giovedì 31 ottobre 2019

Lady Godiva

Nel romanzo della Fallaci che sto leggendo in questi giorni, a un certo punto fa la sua comparsa una certa Lady Godiva, soprannome che nel libro viene affibbiato a un oggetto che dovrebbe simulare una persona (se qualcuno ha letto il romanzo sa cosa sia questo oggetto). Leggendo di questa Lady Godiva mi è venuto in mente che a Rimini, mi pare nei pressi della stazione ma non sono sicuro, una volta c'era (forse c'è ancora, chissà) un locale chiamato in questo modo. Mi pare fosse un night club e ricordo che sull'insegna luminosa esterna era raffigurata l'immagine stilizzata di una ragazza nuda su un cavallo.

L'aver letto di questa Lady Godiva nel libro, non solo mi ha riportato alla mente il locale di Rimini e relativa insegna, ma mi ha fatto venire la curiosità di sapere chi sia questa Lady Godiva. Una veloce googlata ed ecco risolto il mistero: si tratta di una nobildonna inglese realmente esistita e vissuta a Coventry, nella regione delle midlands occidentali, a cavallo tra il 900 e il 1000. Narra una leggenda che un giorno, per protestare contro l'ennesimo balzello imposto dal marito (il conte di Coventry) alla popolazione, attraversò il paese cavalcando completamente nuda.

Si ignora come abbia preso il marito questa forma di protesta della moglie. C'è questa bella pagina di Wikipedia in cui la storia è raccontata in dettaglio, in caso a qualcuno interessi.

Piove

Piove e pioverà per tutto il weekend, quindi casa, divano e libri. I libri salvano da tutto.

mercoledì 30 ottobre 2019

[...]

Se cade, si torna al voto

Dice Mattarella che se cade anche questo governo si torna a votare, niente governi tecnici o altre "formule politiche". Questo scenario mi inquieta, anche se sono consapevole come il ritorno di Salvini nella stanza dei bottoni sia solo questione di tempo. Con ogni probabilità - anzi, è una certezza - un ritorno alle urne, oggi, consegnerebbe l'intero paese alla peggiore destra d'Europa, quella appunto targata Salvini & Meloni e aggregati vari assortiti.

Come opportunamente segnalava il buon Gilioli qualche giorno fa, infatti, a differenza di altre destre europee, basate su valori non condivisibili ma almeno argomentabili, la destra che andrebbe al potere qui sarebbe una destra senza argomenti che parlerebbe direttamente alla pancia dell'elettorato, quindi la peggiore e la più pericolosa. Vorrei sbagliare, ma temo arriveranno tempi brutti.

martedì 29 ottobre 2019

San Martino

All'area Campana ci sono già le giostre. Ancora non funzionano, le stanno montando, ma domani o al massimo passato domani saranno funzionanti. Le giostre arrivano sempre un paio di settimane prima dell'11 novembre, mentre invece gli stand e le bancarelle pochi giorni prima. Anche le corna sotto l'arco di piazza Ganganelli, simbolo della fiera, sono già appese. Ieri, al ritorno dal lavoro, ho visto delle persone che ci passavano sotto, poi guardavano in su e ridevano scherzosamente tra loro. La fiera di San Martino, qua a Santarcangelo, è sempre stata per i santarcangiolesi una specie di festa nazionale, un po' come un altro Natale, e l'euforia e l'atmosfera che la precedono cominciano a sentirsi nell'aria parecchi giorni prima dell'11 novembre. 

Ho dei bei ricordi, relativi alla fiera, di quando ero bambino e ci andavo con i miei e con mio fratello. Mi piacevano le giostre, le bancarelle, la gente, la confusione, il fumo dei venditori di caldarroste. Anche a scuola, all'appressarsi della fiera, si avvertiva quell'atmosfera, e ricordo che all'uscita ogni tanto si facevano vedere i giostrai che ci vendevano i biglietti a prezzi scontati.

Adesso che non sono più bambino ma ho abbondantemente superato la metà del percorso, non mi piace più niente di tutto ciò, in particolare nutro una forte avversione per la calca e il casino, e infatti è ormai da molti anni che non mi ci avventuro più. Però mi piace ricordare, quello sì.

lunedì 28 ottobre 2019

Fa male

Dopo la botta umbra, Di Maio dice che stare col PD fa male, così come ha fatto male stare con la lega. A questo punto fate una cosa: andate da soli e in bocca al lupo, tanto ormai siete avviati sulla strada grigia di un cupio dissolvi senza speranza: tanto vale dissolversi eroicamente, no?

Caro Roberto...

...tu sai che ti voglio bene, ti stimo, che con le tue canzoni sono cresciuto, mi sono commosso, emozionato, ho sognato davanti alla bellezza di certi testi e certe musiche. Quindi sai quanto mi piacerebbe venire fino a Forlì, in fondo sono appena una cinquantina di chilometri. Ma 63 euro (quasi 130 in due) sono troppi, decisamente troppi per chi, come me, col suo stipendio da operaio viaggia sul filo del tanti presi, tanti spesi. Peccato.

Magari, se puoi, cerca in futuro di mettere i tuoi concerti a prezzi più accessibili. Sì, lo so, anche tu avrai tante spese: musicisti, tasse, trasporto, albergo ecc., e in qualche modo devi starci dentro, ma mettiti un po' anche nei miei panni, eh.

domenica 27 ottobre 2019

Dialoghi

[...]
Adoperava il kalashnikov con la stessa bravura con cui adoperava la scopa, Bilal: senza sprecare munizioni e senza perdere un colpo. Lo esibiva con la stessa fierezza, e pazienza se nelle sue mani quei due oggetti diventavano arnesi sproporzionati. Infatti era poco più d'un nano: misurava appena un metro e quaranta di altezza. Era anche assai magro, così magro che a guardarlo ti chiedevi se pesasse più di trenta chili, e assai povero. Così povero che per vestirsi aveva solo un paio di scarpe con la suola rotta, un paio di pantalonacci, quella giacca a toppe. E per consolarsi aveva solo Zeinab: la moglie molto alta, molto grassa, molto incinta, cui aveva intimato uskut-silenzio. Però era assai intelligente. Sapeva leggere, scrivere, imparava le lingue con gran facilità, e dal basso del suo metro e quaranta vedeva più cose della gente alta. 
Charlie lo aveva incontrato per caso, in una strada della città vecchia. Guarda con quale cura quel ragazzo spazza il marciapiede, aveva pensato, poi si era avvicinato e si era accorto che non era un ragazzo: era un uomo, l'epìtome di ciò che egli chiamava l'eterno servo della gleba, l'eterno popolo bue che per un filo di fieno ara la terra degli altri. Subito ci aveva fatto amicizia, e Bilal aveva detto: "Capitàn, a quarant'anni io non conosco che la mia scopa e il mio kalashnikov. Con la scopa mantengo otto figli, una moglie che aspetta il nono è un padre infermo. Col Kalashnikov difendo il mio quartiere e Allah. Capitàn, io non riesco ad esprimermi con belle parole, però posso dirti che da questa parte della città i cristiani non ce li voglio. Non ci voglio nemmeno voi stranieri che a Beirut ci siete venuti per prendere e non per dare. Me l'ha spiegato il mullah. Sicché se il mullah mi chiede di ammazzarvi, io vi ammazzo". Minaccia alla quale Charlie aveva reagito con questo discorso: "Il mullah ti ha raccontato una bugia, Bilal, non bisogna prendere per verità sacrosante le bugie che si raccontano dai minareti e nelle moschee. Stavolta siamo venuti a dare, non a prendere, e i tuoi nemici non siamo noi. Non lo sono neppure i cristiani in quanto cristiani: tra i cristiani puoi trovare un mucchio di Bilal, e un cristiano povero ti capirebbe meglio da un mussulmano ricco. I tuoi nemici sono i ricchi e i preti, Bilal. I ricchi che sfruttandoti approfittano della tua miseria e i preti che raccontandoti le bugie approfittano della tua ignoranza. Vi sono due tipi di denutrizione, Bilal: quella del corpo cioè quella che viene a non mangiare, e quella dell'anima cioè quella che viene a non sapere. E siccome entrambe impediscono di crescere, oltre a mangiare bisogna sapere. Hai mai letto un libro, Bilal?"
"No, capitàn. I libri costano cari. Più cari delle bistecche" aveva risposto Bilal. "Però ora comprendo perché ho fame anche quando mangio! Non è fame di mangiare, la mia, è fame di sapere le cose! Mi piacerebbe tanto sapere le cose: scoprire perché il mondo gira, perché a volte gira a diritto e a volte gira a rovescio, perché c'è chi ha cinque o sei giacche e chi ne ha una sola! Giura che mi porterai un libro, capitàn!" 
Charlie aveva giurato. Ma poi c'era stata la duplice strage, e del resto che libro si porta a un uomo che non ha mai letto un libro?
[...]

