sabato 31 agosto 2019

Graz

Sono a Graz, ho approfittato di questo weekend per accompagnare mia figlia maggiore a prendere possesso dell'alloggio che la ospiterà per i prossimi sei mesi, mesi in cui farà l'esperienza dell'Erasmus. Alcune cose che saltano all'occhio.

1) Graz è una città cosmopolita, si incontrano per le strade persone di qualsiasi idioma e qualsiasi nazionalità, una specie di Londra un po' (un bel po', diciamo) più in piccolo.

2) C'è molto traffico veicolare, quasi come da noi, ma oltre alle macchine circolano un mare di biciclette. Ci sono piazze in cui esistono parcheggi multipiano solo per le due ruote, sembra di essere ad Amsterdam.

3) Gli austriaci sono molto gentili, almeno quelli con cui ho avuto a che fare finora. Non solo i baristi e gli esercenti pubblici in generale, ma anche le persone che si incontrano per strada ti sorridono quando le incroci. Non tutte, certo, ma una media decisamente alta, rispetto alla moltitudine di gente che sta sulle sue quando giro per Santarcangelo.

4) Ci sono parecchie librerie, cosa che a me interessa molto; peccato che, conoscendo io solo tre parole di tedesco, non sappia che farmene.

5) Le autostrade austriache sono pallosissime. Velocità massima consentita: 100 Km/h e telecamere quasi ogni chilometro. Impossibile fare i furbi (infatti non lo fa nessuno).

Questo è quanto, per ora.

giovedì 29 agosto 2019

Spread e rendimenti in calo

Non ha fatto tempo a passare all'opposizione, la Lega, che la nostra economia ha ripreso a respirare: spread e rendimenti dei nostri titoli di stato ai minimi storici.

La narrazione salviniana vuole che nel lungo elenco di nemici dell'Italia ci sia l'Europa (Bruxelles, poteri forti e compagnia varia assortita), oltre naturalmente agli onnipresenti migranti, ai Rom, alle ONG e a tutto quello che la propaganda salviniana ci ha propinato in questi quattordici mesi. Molti ci hanno creduto e ci credono, e vabbe': d'altra parte il felpato conosce bene i suoi polli.

Fuori dalla propaganda, ed entrando nella realtà e nel merito delle cose, è palese come non sia l'Europa, pur col suo miliardo di difetti, il nostro nemico, ma i mercati. Il concetto è molto semplice: se noi andiamo d'accordo con l'Europa i mercati se ne stanno buoni e tranquilli, e ci danno fiducia. Fiducia significa che gli investitori sono molto più propensi ad acquistare il nostro debito pubblico attraverso i titoli emessi dallo Stato. Ed è anche (anzi, soprattutto) con questi soldi qui che lo Stato paga gli insegnanti, i medici, i magistrati, le forze dell'ordine, i dipendenti pubblici in genere. In altre parole, è con questo sistema che lo Stato funziona, il resto sono chiacchiere da bar, quelle di cui Salvini è sempre stato maestro.

Fratoianni e il consumo

Mi è capitato di ascoltare, ieri, un breve intervento di Nicola Fratoianni, politico che raramente ho sentito enunciare dichiarazioni meno che intelligenti e condivisibili. Epperò il Fratoianni, ieri, mi è caduto sul consumo, dicendo che tra le priorità del neonato governo Conte due ci dev'essere il lavoro, la crescita e il rilancio dei consumi. Bisogna consumare di più, crescere di più, dice, quando è assodato che siamo ormai giunti a un punto in cui né l'una né l'altra cosa sono possibili.

Fratoianni, uomo di sinistra, sinistra vera, non quella di Renzi, che spezza lance in favore del capitalismo più bieco, quello che ci ha definitivamente ridotti da persone a consumatori, unica qualifica, quella appunto di consumatori, che ci consente di avere una qualche forma di rilevanza e dignità sociale; il Fratoianni che pensa che noi si possa ancora crescere. Peccato.

mercoledì 28 agosto 2019

Mai più, si spera

L'ultimo atto, prima di andarsene, è stato bloccare l'accesso in un porto italiano della Mare Jonio (una nave italiana, oltretutto) con il suo carico umano formato prevalentemente da bambini.

Non so cosa faranno PD e Cinquestelle insieme, probabilmente non lo sanno ancora neppure loro, e in fin dei conti mi interessa relativamente, almeno al momento, quello che mi importa è il non dovere più assistere a vergogne come questa.

Con la speranza che quella di oggi sia stata l'ultima nefandezza commessa dal peggior ministro che l'Italia abbia mai avuto.

martedì 27 agosto 2019

Dirette

Il mio vicino ha la finestra aperta e mi arriva la voce di Mentana, che quindi presumo stia facendo una delle sue rinomate dirette. Una diretta per documentare lo spettacolo inverecondo dell'osceno mercimonio politico che si protrae ormai da tempo.

