Ogni volta che accadono fatti di cronaca gravi come l'accoltellamento in classe a La Spezia, generalmente emergono due tipi distinti di reazione: l'annuncio di provvedimenti e i tentativi di fornire spiegazioni. I provvedimenti sono annunciati dai politici, le spiegazioni sono fornite dagli esperti (notare che raramente le due categorie coincidono). Nel caso specifico i provvedimenti sono stati annunciati subito dal sempre solerte Valditara: metal detector agli ingressi delle scuole e stretta sul porto di coltelli prevista nel nuovo decreto sicurezza in arrivo: l'inutile approccio repressivo tipico dei governi di destra, che per usare una metafora è il classico chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati.
Gli esperti, invece, spiegano (o tentano di farlo) i motivi che si celano dietro a questi episodi di violenza, motivi che generalmente affondano le radici in vaste carenze educative. Tra queste spiegazioni mi è piaciuta molto quella di Dario Ianes pubblicata stamattina sul Resto del Carlino. La riporto integralmente perché l'ho trovata molto interessante. Chi conosce Galimberti, Crepet, Andreoli e altri e ha letto qualcosa di loro non vi troverà niente di nuovo.
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Ho visto anche i professori piangere, azzardo un modesto consiglio. Lasciate perdere i decreti sicurezza. Se non è un coltello sarà un mestolo, una chiave inglese. Invece rivoluzioniamo le scuole. Negli istituti più a rischio mettiamo gli insegnanti più bravi, paghiamoli il doppio. Anzi già che ci siamo rimescoliamo tutto, distribuiamo le differenze. In ogni classe i casi difficili non possono superare l’8 per cento. Nel biennio delle superiori nessuna separazione, percorso uguale per tutti: figlio di marocchini e figlio di notai insieme, a imparare la stessa lingua del rispetto. Questa potrebbe essere la scuola inclusiva con meno probabilità di morire accoltellati, chissà.
Ma il vento soffia da un’altra parte: piazzamento sociale, selezione sfrenata. Dario Ianes, psicologo dell’educazione e condirettore del Centro Studi Erickson, insegna all’Università di Bolzano pedagogia e didattica speciale. Se un ragazzo muore ammazzato si dispera, ma è fra i pochi a non dare la colpa ai social, ai cellulari, alle famiglie.
A chi allora?
Al serbatoio di rabbia e solitudine in cui galleggiamo tutti. I social sono un sintomo, non la causa. Se vogliamo vietare i cellulari facciamolo, ma dai tre ai novant’anni. E i poveri genitori lasciamoli stare, sono più disperati dei figli, più fragili e spaventati. In queste condizioni un adulto non sa fare l’adulto.
Suggerisce al ministro di lasciare perdere il metal detector?
Chi è arrabbiato e non ha un coltello trova sempre il modo di fare danni. Le scuole tecniche e professionali sono fondate su un errore clamoroso, raggruppare una percentuale altissima di ragazzi con varie forme di disagio. Questo le rende incubatori formidabili di frustrazione dove la ribellione non è generazionale e contro il potere costituito, ma si scatena sui compagni con le conseguenze che sappiamo. Punire non serve, occorre fare prevenzione sulle relazioni per capire che la rabbia può essere trasformata.
Come si trasforma la rabbia?
Con l’aiuto di un adulto che fa l’adulto. Una presenza empatica e autorevole che sappia dare nome alle emozioni.
Ne vede in giro?
Pochissimi. Siamo persi nei nostri guai, disinteressati alle nuove generazioni che inondiamo di cose per attenuare il senso di colpa. L’eclissi di madri e padri però ha un alibi. La mia famiglia era monoreddito ma due figli hanno potuto studiare in tranquillità e come massimo rischio si sbucciavano le ginocchia sotto il radar di mamma. Oggi una famiglia con un solo stipendio è nella fascia della povertà, nessuno ha il tempo e il coraggio di occuparsi del disagio di un bambino.
Così a casa, così a scuola.
Una professoressa di liceo mi ha confessato di avere visto piangere una ragazzina in corridoio e di essere scappata. Ha detto: ho avuto paura, non ce la faccio a caricarmi addosso anche i suoi problemi. È tragico, ma nel nostro sistema formativo la secondaria di secondo grado contiene bombe di violenza pronte a esplodere come nelle banlieue parigine di qualche anno fa.
L’adulto che oggi arranca è il bambino che mezzo secolo fa si sedeva a tavola e parlava con i genitori. Poi che cosa è successo?
Ha attraversato decenni di progressiva distruzione del senso di collettività e solidarietà. Strapazzato dalla competizione, dalla paura di non farcela. Non ha niente da dire al figlio perché è preoccupato per il lavoro e per il mutuo. Così il grande e il piccolo cercano l’anestesia dentro lo schermo di un cellulare: sempre più potente e ipnotico, però tutto sommato incolpevole. Qualche sera fa al ristorante una coppia di genitori lo ha barattato con un tappo di bottiglia. Si sono messi a giocare per la gioia del figlio di quattro anni e alla fine erano stremati ma ridevano tutti, anche quelli degli altri tavoli.
Quando ci sono certi fatti, si prendono provvedimenti, si fanno dichiarazioni sensazionali, ma mai uno dei politici che dice che questo è il risultato di anni di educazione latitante o mancante.