Progresso



E poi parlano di crescita, di progresso, di civiltà, e si incazzano con gli stranieri perché vengono qua e distruggono i nostri valori. Quali valori, quelli di chi non ha nemmeno l'intelligenza di capire che abbandonando quella carcassa di lavatrice a fianco di una pista ciclabile pubblica è come se l'avesse abbandonata nel suo giardino di casa?

Elezioni in Umbria

Viviamo in un periodo storico in cui, in politica, se si vuole partecipare si è costretti a scegliere tra PD e Cinquestelle da una parte e Salvini coi pieni poteri dall'altra. Alternative? No, per ora. Triste ma è così. E in Umbria, oggi, si riproporrà questo schema.

Come succede regolarmente a ogni consultazione regionale, chi sa di non avere troppe chance comincia già parecchi giorni prima della consultazione ad avvertire che il risultato non avrà ripercussioni sul governo nazionale, quando tutti sanno che non è così, e Conte non è naturalmente stato da meno.

Da queste parti si continua a sperare, contro ogni pronostico, in una sonora sconfitta della coalizione salviniana. Pura utopia, ovviamente. 

Domenica mattina

Sono le sei e mezza. Leggo dalle cinque. Mi sveglio presto sia il sabato che la domenica mattina, come se fossero normali giorni lavorativi, si vede che ormai ho metabolizzato quell'orario. E quando mi sveglio, leggo.

Quando racconto a qualcuno che in un anno leggo tra i settanta e gli ottanta libri, quel qualcuno mi guarda impressionato, con uno stupore misto a sospetto, magari sospetta che gli stia raccontando una balla. E allora capita che a volte racconti che ne leggo meno: trenta, massimo quaranta, per rendere il numero più plausibile.

Ma non è colpa mia. E non è difficile leggere settanta libri all'anno, se si ha quella passione lì, che è una passione come qualsiasi altra. Si presume che un appassionato di pianoforte passi ogni momento libero suonando, un appassionato di bicicletta passi il proprio tempo libero pedalando, ed è normale che se un pianista o un ciclista tenessero il conto delle ore che dedicano alle loro passioni, queste sarebbero infinitamente superiori paragonate a quelle di chi non è appassionato né di pianoforte né di ciclismo. Coi libri è la stessa cosa, quindi perché la gente si stupisce? Mah.

venerdì 25 ottobre 2019

Grigio

Oggi domina il grigio. Gli altri colori se ne stanno in sordina, quasi non si notano. Sono grigie le strade, le campagne, le persone alle fermate dell'autobus. A Santarcangelo, all'area Campana, sono arrivati i primi camion dei giostrai perché incombe la fiera di san Martino, ma sono là che si vedono e non si vedono, seminascosti da questa mezza nebbiolina che racchiude tutto nell'ovatta.

Michela mi scrive da Graz, dice che là c'è il sole e un clima ancora estivo. Quel paese le piace un sacco, dice che tutta l'Austria è bellissima e vorrebbe restare là per sempre. "C'è qualcosa che te lo impedisce?" le dico io.

Insciallah

Ho cominciato a leggere Insciallah, di Oriana Fallaci. Si tratta di un corposo romanzo, circa 850 pagine, pubblicato la prima volta nel 1990 e ambientato durante la guerra civile in Libano nella prima metà degli anni Ottanta.

Perché leggere un libro della Fallaci, la scrittrice preferita di Salvini (così dice lui)? Perché quando si tratta di libri non sono prevenuto verso nessuno, neppure verso Badget Bozzo. Lo leggerò, se avrà scritto corbellerie lo evidenzierò, se il libro non mi piacerà lo abbandonerò, se alla fine mi sarà piaciuto ne sarò contento, ma sono curioso. 

Rino Gaetano cantava, in un suo celeberrimo pezzo: "Mio fratello è figlio unico perché non ha mai criticato un film senza prima vederlo." Ecco, lo spirito con cui mi accingo a leggere la Fallaci è questo qui.

Ocean Viking

C'è la nave Ocean Viking, col suo carico di naufraghi, da cinque giorni sballottata tra Lampedusa e Malta in attesa che le venga indicato un porto in cui poter fare scendere le persone a bordo, porto che nessuno sembra al momento voler concedere. Stessa musica, mi pare, che veniva suonata col governo precedente. Con una differenza: prima se ne parlava: pagine e pagine su siti, giornali, telegiornali, parlamentari che salivano a bordo delle navi bloccate al largo da Salvini; ora della cosa non frega più niente a nessuno. Finita l'indignazione, finite le passerelle; tutto passa e tutto se ne va.

giovedì 24 ottobre 2019

Eseguivano gli ordini



Il tenente colonnello delle Ss Rudolfh Höss, primo dei tre comandanti del campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, interrogato dall'avvocato Kurt Kauffmann, difensore del capo della Gestapo Ernst Kaltenbrunner, ammette che sotto la sua direzione, durata circa tre anni, sono state uccise ad Auschwitz "Due milioni e mezzo di persone con il gas, un altro mezzo milione è morto invece di fame, stenti e contagi di varia natura."

A questo punto Kaufmann gli rivolge una domanda di per sé non inerente alla procedura processuale in corso: "Pensando alla sua famiglia e ai suoi figli, non ha provato neppure un briciolo di compassione?" Höss annuisce leggermente. Poi risponde: "Contavano solo gli ordini che Himmler mi aveva spiegato e impartito, non contavano i miei dubbi."

Leggendo questo passaggio di questo ottimo libro sul processo di Norimberga, che ho terminato poco fa, mi è venuto in mente un episodio simile raccontato nel libro In quelle tenebre, della giornalista inglese Gitta Sereny. Nel suddetto libro, che mi pare di aver letto l'anno scorso, l'autrice riporta le interviste rivolte a Franz Stangl, comandante del campo di sterminio di Treblinka, nel carcere di Dusseldorf dove era detenuto. Per circa settanta volte la giornalista chiede a Stangl se provasse qualcosa nel fare quello che faceva, e per settanta volte l'ex ufficiale tedesco non risponde, glissa, facendo pensare alla Sereny che il suo silenzio fosse provocato dalla vergogna.

