sabato 17 ottobre 2020

Perché abbiamo paura del coronavirus


Stamattina su Il resto del Carlino, quotidiano popolare per menti semplici, ho trovato (stranamente) una bella intervista a Massimo Fini, giornalista, storico e intellettuale che ho sempre apprezzato molto (anni fa lessi il suo Il vizio oscuro dell'Occidente e fu per me un pugno nello stomaco), intervista dove in poche parole Fini spiega da una sorta di punto di vista antropologico perché il Covid ci fa così paura. Sintetizzando brutalmente, perché ci ricorda che siamo mortali, e questo può creare destabilizzazione in una società che ha rimosso la morte, considerandola alla stregua di un fastidioso incidente di percorso invece che parte intrinseca della natura umana.

Riguardo al coronavirus, poi, è interessante notare - questo lo aggiungo io - come la sua diffusione a livello planetario sia conseguenza proprio di quell'atteggiamento di arrogante superiorità nei confronti della natura che ci ha autorizzato a pensarci o a crederci immortali. Un atteggiamento che ci ha permesso di mettere da parte ogni prudenza e ogni remora etica di natura in nome del cosiddetto "progresso" (leggi profitto). Come infatti scriveva opportunamente Ilaria Capua ne Il dopo. Il virus che ci ha costretto a cambiare mappa mentale, il coronavirus non ce lo siamo beccati per una ineluttabile sciagura piovuta dal cielo, ma ce lo siamo beccati perché in un mercato di animali di Whuan una gabbia con dentro dei pipistrelli asiatici è stata accostata a una gabbia di pangolini e un uomo ha avuto la sfortuna di passare troppo vicino a quei pangolini. Pipistrelli asiatici e pangolini dell'Africa occidentale sono due specie diverse che vivono in due continenti diversi in due ecosistemi diversi e che mai, spontaneamente, si sarebbero incontrati. Il tipo infettato ha quindi infettato altre persone, le quali sono poi salite su navi, aerei, treni e la frittata planetaria è stata fatta (ho sintetizzato malamente per rendere l'idea). 

Paradossalmente, quindi, il virus che oggi ci terrorizza perché ci ricorda la caducità e fragilità della vita, si è diffuso grazie ai quei mezzi, quelle tecnologie, quella way of life potremmo dire, che sono alla base della nostra convinzione di essere immortali. Sotto questa luce, potremmo anche vedere la pandemia come un bagno di umiltà. Il ritorno a certe consapevolezze che un po' incautamente avevamo magari perso.

8 commenti:

  1. Non posso che sottoscrivere, dalla prima all'ultima riga.

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  2. Anch'io sottoscrivo. Fini è uno di quelli che vale sempre la pena di non trascurare.

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  3. Non vorrei dire una castroneria, ma mi sembra di ricordare di aver letto già sotto il lockdown un concetto diverso, sulla società di oggi che rifiuta la morte.
    Interessanti invece le parole sulla religione, ormai davvero spogliata di tutto.

    Moz-

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    1. Sì. A tal proposito c'è in circolazione un bel libro di Galimberti, Cristianesimo, la religione dal cielo vuoto, in cui il noto filosofo spiega come la religione abbia ormai perso totalmente il suo rapporto col sacro dopo aver eliminato il cosiddetto timore di Dio, diventando sostanzialmente una sequela di vuote formule liturgiche. Ma l'argomento è complesso, impossibile sviscerarlo qui.

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  4. Di Massimo Fini ho letto anch’io “Il vizio oscuro dell’Occidente” e “Sudditi”. Sono analisi che in parte condivido ma non totalmente. Ne scrissi sul mio blog. C’è comunque un pensiero divergente gli va dato atto. Qui dice il vero, soprattutto sulla religione. Un saluto, Andrea.

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    1. Sudditi mi manca. Provvederò a colmare la lacuna. Grazie della segnalazione.
      Ciao, Ettore.

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  5. E’ proprio così, caro Andrea. Credevamo di essere inattaccabili e onnipotenti. Pensavamo di essere i padroni del pianeta, un pianeta da manipolare e stravolgere a nostro piacimento. E, sicuri del fatto che nulla potesse mettere in discussione il nostro sciagurato comportamento, abbiamo tollerato e rinforzato, giorno dopo giorno, l’egemonia dell’eccesso sulla moderazione, della velocità sulla lentezza, della competizione sfrenata sulla solidarietà, della produzione globale su quella locale. Credevamo che l’acquisto e il consumo smodato di beni e di merci e lo stordimento attraverso divertimenti eccessivi e viaggi da un punto all’altro del pianeta – in poche ore - ci avrebbero resi felici. E’ bastato un microscopico virus, frutto delle nostre scellerate condotte di vita, per farci capire quanto siamo fragili e vulnerabili e per la prima volta ci siamo resi conto che il nostro corpo si può ammalare e con esso l’intera impalcatura esistenziale su cui abbiamo costruito il nostro presente.

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    1. Condivido in toto e ti rispondo con questa pagina tratta dal bellissimo Il secolo sbagliato di Giorgio Bocca, che ho finito di leggere giusto ieri.
      Ciao, Pino.

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