Mercimonio a cui sono tuttavia disposto a indulgere, pur con estrema fatica, se il risultato sarà il passaggio all'opposizione, per il maggior tempo possibile, della compagine fascista, che è il primo requisito per la nostra sopravvivenza democratica. Poi, forse, verrà tutto il resto, verrà il tempo delle disamine e delle riflessioni articolate e composte, ma la prima emergenza, ora come ora, è neutralizzare Salvini e tutto ciò che rappresenta.

lunedì 26 agosto 2019

Paolo Crepet e i nowax

Non sono sempre d'accordo con tutto ciò che dice e scrive Crepet, in particolare gli rimprovero un certo ostracismo talebano nei confronti dei social e della tecnologia, ma questi dieci minuti sui nowax sono da incorniciare.

Achab

Il leggendario capitano Achab (captain Ahab, nell'originale inglese) fa la sua prima comparsa a pagina 158, capitolo ventottesimo del romanzo. Melville se l'è presa comoda, diciamo. Mi chiedo a questo punto quando farà la sua comparsa l'altrettanto leggendaria balena bianca, il cetaceo che nella missione precedente mozzò la gamba ad Achab.

La prima breve descrizione che Melville fa del capitano, in cui lo fa comparire all'improvviso sul cassero del Pequod, coi capelli bianchi mossi dal vento, la lunghissima cicatrice che parte dal cuoio capelluto e gli attraversa il volto insinuandosi nel petto, il corpo che pare fatto di bronzo e la leggendaria gamba di osso bianco di capodoglio, mi ha fatto venire in mente per un attimo il capitan Harlock che guardavo da ragazzino.

Anche lui, se non ricordo male, era mancante di una gamba e aveva una specie di cicatrice sul viso. Ma non vorrei scadere nella blasfemia, accostando l'eroe di un cartone animato col personaggio principale di uno dei maggiori capolavori della letteratura americana.

domenica 25 agosto 2019

Smartphone

Torno dalla mia passeggiata domenicale in collina e vedo la signora anziana, attaccata alla rete, che ripete alla vicina, più anziana di lei, qualcosa che sta leggendo sul suo smartphone. Lui e lei passeggiano sulla strada che sale su a Poggio Berni, lui davanti, lei dietro, entrambi chini sul loro smartphone. In pizzeria ogni persona seduta ai tavoli ha il proprio smartphone, ce l'hanno i grandi e ce l'hanno i bambini, e con quello fotografano e inviano a chissachì la pizza fumante che si apprestano a divorare (tranquilli, è capitato di farlo anche a me). Anche i camerieri prendono le ordinazioni ai tavoli digitando su apparecchi elettronici simili ai telefonini.

Usiamo lo smartphone a cena, in macchina, sul lavoro, a letto, mentre facciamo jogging, andiamo in bicicletta, siamo seduti sul water, nelle sale d'attesa del dentista, sul tram, in spiaggia, in albergo. Io stesso lo uso (ci sto scrivendo questo post), anche se non ritengo di esserne schiavo, o forse tento di illudermi di non esserlo. D'altra parte se oltre a lavorare riesco a leggere tra i settanta e gli ottanta libri all'anno qualcosa vorrà dire, no?

Mi viene in mente Paolo Crepet quando, in una sua recente conferenza, diceva che il telefonino è l'oggetto che ha avuto più successo nella storia dell'umanità: più della macchina, più dei frullatori, più delle lavatrici, più di tutto quello che vi viene in mente. Ce l'hanno i bambini, i giovani, gli adulti, gli anziani, i poveri, i ricchi, i colti, gli ignoranti, i cristiani, i musulmani, gli ebrei, gli animisti, i buddisti; gli esseri umani di qualsiasi latitudine della terra hanno uno smartphone. Da un certo punto di vista è lo strumento più democratico che ci sia, da un altro punto di vista un filo di inquietudine questa cosa la genera, se ci si pensa.

(...)



(da Moby Dick, H. Melville)

venerdì 23 agosto 2019

Moby Dick



Si può aspettare di avere quarantanove anni prima di prendere in mano uno dei più grandi capolavori della letteratura mondiale? Sì, purtroppo - nel frattempo ho letto anche altro, eh.

Politica e chiacchiere

Un po' mi sorprendono quelli che riescono a scrivere fior di articoloni ed editoriali sulla situazione politica contingente. Ma come fanno, dal momento che ogni cinque minuti c'è un probabile cambio di scenario? Si vota, no non si vota, PD e Cinquestelle si accordano, no non si accordano, la Meloni e Salvini vogliono il voto, gli altri chi un governo di responsabilità, chi un governo a termine per arrivare alla finanziaria, chi un governo purchessia purché si stia lì e via andare.