Alla fine, però, la giornalista intuisce il motivo del silenzio: Stangl non si vergogna, semplicemente non capisce il senso della domanda. Nell'ultima intervista, infatti, un po' seccato, lo ammette: "Cosa significa 'Cosa provavo'? Io non dovevo provare niente, la mia mansione era quella di sopprimere nel più breve tempo e nel modo più efficiente possibile ogni carico di ebrei che arrivava coi treni, e io svolgevo il mio compito alla perfezione."

Ubbidivamo agli ordini, quindi non possiamo essere considerati criminali, è il ritornello che ogni gerarca nazista processato e condannato a Norimberga ha opposto come giustificazione di ciò che ha fatto. Ognuno di loro non era nient'altro che "un mattone nel muro", come avrebbero cantato molto tempo dopo i Pink Floyd.

E come si può condannare un mattone?

Calendari



Dopo i soliti papa Bergoglio, Padre Pio, Che Guevara, Mussolini (ebbene sì, c'è gente che compra i suoi calendari), Madre Teresa, cani, gatti, cavalli, lati B vari assortiti, quest'anno fa il suo ingresso nelle edicole il felpato. Per dire come si progredisca sempre, no?

(Dio, che orrore riferire a lui quel "Capitano, mio capitano", memoria nobile di uno dei più grandi film del secolo scorso.)

martedì 22 ottobre 2019

La testa degli italiani



Questo libro di Severgnini è difficilmente classificabile. Non è un romanzo, questo è certo, ma neppure un saggio in senso stretto. È un libro che evidenzia, in maniera ironica, pregi e difetti (questi ultimi soprattutto) delle italiche genti. Niente di nuovo: di libri simili ce ne sono in circolazione a iosa. Una volta terminato, viene da chiedersi: Embè?

Una delle poche cose interessanti in cui mi sono imbattuto riguarda le famose finestre tipo vasistas (queste, per intenderci), che stanno avendo una certa diffusione in Italia. Sapete da dove deriva questo nome? Da Was ist das? Cosa è ciò? Appellativo scherzoso dato nel 1918 a questo tipo di apertura. Narra una leggenda che a inventarle sia stato un artigiano italiano, ma non v'è certezza.

Ok, archiviato Severgnini, penso che passerò decisamente ad altro.

Ricordi musicali



Stamattina, in magazzino, mi è capitato in mano il vinile che vedete qui sopra. E d'improvviso, come un lampo, sono scattati i ricordi. 

Ai tempi delle medie ho consumato il nastro su cui lo ascoltavo, nastro neppure originale ma registrato dall'impianto stereo di un amico di campeggio, oggi perduto chissà dove (credo che attualmente faccia il ricercatore in Canada). E quel nastro, nonostante il mangianastri stia ammuffendo da anni in un mobile giù in cantina, ce l'ho ancora.

Ho amato alla follia quell'album, conoscevo ogni passaggio di ogni canzone, i testi di ogni singolo pezzo. Guccini, all'epoca, lo consideravo una specie di dio in terra. I primi accordi sulla chitarra li ho imparati suonando suoi pezzi.

Lo si vede lì, sulla sinistra della copertina, di fianco: giovanissimo (il vinile di quel concerto al Kiwi di Piumazzo fu pubblicato alla fine degli anni Settanta), quasi irriconoscibile. E sulla destra, davanti al batterista, il mitico Augusto dei Nomadi, con quegli occhiali talmente spessi che sembrano due monocoli appaiati. È sempre stato terribilmente miope, Augusto, ma ciò che gli mancava in diottrie ce l'aveva, centuplicato, nella potenza delle corde vocali. Fino al 1992, quando un cancro ai polmoni se lo portò via.

Ricordo che di quella copertina feci un poster e lo appesi in camera mia, di fianco a quello di un Kenworth con semirimorchio che sfrecciava su una strada americana. 

Bei tempi, bei ricordi. Bello, ogni tanto, rituffarcisi dentro.

lunedì 21 ottobre 2019

[...]

Diceva Guccini che ciò che ci ucciderà non sarà fumare o bere, ma quel qualcosa che portiamo dentro chiamato vivere. Io penso invece che noi moriremo schiacciati dalle nostre croste mentali, dalla muraglia cinese che alberga nelle nostre teste, da una montagna di pregiudizi che per pigrizia, comodità e sicurezza, non ci prendiamo mai la briga di smuovere un po'. Sì, moriremo di questa roba qua.

domenica 20 ottobre 2019

Dittatori e libri

Ogni dittatura o totalitarismo della storia, in particolar modo quelli del secolo scorso, ha sempre avuto come priorità la distruzione della cultura e la persecuzione degli intellettuali. Lo faceva Hitler nella Germania nazista (ricordate i tristemente celebri roghi pubblici di libri?); lo faceva Mussolini qua da noi mandando al confino intellettuali e scrittori; lo faceva Stalin nella Russia degli anni '30 del secolo scorso tramite la censura e l'eliminazione fisica di scrittori e poeti. Pol Pot, il sanguinario dittatore a capo degli spietati Khmer Rossi nella Cambogia degli anni '70, fece invece un passo avanti, spingendosi all'eliminazione fisica di chiunque fosse anche solo sospettato di avversare il regime. E come individuavano, i Khmer Rossi, i potenziali oppositori? Dagli occhiali. Facevano irruzione nelle case dei villaggi in cui arrivavano e controllavano chi vi abitava: chi portava gli occhiali veniva ucciso seduta stante. Perché? Perché Pol Pot pensava che i portatori di occhiali fossero lettori, quindi persone pensanti e potenziali intellettuali, quindi maggiormente sospettati di essere oppositori del regime.

Anche la Chiesa, del resto, come ogni istituzione o organizzazione con velleità autoritarie, si è in passato mossa in questa direzione demonizzando i libri. Il tristemente famoso Indice dei libri proibiti che cos'è, in fondo, se non un tentativo di impedire che le persone leggessero cose scomode, o solo semplicemente che leggessero (chi era in grado di farlo, naturalmente)?

Pensavo a quanto lavoro e quanta fatica si risparmierebbe, oggi, nel nostro paese un qualsiasi caudillo con velleità autoritarie, dal momento che i libri non vengono letti da nessuno e tutti sono pronti a inchinarsi e ad applaudire il primo arruffapopolo che si presenti con due slogan. Uno dei primi a capire l'importanza di avere un popolo con poca cultura, quindi maggiormente manipolabile, fu Berlusconi, che su queste cose ci aveva sempre visto lungo. Fu lui, infatti, a dire che il livello intellettivo medio degli italiani equivale a quello di un ragazzino di seconda media. E chi meglio di lui ha saputo sfruttare a suo vantaggio questa cosa?

Che poi, credo, fu pure ottimista, almeno guardando all'oggi.

Whatsapp può aspettare

Credo che i miei contatti Whatsapp, che in totale sono appena una quarantina o giù di lì, abbiano ormai capito che risposte immediate, da me, è difficile che arrivino. Le mie figlie, ad esempio, l'hanno ormai capito da tempo. Certo, può ancora capitare che mi senta chiedere perché ci abbia messo così tanto a rispondere a un messaggio, ma sanno benissimo essere una domanda retorica.

Se poi sto leggendo sul mio divano, o passeggiando su in collina, o facendo qualsiasi altra delle cose che amo fare, è matematico che un messaggio che mi arrivi su Whatsapp rimanga con le spunte grigie molto a lungo. Siamo noi che dobbiamo utilizzare le app, non devono essere loro a utilizzare noi.

