E niente. Oramai a Scalfari è venuto il pallino di papa Francesco I e ogni domenica ci ritroviamo, puntuale, un suo pistolotto in merito. Ovviamente questa domenica non fa eccezione, ed ecco che dalle colonne di Repubblica ci spadella il consueto sermone settimanale. Titolo di quello odierno: "Il Dio che affanna e che consola".
Niente di male, intendiamoci, ognuno è libero di parlare e discettare di qualunque cosa. Il sospetto, però, è che Scalfari sia stato contagiato da quella malattia che ha colpito molti, in Italia, e che si chiama berlusconismo, nella sua variante più antipatica, il "non l'ho mai detto".
Come forse ricorderete se avete seguito un po' la vicenda, Scalfari è stato sbertucciato un po' da tutti per aver affermato, in un suo editoriale di qualche giorno fa, che Bergoglio ha abolito il peccato. Un enunciato di questo genere, come capisce bene anche chi non è molto ferrato in faccende dottrinali, è eufemisticamente azzardato, per non dire che si tratta di una cazzata sesquipedale, per dirla papale papale.
E infatti, nell'editoriale odierno, per cercare di correggere un po' il tiro e provare a metterci una pezza, scrive:
"È nata una polemica sul tema del peccato e, a detta di alcuni miei critici, io avrei sostenuto che il Papa lo ha di fatto abolito. Io non ho detto questo: un Papa cattolico non può abolire il peccato [...] Dunque il peccato c'è e richiede pentimento".
Purtroppo, l'editoriale incriminato risale a pochi giorni fa (29/12/2013), si intitola "La rivoluzione di Francesco" e ovviamente è online. Vi si legge:
"È rivoluzionario per tanti aspetti del suo ancor breve pontificato, ma soprattutto su un punto fondamentale: di fatto ha abolito il peccato".
Niente da fare: vent'anni di berlusconismo hanno lasciato il segno anche in Scalfari. Peccato.
"...e il mio maestro m'insegnò com'è difficile trovare l'alba dentro l'imbrunire..." (Franco Battiato)
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