Su tutti, si erge come una specie di monumento al tafazzismo più conclamato il povero Salvini, gabbato dallo stesso meccanismo che aveva messo in atto per gabbare gli altri e ora ridotto a mendicare attenzioni e considerazioni da quelli che dovevano essere le sue vittime, il Salvini che ora chiede piagnucolando che si resusciti lo stesso governo che lui stesso ha affossato. Cose dell'altro mondo, direbbe qualcuno, o forse cose tipiche italiane, perché per certi versi il nostro paese è, rispetto al resto del mondo, effettivamente un altro mondo, nel bene e nel male - più nel male, mi verrebbe da dire.

A breve sapremo gli esiti di questa grottesca sceneggiata, con probabile (ma non sicuro) ribaltone in tutto e per tutto simile ad altri ribaltoni e ribaltini già visti in passato - chissà se Salvini, che oggi strilla all'inciucio, si ricorda che la Lega di Bossi fu la responsabile del primo ribaltone, correva il 1994, della neonata seconda repubblica, quando tolse la fiducia al primo governo Berlusconi, che cadde cedendo il posto a un esecutivo rimediato sul campo a guida Dini.

Personalmente, se PD e Cinquestelle arrivassero a un accordo per un governo non mi dispiacerebbe. La Meloni ha dichiarato giusto ieri che, in caso si andasse al voto, Lega e FdI darebbero vita a un governo che starebbe in carica cinque anni senza problemi. Il cielo non voglia. Cinque anni con Salvini e la Meloni nelle stanze dei bottoni potrebbero dare il colpo di grazia a questo paese. Non credo che meritiamo questo epilogo.

giovedì 22 agosto 2019

L'oppio dei popoli



Ho scoperto che la celeberrima "La religione è l'oppio dei popoli", di Karl Marx, è uno dei detti più fraintesi in circolazione. La frase è infatti estrapolata da un periodo più lungo, quello che vedete sopra, e il significato non è quello secondo cui la religione sarebbe una specie di droga data dal clero al popolo per ingannarlo, ma che essa è ciò in cui il popolo cerca consolazione per i propri dolori.

C'è una bella differenza.

martedì 20 agosto 2019

Macigni

Che Giuseppe Conte avesse intenzione di togliersi qualche sassolino l'avevo messo in conto, ma con tutti i mattoni, altroché sassolini, che si è tolto ci si potrebbe costruire una casa.

Non ho mai digerito in alcun modo questo governo, ma il discorso di Conte mi è piaciuto. È un uomo di legge, colto (ha fatto più di una citazione di vari personaggi storici), ha senso della misura e delle istituzioni, e tutto ciò che ha rinfacciato a Salvini lo condivido in toto - d'altra parte è ciò che gli rinfaccia chiunque abbia un minimo di raziocinio e senso delle regole e delle istituzioni.

A parte questo, siamo comunque messi male, e c'è da preoccuparsi per ciò che ci aspetta.

lunedì 19 agosto 2019

Richard Gere e Salvini

Dice il noto attore americano che vorrebbe parlare con Salvini per spiegargli che, se passasse del tempo con i migranti, ascoltasse le loro storie, cambierebbe atteggiamento nei loro confronti. Gere è un povero illuso, naturalmente, e d'altra parte è pure da comprendere perché sicuramente non sa di che pasta è fatto Salvini.

Bene, allora spieghiamo al noto attore che l'unica cosa che farebbe cambiare idea al felpato sarebbe un cambio di idea del suo elettorato. A Salvini non frega niente dei migranti, né della complessità del problema delle migrazioni, allo stesso modo in cui non gli frega niente degli italiani a cui dice sempre di voler dare la precedenza; l'unico faro che muove il suo agire è il consenso, ed è in nome di quello che lascia per settimane centinaia di poveracci a cuocere a bordo delle navi in mare, perché lasciarli in mare, chiudere porti e quant'altro porta consenso e ha un ottimo ritorno in termini politici e di immagine, anche se non risolve (anzi, lo aggrava) in alcun modo il problema. Tutto qua. Se, ipotesi remotissima e ai limiti del ridicolo, la maggioranza del suo elettorato cominciasse a muoversi su posizioni meno ciniche e più umane, le navi delle varie ONG attraccherebbero nei porti italiani accolte dalla fanfara.

Il politico, oggi, almeno in Italia, e Salvini ha portato questa tendenza al parossismo, non va inteso come colui che ha un'idea propria, un impianto tradizionale e culturale di riferimento, una storia personale su cui si impernia in maniera ferma il suo agire politico anche a scapito del consenso; il politico, oggi, è l'equivalente di un segugio, ha un fiuto finissimo per capire cosa vuole la gente, e glielo dà, e siccome gli umori dell'elettorato sono estremamente liquidi, veloci, volatili, ecco il politico prodursi in lunghissime, grottesche e imbarazzanti (per noi, non per lui) giravolte su ogni tema o argomento oggetto della sua attenzione.