(I miei quaranta contatti su Whatsapp hanno ormai imparato che in caso di urgenze c'è la cara vecchia telefonata, eh.)

Due cose belle

Due cose belle incontrate stamattina mentre passeggiavo dalle parti di Poggio Berni alta. Una è questo cespuglio fiorito, che, assieme alla temperatura e al sole di oggi, dà quasi l'idea di essere in primavera, inizio estate.



L'altra è questo barile aperto e pieno di libri, situato sul punto più alto della collina, vicino al ristorante I tre re. Chiunque passi di qui può lasciare un libro suo e prelevarne un altro, a sua volta lasciato da qualcuno.



Due cose belle di questa domenica.

sabato 19 ottobre 2019

Roberto Mercadini a Bellaria



Ieri sera, al teatro Astra di Bellaria, ho assistito a un monologo di Roberto Mercadini sulla disabilità. Un'ora di spettacolo in cui il grande narratore/attore/scrittore di Cesena ha affrontato il sempre un po' spinoso tema di come la società si pone nei confronti di tutte quelle persone che una volta venivano appellate subnormali, poi handicappate, poi portatrici di handicap, poi disabili, poi persone con disabilità (la definizione più edulcorata finora trovata).

Un'ora di spettacolo in cui ho appreso tante cose che non sapevo, o a cui non avevo mai pensato, riguardo al modo in cui tendiamo ad atteggiarci quando ci capita di interagire con queste persone. Uno spettacolo che mi ha arricchito e che mi ha dato parecchio su cui riflettere.

Quando sono uscito e mi sono incamminato sul viale alberato verso la macchina, ho pensato a tutti quelli che magari sono rimasti in casa a guardare Ciao Darwin in TV. Non perché sarebbero dovute venire tutte ad ascoltare Mercadini a Bellaria, ma perché non capisco come si possa gettare il tempo in stupidaggini quando ci sono così tante occasioni per imparare cose nuove, per stimolare il pensiero, per capire. Mah!

La migliore risposta sui vaccini

Sul femminile di Repubblica c'è una interessante rubrica settimanale in cui Umberto Galimberti risponde alle domande che gli rivolgono i lettori su temi di attualità. Questa settimana (19.10.2019) si parla degli immancabili vaccini e a interpellarlo è tale Daniele Gambi. Ecco il testo della sua domanda.

Sono un ingegnere e parte di un movimento di genitori che lottano per la libera scelta vaccinale. Non siamo contro i vaccini ma, evidenziando la mancanza di unanimità nel pensiero scientifico sui rischi legati alle vaccinazioni, non vediamo di buon'occhio una legge che viola il diritto alla libertà di cura e il principio di precauzione. Nel contempo i nostri figli rischiano emarginazione ed esclusione scolastica per via di una scelta presa in modo responsabile. Mi piacerebbe avere un confronto con lei sul tema.

La risposta di Umberto Galimberti.

La vita è incerta e, per quante precauzioni si prendono, nessuno ce la può garantire. La scienza è ipotetica e non ha mai preteso di dire la verità, semplicemente fornisce risposte esatte, ossia ottenute dalle ipotesi che anticipa, e che poi verifica con l'esperimento, riproducibile ovunque, da chiunque, con i medesimi risultati. Se non seguisse questa procedura rigorosa le sue affermazioni non sarebbero scientifiche, ma opinabili. E in base alle opinioni, a nessun legislatore verrebbe in mente di prescrivere alla popolazione pratiche di medicina preventiva, quali sono appunto le vaccinazioni. La scienza è ipotetica, ma non opinabile, mentre è opinabile la sua opinione che si è formata a prescindere dal metodo scientifico, dal momento che non è stata sottoposta a verifica sperimentale come poco sopra l'ho descritta, e di conseguenza, al pari di tutte le opinioni, vale tanto quanto l'opinione contraria. 

Il principio di precauzione a cui lei fa riferimento ci riporterebbe all'età della pietra, perché non c'è farmaco che non abbia i suoi effetti secondari, il cui danno comunque è decisamente inferiore ai benefici che il farmaco arreca. Si conferma così che il principio di precauzione risponde al bisogno di disporre di certezze assolute nel decidere le proprie scelte, quando una certezza assoluta non gliela può dare neanche un risotto con i funghi o una pastasciutta alle vongole, nei cui confronti non si sollevano particolari obiezioni nei movimenti di protesta. 

Da parte mia penso che il principio di precauzione risponda più a un nostro bisogno d'ansia generalizzata che a un'autentica tutela dai mali che nella vita possiamo incontrare. Quanto poi al diritto alla libertà di cura, che lei sente violato da una legge che impone le vaccinazioni, è un diritto che lei ritiene di poter esercitare a partire dalla sua opinione che le vaccinazioni fanno male. Ma che ne sarebbe di una società dove ciascuno esercita la propria libertà a partire dalle proprie personali opinioni? Opinioni che, per giunta, non si fondano su verifiche sperimentate come tutte le conclusioni scientifiche, ma sul "sentito dire", o peggio ancora su quelle pseudo- religioni che, per seguire la natura e non alterarla, aborrono i farmaci, quando non addirittura gli interventi medici, anche nel caso di interventi, questa volta si precauzionali, per evitare situazioni epidemiche da cui ci difende la medicina preventiva. 

Ritengo che l'esercizio della libertà sia consentito solo all'interno della legge. Per questo, come ho scritto in più occasioni, sono contro l'obiezione di coscienza, perché che cos'è la nostra coscienza se non un insieme di convinzioni dovute alla nostra educazione, ai maestri che abbiamo avuto, ai libri che abbiamo letto, agli incontri che abbiamo fatto, quindi qualcosa del tutto personale che può confliggere con la nostra responsabilità sociale? Non è raro infatti il caso che l'etica della responsabilità sociale possa dare ordini diversi dall'etica individuale. E privilegiare quest'ultima alla prima significa diventare irresponsabili, nel nostro caso nei confronti di quanti possono essere infettati da malattie (penso ad esempio agli immunodepressi che hanno difese immunitarie ridotte) da bambini che non accedono alla vaccinazione perché i loro genitori hanno adottato il principio di precauzione e tutelato il loro diritto alla libertà, dove i presunti rischi che non si vogliono far correre ai propri figli li si fanno correre con molta probabilità ai figli degli altri. 

Lei è una persona molto gentile e mi scuso se le mie considerazioni sono state espresse in modo troppo apodittico. Ma quando si tratta di responsabilità collettiva, la libertà personale è bene che faccia un passo indietro.

Il voto agli anziani

Io, in disaccordo con Grillo, il voto agli anziani lo lascerei e proporrei un'altra dicriminante su cui basare l'accesso al godimento di questo diritto: l'educazione. Non educazione intesa come possesso di buone maniere ma intesa, come era in uso presso gli antichi greci, come paideia, cioè formazione, cultura. Gli antichi greci avevano infatti capito che non può esserci democrazia senza cultura (e oggi questo è lampante) e l'avevano posta come condizione per permettere a tutti la partecipazione alla vita pubblica. Naturalmente, la realizzazione di tutto ciò, oggi, è pura utopia.

Quota 100

Detesto Renzi da sempre, ma riconosco che su Quota 100 ha ragione: si tratta di una legge che consentirà a pochi privilegiati di andare in pensione anticipatamente quando potrebbero ancora lavorare; costerà un sacco di soldi (circa trenta miliardi di euro nel triennio 2019/2021); non creerà posti di lavoro (in un'economia in perenne stagnazione difficile che chi lascia venga rimpiazzato); il costo sarà scaricato interamente sui giovani di oggi, che saranno (forse) i lavoratori di domani. 

