa un milione di anni fa, come Homo erectus, siamo per la prima volta usciti dall'Africa e siamo partiti alla conquista del mondo. Australopithecus africanus, Homo habilis e infine Homo erectus, erano specie protoumane, erano cioè i nostri più antichi progenitori. Noi, Homo sapiens, siamo gli ultimi arrivati e quelli che nella storia del mondo hanno fatto più disastri di tutte le altre specie di nostri predecessori messe assieme. Siamo una specie giovanissima e siamo nati anche noi in Africa circa duecentomila anni fa, che in termini evolutivi è pochissimo (per rendere l'idea, basta che ognuno di noi vada indietro di 4000 nonni e arriva all'origine dell'evoluzione umana dei Sapiens).

Noi Sapiens siamo i protagonisti della storia narrata nel libro, storia che origina da una domanda che un abitante della Nuova Guinea, Yali, pose a Jared Diamond nel 1972 mentre come antropologo si trovava sull'isola per i suoi studi: "Come mai voi bianchi avete tutto questo cargo [per cargo si intendono le tecnologie in possesso degli Occidentali] e lo portate qui in Nuova Guinea, mentre noi neri ne abbiamo così poco?" La domanda colse alla sprovvista Diamond, che lì per lì non seppe cosa rispondere ma promise al suo amico Yali di pensarci e di fargli avere una risposta quanto prima. La risposta è in questo libro, che comincia con una storia.

Nel 1532, il conquistador spagnolo Francesco Pizarro sbarcò nella città andina di Camajarca e incontrò l'imperatore inca Atahualpa. Atahualpa reggeva come monarca assoluto il più grande e progredito stato del Nuovo Mondo, mentre Pizarro rappresentava Carlo I di Spagna, sovrano del Sacro romano impero, il re più potente d'Europa. Pizarro era a capo di un gruppo raccogliticcio di 168 soldati, si trovava in terre a lui sconosciute, isolato e nell'impossibilità di ricevere rinforzi. Per contro, Atahualpa era nel bel mezzo del suo impero, circondato da milioni di suoi sudditi e difeso da un esercito che contava 80.000 uomini. Ciò nonostante, pochi minuti dopo averlo incontrato, Pizarro fece prigioniero Atahualpa, lo tenne in ostaggio per otto mesi, durante il quale si fece consegnare il più grande riscatto della storia (circa 80 metri cubi d'oro) e infine, rimangiandosi ogni promessa, lo fece uccidere. 

Cosa permise allo spagnolo coi suoi pochi soldati raccogliticci di avere ragione dell'imperatore inca? La superiorità tecnologica. I 168 soldati spagnoli avevano cavalli, fucili, armature, conoscevano avanzate tecniche di guerra. Gli 80.000 uomini di Atahualpa disponevano solo di rudimentali armi (principalmente archi e frecce e qualche lancia) ed erano appiedati (il cavallo non era ancora arrivato in America). La superiorità tecnologica degli europei aveva compensato ampiamente la loro inferiorità numerica. Passando dal piccolo al grande, tra i due continenti, Europa e America, c'era all'epoca un divario tecnologico immenso, lo stesso divario che fece nascere a Yali la domanda che poi pose a Jared Diamond. E questo divario tecnologico è ciò che spiega i motivi per cui siamo stati noi europei, con le nostre navi, a conquistare le Americhe e non sono stati gli amerindi ad attraversare l'oceano e a venire a conquistare l'Europa. In poche parole, Pizarro ha vinto utilizzando i tre elementi che danno il titolo al libro: le armi, l'acciaio e le malattie (la conquista del Nuovo Mondo ebbe tra le sue principali cause le malattie portate dagli europei, sconosciute agli amerindi, che sterminarono la stragrande maggioranza di questi ultimi).