Questa è la "politica" come la intendono Salvini, chi l'ha preceduto e chi gli succederà, quindi, francamente, non vedo l'utilità di venirci a parlare.

Prima l'operaio?

Duecento tra le maggiori imprese e colossi finanziari americani hanno pubblicato un documento, che naturalmente non è vincolante ma è solo una dichiarazione di intenti, in cui si dice che "le aziende non devono solo portare dividendi ai propri azionisti costi quel che costi. L'attenzione al profitto deve rimanere, ma dovrà essere solo una delle linee guida: d'ora in avanti i manager devono considerare anche l'impatto sull'ambiente e sulle comunità locali, i rapporti corretti con i fornitori, il rispetto dei consumatori e le condizioni offerte ai propri dipendenti." Insomma, basta col profitto a tutti i costi. Deve essere sempre perseguito, certo, ma complementariamente alla soddisfazioni di altri criteri tra cui, appunto, l'attenzione alle condizioni dei lavoratori.

Per una curiosa coincidenza sto leggendo in questi giorni un saggio su Marx (Marx, di Mario Cingoli). Nei Manoscritti economico-filosofici (1844) il grande filosofo ed economista scrive: "L'industria si è trovata fino ad oggi nello stadio della guerra di conquista, essa ha prodigato la vita degli uomini che componevano il suo esercito con la stessa indifferenza dei grandi conquistatori. Il suo fine era il possesso della ricchezza, e non la felicità degli uomini."

Ora, questa cosa che l'unico scopo del capitalismo è sempre stato il proprio sviluppo e nient'altro, credo sia da sempre chiaro a tutti, anche a chi, come chi scrive, non fa l'operaio da ormai più di trent'anni, e tuttavia fa un certo effetto vedere come le massime espressioni del capitalismo si stiano accorgendo che si sta cominciando ad avverare quanto disse alcuni decenni fa il grande scrittore americano Charles Bukowski: "Il capitalismo ha sconfitto il comunismo, ora il capitalismo sta divorando se stesso."

domenica 18 agosto 2019

Gimondi

La morte di Gimondi mi ha fatto venire in mente mio nonno paterno, nonno Gino. Ho delle vaghe reminescenze di lui perché morì che io ero ancora in tenera età, ma ricordo perfettamente la sua passione per il ciclismo e anche l'automobilismo, e le lunghe ore che passava davanti alla TV ogni volta che trasmettevano giri d'Italia, Tour de France e simili.

A me, invece, non è mai fregato nulla né del ciclismo né dell'automobilismo. Non mi sono mai appassionato ad alcuna disciplina sportiva. A me piaceva la musica, e mentre mio nonno seguiva le imprese di Gimondi in TV o alla radio, io mi intrufolavo di nascosto nella due cavalli verde di mio zio Mauro e ascoltavo per ore i nastri di Guccini, Bertoli, Battiato, Bubola. No, quello di Gimondi non è mai stato il mio mondo.

sabato 17 agosto 2019

Non c'è più rispetto

Non so come si possa ancora portare una qualsivoglia forma di rispetto alla politica e ai politici. Non ne vedo la possibilità. Non mi riferisco in particolare allo spettacolo osceno che ci è stato propinato in questo ultimo mese, dove lo sconcio teatrino dell'opportunismo e del consenso è stato portato all'esasperazione, ma allo spettacolo messo in scena da almeno cinque lustri in qua.

Le giravolte di Salvini (innesco la crisi poi mi pento, chiudo definitivamente con Di Maio ma la mia linea telefonica è sempre aperta ecc.) hanno qualcosa di diverso da quelle di Renzi (se perdo il referendum lascio la politica e mi dedico ad altro, mai coi grillini fino a ieri e oggi apertura "perché la situazione è diversa") o da quelle di Berlusconi? No.

Non è per essere qualunquisti, è un semplice prendere atto, alla luce dei fatti, che la politica oggi è questa roba qua: ricerca esasperata del consenso personale e assenza di qualsiasi visione progettuale che vada oltre la situazione del momento. Ha altra spiegazione lo stillicidio di detti e contraddetti su ogni aspetto dello scibile umano che si susseguono ormai a cadenza giornaliera? Ha altra spiegazione che non sia la capitalizzazione del consenso, un consenso sempre molto volatile, cosa che Salvini sa bene, la crisi innescata a Ferragosto da una discoteca di Milano Marittima? No, non ha altra spiegazione.

