Questo saggio è incantevole ed entusiasmante. Non è un manuale su come studiare, è esattamente il contrario e l'ho trovato particolarmente adatto a me, che ai miei tempi mollai la scuola in terza superiore, pentendomene poi amaramente.
Nicola Gardini, latinista, professore a Oxford, molisano trapiantato a Milano e poi nel mondo, fa un'operazione semplice e radicale: prende la parola "studiare" e la porta fuori dall'aula, nella vita di tutti i giorni. Oggi la parola "studiare" fa venire in mente dovere, ansia, prestazione, voto, esattamente come vivevo io lo studio ai miei tempi. Gardini la riporta al suo significato latino: studium, da studēre, che non è fatica, ma amore, passione, dedizione. E a noi imputa la colpa di aver impoverito questa parola, trasformando un innamoramento in un dovere. Ecco perché l'ho trovato particolarmente adatto a me: perché ho detestato la scuola fino a mollarla per poi ridurmi, oggi, a leggere mediamente un centinaio di libri all'anno di cui metà saggi.
Il suo punto di partenza è bellissimo: il primo atto di studio non è leggere, è guardare. Contemplare una rosa, un tempio, un cielo stellato, un verso, la via di una città. Restare lì. Cogliere i rapporti tra le cose. Studiare, dice Gardini, non è accumulare nozioni ma esercitare lo sguardo fino a quando il mondo - fuori e dentro di noi - diventa più nitido.
Questo libro va letto perché libera dal senso di colpa: non si studia per essere produttivi. Si studia perché studiare, leggere, approfondire rende liberi, originali, migliori. Niente utilitarismo, solo piacere. Ma è anche un libro per chiunque sia curioso, indipendentemente dall'oggetto della curiosità: botanica, manga, astrofisica. Fa lo stesso. Siate curiosi e soddisfate la vostra curiosità.

Mi viene da pensare che non sarebbe male se lo leggessero insegnanti e studenti, insieme.
RispondiEliminaVero. Tra l'altro l'autore critica molto il sistema scuola, secondo lui concepito per non valorizzare la partecipazione attiva degli studenti e incoraggia gli insegnanti a coinvolgerli con la loro soggettività.
EliminaStudiare è un atto di volontà. Come l'amore.
RispondiEliminaStudiare vuol dire essere concentrati, osservare, ascoltare, essere aperti a tutto.
Studio sui libri ogni giorno, ma studio anche per strada o su un treno in viaggio.
Lo studio mi induce a pensare, a cercare e a confrontarmi.
Soprattutto mi aiuta a "unire i puntini", cioè a creare connessioni tra tanti elementi apparentemente lontani.
Esatto. Lo studio, in tutte le sue forme, dovrebbe avere queste funzioni: fare cambiare prospettiva.
EliminaSono pienamente d'accordo. Non si può studiare per forza e col solo obbiettivo di conquistare un posto di lavoro o una posizione sociale. L' attenzione per le cose che intendiamo studiare deve sempre essere spinta da autentica curiosità e sete di sapere. Se tutto questo manca, se c'è solo coercizione, lo studio viene a noia e, quel che leggiamo svogliatamente viene ben presto dimenticato.
RispondiEliminaL'obiettivo di garantirsi occupazioni e posizioni sociali migliori non dovrebbe essere, è vero, l'unico scopo dello studio, ma è innegabile che questo aspetto esista. Immagino che siano tante le persone che intraprendono corsi di studio che non suscitano il loro particolare interesse ma garantisce sbocchi professionali migliori.
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