RispondiEliminaE Crepet (che è quello che seguo di più tra quelli che hai nominato) ne parla da tanto.
Concordo, e temo che ormai sarà impossibile invertire questa tendenza. Uno stipendio solo non basta più, bisogna lavorare in due, e lavorando in due l'educazione che si impartisce alla prole è la prima a risentirne. Ovviamente non c'è solo questo, ma io ricordo che mio padre, semplice impiegato postale, ha tirato su me e mio fratello senza alcun problema, mia madre non ha mai avuto bisogno di lavorare. Potevamo permetterci anche il ristorante, la pizzeria e le vacanze. E mia madre, restando a casa, ha avuto tempo e possibilità di tirare su me e mio fratello come si deve.
EliminaOggi uno scenario del genere sarebbe impossibile.
Abbiamo avuto un cammino simile e come dici tu, oggi fare lo stesso la vedo molto dura e i motivi sono diversi. Uno di questi è che si paga molto per il superfluo, che però si ritiene indispensabile (si deve andare in palestra, dall'estetista, avere vari abbonamenti per calcio, serie tv, cosa che non c'erano, o in maniera molto minore, ai tempi dei nostri genitori ma anche nostri). Un altro è l'elevato costo della vita. E infine non ci si può dimenticare dei danni di una politica miope sul mondo del lavoro che ha fatto danni: in molti celebrano Marco Biagi come martire ed eroe, ma pochissimi affermano che la sua legge sbagliata ha rovinato la vita di milioni di persone e famiglie.
EliminaI figli dei ricchi avranno sempre percorsi diversi, scuole private. A meno di imporre soluzioni staliniane.
RispondiEliminaSì, è sempre stato così, e temo sarà sempre così.
EliminaPer come la penso, queste ragazzine e ragazzini, sono figli di una società violenta, che adotta e giustifica ogni forma di repressione.
RispondiEliminaI genitori d'oggi, a cui va la mia pena, sono inadatti ad educare perché loro stessi non hanno ricevuto assistenza nel loro diventare adulti... anche loro figli di genitori che lavoravano e lo facevano anche i nonni... per cui sono cresciti negli asili nido e nelle strutture organizzate al tempo libero e non sanno gestire nè il tempo nè i rapporti liberi, non mediati da regole stabilite da un animatore adulto.
Un rimedio, a lungo termine, potrebbe venire da un'istruzione all'affettività, alla gestione della rabbia e dei cattivi sentimenti, dalla lettura costante di ma non c'è da contare sull'attuale situazione governativa, ahimè.
Ciao Andrea.
"dalla lettura costante di" buoni libri di formazione, ma...
EliminaPardon per la svista.
Che oggi ci sia un forte disagio giovanile, sconosciuto in epoche passate, credo sia un dato di fatto. Tuttavia la violenza e l'aggressività tra i giovani è più o meno sempre esistita. Anche ai tempi in cui andavo a scuola io c'erano conflitti, risse, scontri più o meno accentuati, anche se non ricordo violenze estreme come il caso di La Spezia.
EliminaPoi credo esista anche un problema di percezione. Oggi ogni episodio violento viene subito riportato dai media e diffuso sui social, mentre un tempo magari non veniva documentato o non aveva risonanza nazionale.
In ogni caso, che esista un grosso problema educativo credo sia sotto gli occhi di tutti.
Ciao Sari.
EliminaSì, i giovani amavano ruzzare fra loro e fare a botte solo per 'divertirsi' ma quella non era vera violenza. Tu sei nella fascia di età dei miei tre figli e quindi posso dire che quando eravate ragazzini c'era un'intera società a 'guardarvi' e una disapprovazione della società che nulla giustificava. Avevate anche un futuro certo davanti. Ora è tutto molto diverso. Mica cosa da poco.
EliminaConcordo su tutto (purtroppo).
EliminaPerché nessuno prende a modello il sistema educativo finlandese?
RispondiEliminahttps://italia.kivaprogram.net/
Bisognerebbe subito introdurre l'obbligo scolastico a 18 anni e investire miliardi nel doposcuola.
Il governo deve investire miliardi nel promuovere la passione della cultura verso i giovani.
Da decenni nessuno fa nulla.
Gli investimenti aiuterebbero, ma bisogna andare più a fondo, lavorare su una mentalità che ci si porta dietro da generazioni in Italia, ovvero quella dei furbetti, dell'ottenere il massimo senza impegno, senza merito, senza capacità. Se non si mette mano su questo, temo non si andrà mai avanti.
EliminaM. T. concordo pienamente.
EliminaTemo che non ci sia la volontà e neanche la capacità da parte della politica di salvare i giovani.
io penso che bisognerebbe fare come negli usa: bidelli dotati di armi a pompa e in caso di liti si spara. E' l'unica alternativa
RispondiEliminaEsatto! Soprattutto nella scuola in cui vanno i tuoi figli, così i tuoi geni si esauriscono.
EliminaXD.
EliminaAi suoi figli ci pensano le "risorse" che piacciono tanto a voi due, Andrea e siu e agli altri vostri compagni.
EliminaAuguratevi che poi esse non pensino... pure a voi due.