Non si vede la ratio di questa legge, se non in quella chiave acchiappa consensi che ha sempre contraddistinto l'operare politico della lega.

venerdì 18 ottobre 2019

Fine de L'Istituto



Ho terminato ora L'Istituto, il nuovo romanzo di King. Ci sono circa un centinaio di pagine, grosso modo a cavallo tra la quattrocentesima e la cinquecentesima, da cui è letteralmente impossibile staccarsi e alle quali si rimane incollati anche se suona il telefono o si è sul divano che ce la si sta per fare addosso. Che altro aggiungere? Niente, chi ha voglia se lo legga e tragga da sé le conclusioni.

Non è un romanzo horror, questo è da precisare. A dire il vero, non ho mai ben capito il motivo per cui King venga sempre etichettato come scrittore di letteratura dell'orrore. Nella sua sterminata produzione letteraria, infatti, i romanzi che possono essere classificati in questo modo sono una parte, e neppure maggioritaria; penso ad esempio a Shining, It, A volte ritornano, Cujo, ma ha scritto anche capolavori struggenti come Il miglio verde o Storia di Lisey. Evidentemente, una volta che si viene etichettati in un certo modo, poi quell'etichetta rimane addosso per sempre.

Comunque sia, questo è un grande romanzo con una bella storia, una storia che prende, e le storie devono prendere, se no che storie sono? Ho letto una volta in un libro che, secondo le neuroscienze, il massimo della potenza ideativa e creativa di una persona si ha tra i quindici e i trent'anni, poi progressivamente decade. King ne ha settantadue e riesce ancora a concepire storie come questa. Sembra quasi incredibile.

A margine, ho anche imparato due cose che non sapevo (coi romanzi si impara anche, se sono validi): l'esistenza dei test BDNF per i neonati e l'esistenza della Distribuzione di Bernoulli. Col Re si fa sempre il pieno.

Chi muore oggi?

A Santarcangelo, davanti alla farmacia dell'ospedale, c'è lo spazio affissioni dove gli addetti del comune incollano i manifesti di chi passa a miglior vita. Lì davanti c'è sempre gente, a qualsiasi ora si passi. Stanno tutti lì a controllare i morti del giorno. Perché? Immagino per controllare se se ne sia andato qualche conoscente, o magari qualche parente un po' alla lontana. Chissà se pensano mai a quando affisso lì ci sarà il loro manifesto?

martedì 15 ottobre 2019

Mattei

Non guarderò la competizione dei due Mattei da Vespa. In primo luogo perché li detesto entrambi, in secondo luogo perché, da ciò che già si legge in giro, si evince chiaramente trattarsi di una lunga serie di battibeccate in stile ragazzini di prima media. Sinceramente, ho di meglio da fare.

L'app Blogger si aggiorna



Dopo un certo numero di anni, gli sviluppatori hanno rilasciato un aggiornamento dell'app che consente di scrivere post sulla piattaforma Blogger tramite smartphone. Niente di rivoluzionario, si tratta a prima vista solo di modifiche di carattere estetico che poco o nulla migliorano la già ben nota poca praticità, specie quando si tratta di caricare immagini (per farlo in maniera ottimale occorre utilizzare un browser).

La foto che vedete in alto, ad esempio (ritrae una porzione della mia libreria), l'ho caricata utilizzando la app aggiornata, ma non essendo possibile modificarne le dimensioni, prima che la sistemassi tramite browser fuoriusciva a destra del bordo del post generando un effetto sgradevolissimo.

Ho notato poi che l'app aggiornata non prevede, a differenza della precedente versione, di inserire nel testo del post link a siti esterni, una funzione molto comoda inspiegabilmente soppressa. Vado subito a disinstallare gli aggiornamenti e torno alla versione precedente dell'app.

Tredici anni

Oggi questo blog festeggia tredici anni, ma non è più lo stesso di tredici anni fa, ne è cambiata completamente la fisionomia. Quando lo aprii mi ci gettai con passione: post lunghi, articolati, pieni di link, ci dedicavo molto tempo (fin troppo, mi rendo conto ora) e molta gente passava di qua; oggi è diventato più una specie di diario in cui scrivo pensieri brevi e slegati solo quando ho voglia, e con pochi ma affezionati lettori. Ma va bene così.

lunedì 14 ottobre 2019

Luke



Il racconto della fuga di Luke dal luogo in cui era rinchiuso, L'Istituto, è una delle pagine più belle del romanzo. Finora.

Bottiglie e tovaglioli

Ricordo che, da bambino, a pranzo e a cena mia madre metteva sulla tavola una caraffa riempita con l'acqua del rubinetto della cucina. A volte comprava, qui al negozio di fianco a casa, anche l'acqua minerale, che il negoziante vendeva in bottiglie rigorosamente di vetro. Se poi, una volta consumata l'acqua, si riportavano al negozio le bottiglie vuote, invece di gettarle nella spazzatura, il negoziante restituiva qualche lira, il famoso vuoto a rendere.

Naturalmente le bottiglie di vetro venivano poi riutilizzate dalla ditta che imbottigliava l'acqua minerale e il ciclo si perpetuava. Discorso analogo per il vino in bottiglia che beveva mio padre (il Tavernello nel tetrapack sarebbe arrivato molto ma molto dopo). Anche i tovaglioli in tavola erano di stoffa, spesso abbinati alla tovaglia, e si riutilizzavano per più giorni. Poi andavano in lavatrice assieme alla tovaglia, mentre ora si disboscano foreste per pulirsi la bocca dai residui di ragù.

Mi è venuta in mente questa cosa ieri sera mentre gettavo l'immondizia. Il cassonetto giallo per la raccolta della plastica era strapieno e qualcuno aveva già cominciato a lasciare bottiglie e contenitori vari all'esterno. Chissà, forse una volta c'era più attenzione a queste cose, magari ci si teneva di più, c'era una maggiore etica di natura, poi è arrivata la plastica e ha seppellito tutto.

domenica 13 ottobre 2019

Armi ai turchi

Nel 2018 l'Italia ha venduto armi alla Turchia per oltre 360 milioni di euro, armi commerciate, chi più chi meno, da quasi tutti i paesi europei. Francia, Germania e Olanda hanno già annunciato di interrompere questo mercanteggiamento e domani Di Maio andrà in Europa ad alzare la voce (non ridete, eh) chiedendo che lo facciano tutti gli altri paesi europei.

Nel frattempo quel gentiluomo di Erdogan continua tranquillamente, anche con le nostre armi, a massacrare i curdi, popolo senza patria storicamente abituato a essere ciclicamente massacrato dal prepotente di turno; curdi che fino a ieri erano stati risparmiati dalla furia sterminatrice del mastino turco solo perché nel territorio dove erano situati, il nord della Siria, c'erano un centinaio di soldati americani (americani e curdi hanno combattuto insieme l'Isis. In realtà i curdi, gli americani si sono limitati a dare una mano).

Poi, improvvisamente, Trump decide di levare le tende, sapendo benissimo quali sarebbero state le conseguenze, perché, dice, mica può sprecare tempo ed energie (cento soldati americani!) per queste guerrigliole del cazzo, e giustifica l'azione dicendo che i curdi sono terroristi (quando ci combatteva assieme non lo sapeva?) e nella Seconda guerra mondiale non hanno mosso un dito in supporto degli americani durante lo sbarco in Normandia (voi vi rendete conto, vero, che il tizio che dice queste scempiaggini è a capo della prima potenza del mondo?).