Nelle quasi cinquecento pagine del suo saggio, Diamond, dopo decenni di studi e ricerche, cerca di spiegare le ragioni di questo immenso divario tecnologico e, più in generale, le ragioni per cui nella storia del mondo alcuni popoli sono sempre stati, sotto svariati punti di vista, più progrediti di altri. In genere, si tende semplicisticamente a dare a tutto ciò una spiegazione di tipo antropologico, si tirano in ballo gli uomini, le loro attitudini. È la classica spiegazione di stampo razzista, tanto in voga ancora oggi, che si aggrappa alla biologia affermando che alcune popolazioni sono biologicamente migliori di altre (la classica spiegazione che viene fuori ogni volta che si fanno raffronti tra noi e l'Africa, ad esempio). Diamond respinge la spiegazione razzista non solo perché è odiosa, ma semplicemente perché è sbagliata, e dimostra nella maniera più convincente e documentata possibile che le differenze tra il maggiore e minore grado di progresso delle popolazioni umane hanno sempre avuto origini di tipo ambientale. Le diversità culturali non sono mai innate, ma affondano le loro radici in differenze geografiche, ecologiche e territoriali. Soprattutto geografiche.

Perché geografiche? Le più grandi scoperte della storia (l'agricoltura, la scrittura, la ruota, i metalli, gli stati ecc.) sono nate e si sono diffuse nel continente euroasiatico, poi, solo successivamente, sono arrivate negli altri continenti. Questo è successo - ecco qui la geografia - perché il continente euroasiatico è disposto nella direzione est-ovest sull'asse terrestre. Cosa implica, questo? Una maggiore facilità con cui animali, piante, idee, tecniche e popoli si potevano spostare nel suo territorio, perché questa disposizione permetteva di muoversi stando sempre a latitudini simili senza incontrare ambienti troppo diversi. Il Nuovo Mondo, invece (e anche l'Africa, seppur in misura minore), è orientato lungo l'asse nord-sud e strozzato all'altezza di Panama. Ciò significa che nelle Americhe la circolazione di popoli, idee, tecniche era molto più difficoltosa, rispetto a ciò che avveniva nel continente euroasiatico, a causa della molteplicità di barriere ecologiche, climatiche, territoriali, tutti ostacoli che nel passato hanno impedito il diffondersi delle tecnologie e delle scoperte. Questo è il motivo per cui quando gli europei sono arrivati nelle Americhe si sono incontrati con un mondo tecnologicamente molto più arretrato. In generale, il ragionamento applicato al caso Europa-America è valido per ogni altra situazione di disuguaglianza tra civiltà e popoli del mondo, a partire dal passato più remoto fino ad arrivare a oggi. La differenza la fa sempre l'ambiente, e nient'altro.

Mi accingo a riporre questo libro nella mia libreria con due stati d'animo. Il primo è un lieve dispiacere per il fatto di averlo terminato (mi sarebbe piaciuto che avesse avuto il doppio delle pagine); il secondo è un senso di appagamento per tutte le cose che non sapevo e che ora so. D'altra parte, a questo servono i libri, no?

domenica 6 febbraio 2022

La necessità genera l'invenzione?

[...]

"Nel 1942, in piena guerra, il governo statunitense varò il Progetto Manhattan allo scopo esplicito di costruire una bomba atomica prima che lo facessero i tedeschi. Il progetto raggiunse i suoi obiettivi in tre anni, al costo di due miliardi di dollari di allora (circa venti di adesso). Altri esempi sono la sgranatrice inventata nel 1794 da Eli Whitney per rimpiazzare la faticosa sgranatura a mano del cotone, e la macchina a vapore di Watt del 1796, nata per risolvere il problema di pompare l'acqua al di fuori delle miniere.

Queste vicende molto note ci spingono a credere che gran parte delle invenzioni avvengano dietro sollecitazioni esplicite. Ma non è così: in realtà, molte idee sono state partorite grazie alla curiosità o alla voglia di giocherellare con le macchine, senza che ci fosse una richiesta specifica dall'esterno. Inventato un marchingegno, si trattava di trovare qualche applicazione: solo dopo averlo usato per parecchio tempo il pubblico si accorgeva di averne bisogno. In più, alcuni apparecchi pensati per esigenze specifiche finirono poi per essere utilizzati in modi inaspettati. Può sorprendere sapere che tra queste invenzioni in cerca di utilità ci siano alcuni oggetti fondamentali per la storia moderna come l'aeroplano, l'automobile, il motore a scoppio, la lampadina, il fonografo e il transistor. Spesso l'invenzione è la madre della necessità, e non viceversa.