E si può avere rispetto di tutto ciò? No, non si può.

mercoledì 14 agosto 2019

Noi lettori e il Ferragosto



Noi lettori di libri ci accontentiamo di poco per svagarci: un divano, un libro (ho iniziato ieri The danish girl, di David Ebershoff, da cui è stato tratto un celebre film che naturalmente non ho visto), le finestre aperte e questa bellissima aria fresca che gira per la casa.
La vigilia di Ferragosto per me è un giorno come un altro, dal momento che sono rientrato un'oretta fa dal lavoro. Domani festa e venerdì di nuovo in trincea, ché il direttore al solo sentire nominare la parola ponte va in crisi epilettica. E vabbe', è tutta vita anche questa. Buon Ferragosto a chi passerà di qui.

lunedì 12 agosto 2019

La bufala su Carola Rackete

Quando voi sentite la Meloni che apre bocca, tenete sempre presente che nel 99,9% dei casi racconta una fesseria o una bufala. È matematico. D'altra parte lei è fatta così, poveretta: se non ripubblica la sua bufala quotidiana non è contenta.

Settimana di ferragosto

Mi ha fatto un certo effetto, oggi, tornare in bicicletta dal lavoro. Nella zona industriale di Santarcangelo le aziende sono tutte chiuse, con tanto di cartelli affissi su porte e cancelli. I parcheggi, solitamente pieni, sono quasi tutti liberi. Mi sento un po' un coglione a lavorare questa settimana, mentre il resto dell'universo, o quasi, è in ferie. Mi consolo pensando che anche Francesca lavora e addirittura sarà di turno il 15, poveretta.

Anche in centro, stessa musica: negozi, attività e uffici prevalentemente chiusi, parcheggi liberi quasi ovunque e pochissima gente in giro, giusto qualcuno nelle poche gelaterie aperte. Girare in bicicletta per una Santarcangelo così deserta regala un certo raro piacere e la città stessa ha un qualcosa di particolare, un aspetto più vivibile e più a misura d'uomo rispetto ai caoticissimi altri periodi dell'anno.

Faccio tesoro anche di questo.

Neppure in questi frangenti

Rimango allibito. Si è aperta (per ora ufficiosamente ma cambia poco) una crisi di governo e quella che dovrebbe essere la principale forza di opposizione al peggior esecutivo della storia repubblicana, neppure in un simile frangente riesce a trovare un minimo sindacale di unità di visioni e di intenti. Ognuno per la propria strada, con protervia e stupida e autolesionistica ostinazione, in nome di uno stomachevole quanto deleterio istinto di autoconservazione.

Nessuno che sia disposto a dire: Ok, io la vedo in modo diverso, ma visto ciò che c'è in gioco metto da parte la mia idea e abbraccio la tua in vista della composizione di un fronte comune con cui cercare di mettere, almeno un po', i bastoni tra le ruote a un ormai sempre più probabile governo a guida Salvini.

E invece niente, neppure questa apocalittica prospettiva riesce a smuoverli dal loro stupido egocentrismo. Salvini può stare tranquillo, finché a remargli contro avrà questa opposizione potrà dormire tra due guanciali. Sono schifato.

domenica 11 agosto 2019

Nel giardino







Dietro il palazzo Marcosanti c'è un giardino ombrato e ventilato. Viene spesso utilizzato per feste matrimoniali, cresime, comunioni ecc. Quando invece non c'è assolutamente nessuno, come adesso, sembra un angolo di paradiso, e da quassù, nelle giornate terse, la visuale spazia da Cesenatico a Rimini, con quel mare che ti annega di blu di buboliana memoria.

Mentre sto seduto su una sedia ed ammiro questo giardino mi vengono in mente i giardini della preesistenza di cui parlava Battiato in un suo pezzo di molti anni fa. 

"Torno a cantare il bene e gli splendori
Dei sempre più lontani tempi d'oro
Quando noi vivevano in attenzione
Perché non c'era posto per il sonno
Perché non v'era notte allora."

Oggi non abbiamo più né bene (se c'è se ne sta ben nascosto) né tempi d'oro, se mai ne abbiamo avuti. Viviamo in una specie di notte perenne che ingloba tutto quanto: umanità, alterità, capacità di pensare.

Quarant'anni fa, quando andavo a scuola io, i sussidiari e le antologie erano tomi enormi totalmente privi di figure. Oggi i libri di testo dei ragazzini delle medie sono pieni di immagini mentre il testo è puro contorno. Si impara a pensare se si allena il cervello a farlo, e uno dei migliori allenamenti è la codifica in immagini dei segni grafici che si trovano in una pagina. È la lettura, quella disciplina obsoleta oggi messa ai margini perché fuori moda, troppo impegnativa e, soprattutto, troppo lenta rispetto ai ritmi velocissimi imposti dai social e dalla rutilante società della fretta.