E così siamo tutti qua, oggi, a stracciarci ipocritamente le vesti perché Erdogan massacra i curdi con armi vendutegli dall'Europa. Europa che naturalmente viaggia in ordine sparso e senza fare troppo casino, perché in Turchia non ci sono solo aziende italiane ma anche francesi, tedesche ecc. Un po' come in fondo noi non abbiamo fatto troppo casino con l'Egitto per la vicenda Regeni, dal momento che l'import-export tra l'Italia e l'Egitto viaggia su numeri dell'ordine di qualche miliardo di euro.

Nel mezzo ci sono gli immancabili profughi, questa volta quelli stanziati in territorio turco, che Erdogan ha quantificato in oltre tre milioni di persone e minacciato di espellere dalla Turchia e spedire in Europa se non la smettiamo di agitarci per la carneficina perpetrata in Siria. Non so se notate: anche in questo caso i profughi trattati non come persone ma come arma di ricatto nei confronti dell'Europa; uomini, quindi, considerati come mezzo e non come fine, quindi mai come persone. Lo faceva Salvini quando li teneva imprigionati sulle navi e lo fa Erdogan con quelli ammassati nei campi profughi turchi. Con buona pace di Kant e di ogni brandello residuo di Umanesimo.

La sicurezza (sul lavoro)

Settecento lavoratori sono già morti dall'inizio dell'anno, e dal momento che a capodanno mancano ancora due mesi e mezzo abbondanti, è facile pronosticare che a tale scadenza il conteggio contemplerà più di mille "caduti", numero purtroppo in linea coi dati forniti annualmente dall'Inail. In un simile contesto di vera e propria "guerra", ci si aspetterebbe che un ministro faccia un decreto sicurezza per cercare di risolvere questo problema, che spenda le sue energie in questa direzione, che per sicurezza metta al primo posto questo tipo di sicurezza.

Per quattordici mesi siamo invece stati catapultati in una specie di realtà parallela, totalmente infondata e priva di qualunque ancoraggio alla realtà, dove ci è stato ripetuto fino alla nausea che la lotta per la sicurezza passava esclusivamente dall'impedimento di ingresso nei nostri porti ad alcune navi con a bordo dei naufraghi. E la cosa ha funzionato: su questa palese e gigantesca distorsione della realtà, personaggi infimi hanno costruito un consenso politico altissimo. E molti di noi, come polli, ci sono cascati e si sono prestati per consentire che quegli infimi personaggi crescessero.

Personaggi ora lì in attesa di tornare nelle stanze dei bottoni per poter ricominciare con la stessa propaganda, certi di trovare ancora, allo stesso posto, una plebe ragliante pronta a osannarli di nuovo. E poi vogliamo progredire? Parliamo di grandi orizzonti, di sviluppo, di un'Italia che si rialzerà?

sabato 12 ottobre 2019

Joker (2)

Stasera ci si riprova. Dovrebbe essere la volta buona.

All'opposizione

Tra i tanti vantaggi dell'avere Salvini all'opposizione, uno è indiscutibile: non si è più obbligati a leggere ogni fesseria che dice. Ai tempi in cui era nelle stanze dei bottoni, infatti, non c'era verso di aprire Repubblica o Corriere (ma anche tutti gli altri) senza leggere ogni sua dichiarazione, la quale veniva prelevata pari pari dai social e riportata a tutta pagina. Ora, perlomeno, le suddette fesserie se le sorbirà solo chi lo segue sui suoi account in rete, mentre a tutti gli altri questo supplizio sarà risparmiato. È quasi una questione di igiene; come avere una casa più pulita in cui si entra più volentieri.

Naturalmente qua non si è così ingenui da pensare che, prima o poi, speriamo poi, il felpato non rientrerà in quelle stanze, ma godiamoci questo tempo, finché durerà.

In dialogo coi nostri pregiudizi



Tra le mie tante perversioni, quella a cui indulgo più volentieri è ascoltare conferenze su Youtube: Galimberti, Odifreddi, Crepet, Eco, Andreoli, Cacciari e altri. Lo faccio principalmente quando passeggio (quando sono a casa preferisco leggere). 

Stamattina, ad esempio, nella mia ora e mezza di camminata ho ascoltato per intero questa bellissima lezione di Galimberti sui pregiudizi, che non sono necessariamente quegli atteggiamenti negativi (anche questo è un pregiudizio, paradossalmente) a cui siamo abituati a pensare, ma sono parte fondamentale della nostra identità. 

Ciò che è negativo, semmai, è il loro incancrenirsi dovuto al fatto di non metterli mai in discussione, di non problematizzarli, e di elevarli spesso a principi a causa della nostro pigrizia mentale. Una delle più belle conferenze di Umberto Galimberti ascoltate recentemente.

venerdì 11 ottobre 2019

La Costituzione modernissima

John Foot è uno storico britannico che ha vissuto e lavorato a lungo a Milano. Ha recentemente pubblicato un libro chiamato L'Italia e le sue storie. 1945-2019, del quale ha terminato la stesura e consegnato il manoscritto all'editore prima della vicende balneari di Salvini e del Papeete.

Dice però (Il Venerdì, 11.10.2019) che "In una nuova edizione la racconterei di sicuro. Come un film: un politico che pensa di poter fare quello che vuole ma si scontra con i meccanismi istituzionali che lo impediscono. Si dice spesso che l'Italia è arretrata, ma in tempi di populismo la vostra Costituzione si rivela modernissima. Magari avessimo anche noi delle regole così precise, e soprattutto scritte [in Inghilterra la Costituzione non è scritta né racchiusa in un documento generale come negli altri stati], per impedire l'eccessiva concentrazione di potere nelle mani di una persona sola."

C'è voluto uno storico inglese per spezzare una lancia in favore della modernità della nostra Costituzione, da noi così spesso bistrattata e accusata di essere vecchia e non più al passo coi tempi; quella Costituzione che finora, ce lo dimentichiamo spesso, ci ha salvato dalle velleità autoritarie dei Berlusconi e dei Salvini.

giovedì 10 ottobre 2019

L'istituto



Sto per iniziare il nuovo romanzo di Stephen King. Con King ci sono cresciuto, come ormai credo che i miei trentadue lettori abbiano capito, così come, in campo musicale, sono cresciuto con i Pink Floyd, con Jackson Browne, con Guccini, con De Gregori e tantissimi altri (impossibile menzionarli tutti).
Sapete cosa succede quando sto per cominciare un nuovo romanzo del Re? Provo la stessa, come dire?, tensione positiva di quando, in tempi ormai passati, compravo ogni nuovo lavoro dei miei musicisti. Tensione positiva e quella terribile domanda: il nuovo lavoro mi piacerà? Oppure sarà una delusione? Niente di scontato: sia Stephen King che i miei idoli musicali hanno fatto lavori ottimi (avete mai letto capolavori come Il miglio verde?), lavori egregi e lavori decisamente scadenti. L'unico modo per scoprirlo è tuffarsi tra le pagine.

Joker

Ieri, approfittando del fatto che sia io che mia moglie avevamo il pomeriggio libero, avevamo pensato di andare all'UCI di Savignano a vedere Joker, film di cui si sta parlando parecchio in questi giorni. Avevo dato un'occhiata al sito appurando che c'era una proiezione alle 18:15. Perfetta.