Una storia istruttiva in questo senso è quella di Edison e del fonografo, che fu l'idea più originale del più grande inventore dei nostri tempi. Dopo aver costruito il prototipo nel 1877, egli scrisse un articolo in cui proponeva dieci possibili usi per il nuovo oggetto: fissare per sempre le ultime parole dei moribondi, registrare libri da fare ascoltare ai ciechi, annunciare l'ora esatta, insegnare a scrivere sotto dettato e altri ancora. La riproduzione della musica sembrava non interessarlo particolarmente. Dopo qualche anno Edison disse al suo assistente che il fonografo non aveva alcun valore commerciale. Ma dopo un po' ci ripensò, e si mise a venderli... come dittafoni per ufficio. Quando altri imprenditori lanciarono sul mercato il juke-box, che permetteva di ascoltare le canzonette al prezzo di una moneta, Edison criticò questo svilimento della sua invenzione. Solo dopo una ventina d'anni ammise, riluttante, che il suo fonografo serviva soprattutto a registrare ed ascoltare musica.

L'automobile ci sembra oggi rispondere a un bisogno del tutto ovvio, ma non fu inventata per soddisfare una particolare esigenza. Quando Niklaus Otto costruì il suo primo motore nel 1866, non si sentiva la necessità di un nuovo mezzo di trasporto: i cavalli servivano alla bisogna da 6000 anni (e non si vedevano segni di crisi dell'offerta) e le ferrovie a vapore funzionavano bene da qualche decennio. Il modello di Otto era poco potente, pesante e ingombrante, e non sembrava preferibile ai cavalli. Solo nel 1885 le migliorie tecniche permisero a Gottfried Daimler di installare il motore su una bicicletta e creare così la moto; per i camion si dovette aspettare il 1896. Nel 1905 le automobili erano ancora costose e poco affidabili, poco più che un giocattolo per ricchi. Il successo dei cavalli e delle ferrovie fu totale fino alla prima guerra mondiale, quando l'esercito si accorse di avere davvero bisogno di camionette a motore. Dopo la guerra, un'intensa attività di lobbying rese il pubblico consapevole dei suoi bisogni, e i camion presero a soppiantare i carri nei paesi industrializzati. Anche nelle grandi città americane, per la sostituzione totale ci vollero però cinquant'anni.

Gli inventori devono spesso giocherellare a lungo coi loro modelli, in assenza di una spinta data da un bisogno riconosciuto, perché i prototipi il più delle volte funzionano troppo male per avere un qualche uso. Le prime televisioni, macchine fotografiche e macchine per scrivere erano pessime, proprio come il motore gigante di Niklaus Otto. È difficile capire se un cattivo modello possa in futuro diventare qualcosa di utile, e quindi se valga la pena di spendere altro tempo e denaro a perfezionarlo. Ogni anno gli Stati Uniti rilasciano circa 70.000 brevetti, pochissimi dei quali raggiungono lo stadio dello sfruttamento commerciale: per ogni grande invenzione che trova alla fine un uso ce ne sono migliaia che si perdono per strada. E capita che una macchina progettata per soddisfare una certa esigenza si mostri più valida in altri campi: il motore di Watt doveva servire solo come pompa nelle miniere, ma presto fu utilizzato nei cotonifici e (con molto maggior profitto) sui treni e sulle navi."

[...]

(Jared Diamond. Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni, 2014)

Due Kit Carson

Cose che si scoprono leggendo certi romanzi: esistono due Kit Carson; uno è il leggendario "pard" di Tex Willer, l'altro è un ...