L'incapacità di pensare è la miglior cosa in cui possa sperare il potere. Perché i nazisti, la chiesa e ogni istituzione con velleità autoritarie hanno sempre fatto roghi di libri e perseguitato gli intellettuali? Perché se non si legge è più difficoltoso sapere e pensare, ed è molto più facile addomesticare chi non pensa, perché chi non pensa è più accondiscendente e fa meno domande. Guardate i governi che si sono succeduti negli ultimi quattro o cinque lustri e ne avrete la dimostrazione.

Vabbe', torno a casa, va', anche se in questo guardino ci starei tutto il giorno.

sabato 10 agosto 2019

Sabato mattina

Il sabato mattina è quel particolare e piacevole periodo in cui, libero dalla tirannide esercitata dalla sveglia, solitamente puntata alle 5:50, me ne sto a letto, cazzeggiando un po' al cellulare (ci sto scrivendo questo post), dando velocemente un'occhiata al sito dell'Ansa, ma soprattutto leggendo altre pagine del libro sul comodino, mentre dalle righe della tapparella entra un po' di aria ancora abbastanza fresca, ché quella bollente arriverà più tardi.

È il primo dei due giorni della settimana in cui non corro, in cui il passaggio dallo stato orizzontale a quello verticale segue i tempi che voglio io, come dovrebbe essere sempre. Ma d'altra parte non si può avere tutto dalla vita, no?

venerdì 9 agosto 2019

(...)

"In democrazia chi ha la maggioranza è al governo, non al potere."

(Giovanni Spadolini, 1994)

Morte e progetti futuri



Leggendo questo passo mi è venuta in mente una frase di Guccini: "...e ognuno costruisce il suo sistema di piccoli rancori irrazionali, di cosmi personali, scordando che poi infine tutti avremo due metri di terreno." 

Non ricordo quale sia la canzone che la racchiude, dovrei andare a verificare, ma alla mia età mi capita abbastanza spesso di non ricordare cose. 

(da Dentro la follia del mondo, Vittorino Andreoli)

Pieni poteri

Nel bailamme politico di questa ore, una frase di Salvini ha attirato la mia attenzione, cioè quella con cui chiede agli italiani di dargli pieni poteri, in modo da poter fare ciò che vuole senza palle al piede.

Sorvolando sul fatto che alle dichiarazioni del felpato occorre sempre dare il peso che meritano, non posso non pensare all'infelicità di tale richiesta. Il concetto di pieni poteri in una democrazia non ha alcun senso, specie in una democrazia parlamentare (almeno formale) come la nostra, concepita in modo che nessun attore abbia i pieni poteri ma tutti si muovano in un sistema di pesi e contrappesi che limitano, o dovrebbero limitare, velleità autoritarie di chicchessia.

La locuzione "pieni poteri" rimanda il pensiero a ogni forma di dittatura conosciuta, da quella stalinista seguita al crollo del regime zarista in Russia a quelle che hanno insanguinato l'America latina alla fine del secolo scorso; dalla dittatura hitleriana in Germania a quella fascista italiana, e si potrebbe continuare a piacere.

Mai uscita fu più infelice, delle innumerevoli infelici partorite in questi ultimi tempi.

mercoledì 7 agosto 2019

Cade?

Non so se sulla faccenda del TAV cadrà il governo. Non credo. Minacce in tal senso vengono lanciate da mesi un giorno sì e uno no, e, come è noto, non si sono mai realizzate perché nessuno ha mai avuto interesse in tal senso.

Ciò che non capisco è perché l'opposizione (opposizione, vabbe'...), o almeno larga parte di essa, faccia il tifo per la caduta, dal momento che eventuali elezioni anticipate vedrebbero i partiti di Salvini e della Meloni governare assieme con la maggioranza assoluta.

Se si vuole un governo con un Salvini pigliatutto presidente del Consiglio, prego, ci si accomodi e in bocca al lupo a tutti.

lunedì 5 agosto 2019

Decreto sicurezza bis

Dopo l'approvazione ha ringraziato gli italiani e la beata vergine Maria. Ma come si fa? Cioè, voglio dire, come si può dare il voto a uno così? Quali attenuanti si possono concepire? Quale sortilegio collettivo ha indotto tanta gente a prendere a calci la propria intelligenza in questo modo?
Io boh...

Bologna deserta

Ieri ho camminato in una Bologna deserta, la Bologna delle domeniche d'agosto. Ci sono andato per dare una mano a Michela a portare via le ultime cose dall'appartamento che aveva affittato per l'università. Terminato di caricare tutto in macchina, stavamo per tornare, poi abbiamo deciso di camminare un po' per vedere com'è Bologna nelle domeniche d'agosto.