Arrivati là, ho notato che sul cartellone elettronico alle spalle del cassiere, accanto al titolo del film era riportata tra parentesi la sigla O.V. e gli ho quindi chiesto conferma del fatto che quella proiezione fosse in lingua inglese; lui me lo ha confermato. A quel punto, già che c'ero, avrei voluto chiedergli come mai sul sito non fosse menzionato il fatto che la proiezione delle 18:15 era in inglese, ma poi ho pensato che non era certo lui a gestirlo, e quindi a cosa sarebbe servito? La proiezione successiva (in lingua italiana) ci sarebbe stata alle otto, quasi due ore dopo, e siccome non avevamo voglia di aspettare ce ne siamo tornati a casa, facendo una sosta per una pizza alla mitica Coccinella di Savignano.

Joker dovrà aspettare.

martedì 8 ottobre 2019

Taglio dei parlamentari

Boh, non so, non ho un'idea ben precisa in merito al raggiungimento del traguardo del taglio di parlamentari. Così, a impressione, mi sembra di trovare maggiore validità argomentativa in chi ne evidenzia le criticità piuttosto che i vantaggi (sostanzialmente, i detrattori vedono negativamente la riduzione della rappresentanza parlamentare, i sostenitori si limitano a evidenziare il lato economico della riforma).

Non ho un'idea ben precisa in merito, come dicevo. Mi viene da pensare che se i padri costituenti avevano previsto un certo numero di deputati e di senatori, come garanzia di piena espressione democratica del parlamento, forse più che intervenire sul numero degli eletti bisognerebbe intervenire sulla loro qualità.

lunedì 7 ottobre 2019

La solitudine

"La solitude est une belle chose, mais il faut quelq'un pour vous dire que la solitude est un belle chose."

("La solitudine è bella, ma ci vuole qualcuno per dirvi che la solitudine è bella".)

Johann Georg Zimmermann, filosofo tedesco del Settecento.

Ho trovato citato questa specie di aforisma in un racconto di Edgar Allan Poe che sto leggendo ora, intitolato L'isola della fata. Ho trovato per caso il libro che lo contiene nella mia libreria e sto facendo da un po' mente locale per cercare di ricordare come ci sia arrivato. È una raccolta di scritti intitolata Racconti del terrore, vergati quasi tutti tra il 1830 e il 1840. Ho terminato poco fa il saggio di Paolo Mieli di cui ho già parlato in post precedenti, e mentre ravanavo nella libreria dopo averlo riposto, mi sono imbattuto per caso in questo di Poe, mentre naturalmente cercavo tutt'altro - non succede sempre così?

E niente, mi è piaciuto quell'aforisma sulla solitudine e l'ho voluto lasciare qui.

Lunedì

- Sveglia alle 5:45
- Fuori piove ed è ancora buio
- Colleghi che parlano di calcio (a me del calcio non importa una beata fava)
- Il collega tutto casa e chiesa che "Prova a portare il crocifisso a casa loro [i musulmani] e poi vedi"
- Due muletti su quattro non funzionano (tocca spostare i bancali coi sollevatori manuali)
- Ancora tredici anni alla pensione (se va bene)
- Anche se lavoro qua da trent'anni, a volte mi sento come uno che non c'entra niente

Capite perché a volte è così difficile sopravvivere ai lunedì mattina?

domenica 6 ottobre 2019

Populismo d'antan

Il populismo che imperversa nella nostra epoca, da Berlusconi a Renzi e da Salvini alla Meloni e relativo elettorato, giusto per citare gli esempi più eclatanti, non è un atteggiamento politico nuovo, ma si delinea abbastanza chiaramente alla fine dell'Ottocento, a seguito della Comune di Parigi, dopo aver avuto come incubazione la lunga stagione delle rivoluzioni del Seicento e del Settecento. Paolo Mieli, nel saggio Le verità nascoste, trenta casi di manipolazione della storia, ne delinea i caratteri dell'epoca, in molti tratti non troppo dissimili dai populismi attuali. Eccone alcuni.

"[Il populista] non ragiona, non discute, non ascolta le opinioni diverse dalla sua, manifesta gli istinti da cui è mosso, si fa trasportare dagli affetti e dalle passioni che non prova neppure a controllare, ama o odia senza vie di mezzo, nutre una sorta di venerazione per il leader, cerca un capro espiatorio [...] emargina ed espelle chi dissente, definisce un nemico esterno e basa sulla lotta a quel nemico la sua unità, sa di essere incompetente ma vuole che la sua opinione conti, critica la politica, i politici e gli esperti, vuole eliminare ogni mediazione ed esprimersi direttamente."

Così nell'Ottocento. Oggi, pur dopo alterni percorsi, mi sembra che più o meno siamo tornati lì.

Chef Rubio e la sicurezza

Non posso fare a meno di notare come le cose dette da Gabriele Rubini, magari in maniera un po' ruvida e inopportuna visto il momento, siano le stesse che con altre parole da anni denunciano sindacati e addetti ai lavori degli operatori di polizia, relativamente ad esempio all'obsolescenza degli equipaggiamenti (e le fondine incriminate dei due poliziotti deceduti ieri ne sono a testimonianza), il blocco del turnover dal 2010, l'età media tra le più elevate d'Europa, la demotivazione dovuta a riconoscimenti economici più bassi di tutte le altre polizie del continente e via andare.

Credo che denunciare queste cose, sia che lo faccia Rubio o che lo facciano gli addetti ai lavori, non rappresenti un insulto, come strillano i soliti Salvini e Meloni e compagnia cantante al seguito, né rappresenti una forma di mancanza di rispetto nei confronti dei due poveri poliziotti, ma sia semplicemente un modo per cercare di smuovere qualcosa in un paese dove non si muove mai niente, nemmeno dopo una tragedia.

Renzi propone

Dice Renzi che "Italia viva studia le carte, lancia proposte, trova coperture. Propone idee insomma." Bello. Rimane solo che spieghi perché per fare questo abbia sentito il bisogno di fuoriuscire dal Partito democratico, minandone ulteriormente la già precaria stabilità. I buoni propositi enunciati, lui e la sua compagine non potevano attuarli restando all'interno del partito, contribuendo così a mostrare una parvenza di unità di un governo che sembra già avviato sulla strada della crisi? (Salvini è già sulla riva del fiume, in caso non si fosse notato.)

sabato 5 ottobre 2019

Chance di successo della Resistenza

Scrive Paolo Mieli nel suo saggio Le verità nascoste, trenta casi di manipolazione della storia, che gli episodi di diffidenza, quando di non vera e propria ostilità, degli Alleati nei confronti di comparti della Resistenza, durante la guerra di liberazione del nostro paese dal nazifascismo, non erano generati, come comunemente si crede (lo pensavo anche io), dal fatto che per gran parte i movimenti partigiani fossero influenzati dall'ideologia comunista, ma da motivi più prosaici, come ad esempio la poca fiducia nelle possibilità di ottenere successi da parte dei partigiani.