Neppure lei la riconosceva: qualche ragazzo di colore in giro in bicicletta con gli auricolari, bus semivuoti, parcheggi liberi lungo via Indipendenza (non so se avete presente), pochi questuanti di vario tipo e nazionalità accampati sotto i portici, uno sparuto gruppo di giapponesi (i giapponesi sono dappertutto) sotto la canicola di mezzogiorno di piazza Maggiore. Ci siamo fermati in un piccolo fastfood miracolosamente aperto e il titolare, dall'aspetto vagamente cingalese, ci ha guardato come se fossimo animali strani.

Noi camminavamo "cullati dai portici-cosce di mamma Bologna", per citare un verso di una celeberrima canzone di Guccini. Cullati non so, ma le metropoli deserte hanno un loro indubbio fascino.

sabato 3 agosto 2019

La guerra tra gli uomini

La guerra è la più grande follia del mondo, il più distruttivo dei comportamenti, e non può essere attribuito alle dinamiche del singolo, alla follia di un solo uomo. La guerra è un sistema, un apparato che trova radici in una società intera e viene coltivato, come se domani la si dovesse dichiarare. Si radica nell'odio: in quel sentimento che riveste l'altro di inimicizia e lo percepisce minaccioso come un nemico. Uno stridore che non rimane dentro un singolo, ma si propaga e si fa sinfonia di morte. Come un'orchestra che prova per una première di morte. Una musica che si estende a tutta una nazione, un'orchestra di fucili, di cannoni, di bombe.

Lo ribadisco, c'è un direttore di guerra ma vi partecipano tutti: chi tirando le corde dei violini, chi soffiando nelle trombe che urlano come nell'Apocalisse. L'odio che risuona, che si propaga, che assorda. Per impedire la guerra, bisogna contenere e contrastare l'odio; per fermarla occorre lavorare sull'odio. Se a un colpo di cannone si risponde con un cannone, a un morto si aggiunge un morto e a una strage, una strage ancor più tremenda, allora la guerra non si ferma e la vita si fa guerra. I bambini nascono dentro i carri armati e le donne danno alla luce soltanto soldati. Quando l'odio si scatena e la guerra distrugge, chi non aveva motivo per combattere acquisisce ragioni personali e lo fa per i propri morti. L'odio è un potenziale esplosivo più della bomba atomica, è l'arsenale che ciascuno si porta dentro. È l'arma che ognuno di noi possiede senza un permesso, senza un senso. L'odio spara, l'odio può essere risvegliato in ogni momento. Dopo i primi colpi sparati senza senso, tutti sparano con una ragione anche se cercano di farlo inconsapevolmente. Cecchini automatici, aguzzini della morte.

Scriveva Primo Levi nell'appendice a Se questo è un uomo: "Nella Germania di Hitler era diffuso un galateo particolare: chi sapeva non parlava, chi non sapeva non faceva domande e a chi faceva domande non si rispondeva. In questo modo il cittadino tedesco conquistava e difendeva la sua ignoranza, che gli appariva una giustificazione sufficiente nella sua adesione al nazismo; chiudeva la bocca, gli occhi e le orecchie, egli si costruiva l'illusione di non essere a conoscenza e quindi di non essere complice di quanto avveniva davanti alla sua porta."

Molti storici hanno voluto vedere nella guerra una legge ineliminabile, un ritmo, e hanno ritenuto che la guerra sia un comportamento collettivo incontenibile. La storia del mondo scorre alla presenza continua di guerre, come se si trattasse di un bisogno della collettività, di un correttivo, di un sedativo periodico e dunque terapeutico, per legare un popolo in maniera più salda. Una follia del pensiero, una elaborazione che sa di perversione.

Io credo che l'odio abbia radici nell'uomo, nella sua paura, nel suo bisogno di potere, nel desiderio di difendersi da un "predatore", ma credo anche che non abbia nulla di fatale, perché lo stesso uomo prova l'amore, la compassione e la solidarietà. Credo poi che l'odio sia ritualizzabile e non lo si debba portare nella cronaca con la forza di una guerra. Il rito permette di liberare la violenza senza o con il minor danno possibile. Un danno persino simbolico. L'uomo sembra aver perduto le liturgie della violenza sia per la violenza del singolo che per quella delle masse, della società intera. Insomma, l'odio è un'esperienza umana che può essere controllata e fermata, liturgizzata, e ciò è possibile se si coltiva la cultura della pace, se si mostra la grandezza del perdono sulla miseria della vendetta, se si vede nell'altro e nel diverso non un demone ma un potenziale amico. E soprattutto se si impiegano le strategie della cooperazione e non quelle del successo proprio o della propria fazione. È certo necessario azzerare l'odio del passato, l'odio della storia, trasmesso attraverso le generazioni. Serve un condono dall'odio riflesso. Una eliminazione del debito d'odio e di violenza accumulatosi.

La guerra non è fatale. Ci sono popoli che non hanno fatto mai la guerra e non hanno nemmeno un termine nel loro vocabolario per esprimere questo comportamento. Gli eschimesi per esempio. Ci sono invece popoli che sono sempre in guerra e che si fondano sulla predazione e sul sopruso, sulla logica della forza. Sono le popolazioni guerriere. Bisogna fare di tutto per chiudere le guerre in corso, ma contemporaneamente partire per bandire l'odio. Fare di tutto per non prepararsi alla guerra, Che significa preparare una guerra Anche se ancora non ha nemico. Gli armamenti sono degli incipit per una guerra che ci sarà. È illusorio pensare di armarsi per la pace, per impaurire il possibile aggressore. La distinzione dei confini e la separazione netta tra le razze, invece di una coabitazione comune, sono la premessa odierna di una guerra che combatteranno i nostri figli. La scienza bellica è un'anticipazione per una battaglia che si farà di certo. È tempo di affermare che non c'è differenza tra un odio di difesa e uno di attacco. Chi spara per primo vede in colui che ha colpito un aggressore che avrebbe sparato un attimo dopo. L'odio è una aporia della specie, ritenuto follemente uno strumento difensivo utile alla sopravvivenza del singolo e della società.

Si potrebbe vivere in un mondo che profuma di pace e non che puzza di cadaveri. Quando considero la povertà di popolazioni intere, la morte di bambini senza cibo e penso al costo economico della guerra, vedo il mondo come un enorme manicomio fatto di folli che sembrano sapienti e invece sono idioti. Quando penso che molti sono pronti a giurare sulla guerra giusta e credono che ammazzare possa essere persino un dovere, mi rendo conto di quanto profonda sia stata la manipolazione del buon senso e del volere degli dèi. L'uomo ha fatto dire persino al Signore Iddio che è tempo di uccidere. Da non credente sono certo che nessun Dio mai ha pronunciato una simile sentenza.

(da Dentro la follia del mondo, Vittorino Andreoli)

Il bello dell'estate

L'estate non ha niente di bello. La primavera sì, l'autunno sì, l'inverno sì; l'estate nulla, eccetto le burrasche estive che in un'ora spazzano via giorni e giorni di afa e regalano un po' di respiro.

venerdì 2 agosto 2019

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I bambini se ne fregano

Da qualche tempo una famiglia che viene dalla Nigeria ha affittato un appartamento qui di fianco a casa mia. Padre, madre e quattro figli, il più piccolo cinque anni, il più grande tredici, forse quattordici. Il padre non si vede quasi mai, fa l'autista da qualche parte, va via la mattina presto e torna a casa la sera tardi. La mamma, una bella donna sui quarant'anni, forse meno, bada i figli. Ogni tanto vengono di qua, nel mio giardino, e se Michela o Francesca sono a casa, cosa che ormai capita di rado, giocano assieme. Poi capita che mio padre o mia madre da di sopra li vedano e vengano giù anche loro. Lei, la mamma, porta sempre il vestito tipico del suo paese, un abito lungo pieno di colori associato a un copricapo tipo turbante altrettanto colorato.

L'unica femmina dei quattro fratelli si chiama Fanta, come l'aranciata, o almeno ho capito così, gli altri non so come si chiamino. A dire il vero la mamma ha detto il nome di tutti, anche il proprio, ma non riesco a ricordarli. Fanta ha gli occhioni grandi come quelli di quella bambina, salvata da un soccorritore di una ONG, che girava in rete fino a poco tempo fa.
Nessuno della famiglia parla italiano, solo la mamma accenna qualche parola. 

Qualche giorno fa la mamma e uno dei figli dovevano recarsi qui a Santarcangelo, all'ospedale, per un esame pediatrico, e c'era il problema della lingua. A parte quelle poche parole di italiano, la mamma parla correntemente il francese, e siccome anche mia madre un po' lo parla, i miei hanno caricato mamma e figlio in macchina con loro e li hanno accompagnati a Santarcangelo per permettere al bambino di poter fare l'esame. La mamma di Fanta parlava in francese, mia madre faceva da traduttrice per il medico e viceversa.
Fanta e i suoi fratelli, il pomeriggio, passano spesso sul marciapiede davanti a casa mia e vanno a giocare con Ilaria, la figlia degli altri miei vicini di casa. I bambini giocano, si divertono, non sono razzisti, non gliene frega niente del colore dei compagni di gioco, né del fatto di non capirsi a parole, sono limpidi, non hanno ancora la testa piena di barriere, muri, pregiudizi come noi grandi.

Ritmi ridotti

Scrivo poco, ultimamente, e leggo tanto. Questo è il motivo per cui, come forse avrete notato, le distanze temporali tra un post e l'alt...