Scrive Mieli: "È un fatto che gli Alleati aiutarono e rifornirono generosamente la resistenza del comunista Tito, il che rende evidente che non era la maggiore o minore presenza dei comunisti nei movimenti che si battevano contro nazisti e fascisti a far pendere un piatto o l'altro della bilancia angloamericana. Erano piuttosto le chance di successo che venivano attribuite a questo o quel gruppo resistenziale. E, per quanto indicibile possa apparire oggi questa verità, agli italiani - a differenza di francesi o jugoslavi - ne venivano riconosciute assai poche."

giovedì 3 ottobre 2019

Da Mieli a King

Non ho resistito: mi sono imbattuto ne Le verità nascoste, trenta casi di manipolazione della storia, di Paolo Mieli, e ne L'Istituto, di Stephen King, e li ho portati a casa. Paolo Mieli è uno storico che mi piace molto e l'anno scorso lessi un suo saggio sugli ultimi cinquant'anni della storia d'Italia che mi incollò alle pagine. Stephen King... beh, è Stephen King, e L'Istituto è il suo ultimo romanzo, uscito in questi giorni, di cui ho già letto succulente recensioni in rete.





Da una ventina di giorni mi barcameno con due libri che non riesco a finire, non perché non mi piacciano, tutt'altro, ma perché, a causa di incombenze varie, mi manca il tempo materiale per leggere, e quando succede provo un vago senso di frustrazione. Uno è Tutto è fatidico, sempre di King, l'altro è un saggio storico sull'influenza che ha avuto la religione nella nascita delle maggiori dittature del secolo scorso: In nome di Dio, dello storico Michael Burleigh. Ma stasera non ci sono per nessuno: da adesso fino almeno alle undici, leggo, caschi il mondo. E poi, dopo la burrasca di stamattina, si è improvvisamente fatto freddo, ed è noto che il freddo invoglia a leggere.

Giorgia Meloni e le bufale su Carola Rackete

Oggi Carola Rackete è intervenuta in audizione al Parlamento europeo, ricevendo applausi da molti eurodeputati - applausi abbastanza ipocriti, direi, dal momento che l'accusa, più che fondata, che la capitana ha rivolto all'Europa è di essere stata lasciata completamente sola a gestire quella drammatica situazione che tutti ricordiamo.

Poteva, per l'occasione, la signora Meloni dare prova di un barlume di intelligenza restandosene zitta? Non sarebbe stata la Meloni se l'avesse fatto. E infatti eccola pancia a terra lanciare uno dei suoi leggendari tweet, molti dei quali delle vere e proprie pietre miliari nel campo delle bufale online, secondi solo a quelli di Salvini. Ma ecco il portentoso tweet della signora:



Ci vuole un certo impegno a riuscire a infilare tre bufale in così poche righe, ma la Meloni ci riesce agevolmente, forte di un'esperienza pluriennale nel campo delle balle. La prima bufala riguarda naturalmente l'accusa rivolta alla capitana di essere stata in combutta col geverno tedesco per lasciare i migranti in Italia (qui un dettagliato articolo di Open che la smonta); la seconda è quella secondo cui avrebbe infranto "le leggi", quando in realtà un giudice ha stabilito che nella decisione di Carola Rackete di attraccare non è ravvisabile alcuna infrazione di leggi (qui un estratto delle motivazioni); la terza bufala batte ancora sul famoso/famigerato speronamento, che con lo speronamento non c'entra assolutamente nulla, se si conosce il significato del termine (qui trovate una esauriente spiegazione del Post con tanto di disegnino, caso mai qualche adepto della ditta Salvini/Meloni passasse di qui).

Cosa aggiungere? Niente. Siamo in balia di un nuovo modo di fare politica e guadagnare consensi basato sulla ossessiva riproposizione di bufale, che trovano terreno più che fertile in una plebe di fanatiche menti semplici, pronte a bersi di tutto senza mettere nulla in discussione. Triste, ma è così.

mercoledì 2 ottobre 2019

Tortellini

Perché tanta polemica sui tortellini con ripieno al pollo? Mica si tratta di un'imposizione. Accanto ai canonici tortellini con ripieno di maiale, ne è stata preparata una piccola parte con ripieno diverso per permettere anche a chi, per qualsiasi motivo, non mangia carne di maiale di poterli gustare. Dove sarebbe l'attacco alla nostra identità e alle nostre tradizioni?

Mi vengono in mente tutte le polemiche che nacquero durante la gestazione e la nascita della legge sulle Unioni civili, descritta come un attacco alla famiglia tradizionale. Ma dov'è questo attacco? Chi vuole sposarsi tradizionalmente può continuare a farlo come sempre, chi vuole certificare l'unione col partner attraverso l'istituto delle unioni civili, con l'entrata in vigore di quella legge ora lo può fare. Io non vedo nessun attacco ad alcunché, vedo solo più libertà di scelta ed estensione di diritti a una platea più ampia di persone. Possibile che queste cose diano così fastidio?

martedì 1 ottobre 2019

Tra Bufalo Bill e Tran Tran

"Sono in salotto coi piedi in ammollo Penso di te, solo che sei un accollo Minchia che accollo, whoa, non ti seguo su Insta', no
Mi ami mo' che mi vedi su una rivista
Mando baci alle fans, eh, non mi metto le Vans, wooh."

Il testo che leggete qui sopra è un estratto dalla "canzone" intitolata Tran Tran, di tale Sfera Ebbasta, che su Youtube vanta una decina di milioni di visualizzazioni. Perché ho tirato in ballo 'sto tipo? Perché oggi mi sono imbattuto in un gruppo di ragazzini, alla fermata dell'autobus, che riuniti attorno a uno smartphone cantavano a voce alta questo pezzo. Dal momento che ho notato che i video presenti sul canale del tipo hanno tutti svariati milioni di visualizzazioni, presumo che Sfera Ebbasta sia un po' l'equivalente dei cantautori che ascoltavamo noi genitori attempati quando avevamo l'età dei ragazzini alla fermata.

A proposito dei suddetti cantautori, mi è venuto in mente un pezzo chiamato Bufalo Bill, di Francesco De Gregori. A un certo punto recita: "...e vent'anni sembran pochi, poi ti volti a guardarli e non li trovi più.
E mi ricordo infatti un pomeriggio triste, io col mio amico Culo di gomma, famoso meccanico.
Sul ciglio di una strada a contemplare l'America, diminuzione dei cavalli e aumento dell'ottimismo."

Che differenza c'è tra i due testi? La prima, direi, è che quella del rapper è una descrizione di una serie di situazioni banalissime che non abbisognano di alcuna spiegazione. Il testo di De Gregori, invece, è più ermetico. Decisamente più ermetico. Direi incomprensibile. Il tipo di testo che spinge chi lo ascolti a chiedersi cosa significhi e a pensarci su per cercare di comprenderlo. Ci si sforza, in qualche modo (a me succede ancora oggi ogni volta che lo ascolto), si utilizza il cervello alla ricerca di una soluzione.

Ma la soluzione non c'è, non ci può essere, perché si tratta di poesia, di immagini evocative che razionalmente non hanno alcun significato e, per questo, permettono alla mente di ognuno di definirle a proprio piacimento, di interpretarle in maniera soggettiva. La bellezza di quei versi, insomma, sta tutta nella loro incomprensibilità ed evocatività, sublimate nell'immagine dell'io narrante che si siede sul ciglio di una strada, assieme al suo amico, a contemplare una misteriosa America che può essere l'alter ego di chiunque o di qualsiasi cosa.

Sintetizzando brutalmente, mi verrebbe da dire che la differenza tra noi genitori attempati e i nostri figli, è che noi siamo cresciuti coi poeti, i nostri figli con banali e mediocri cronisti di una altrettanto banale e mediocre quotidianità.

Ritmi ridotti

Scrivo poco, ultimamente, e leggo tanto. Questo è il motivo per cui, come forse avrete notato, le distanze temporali tra un post e l'alt...