domenica 30 giugno 2019

I significati delle parole

Credo che un sintomo evidente della corsa verso il basso della nostra società sia dato, tra le altre cose, dalla manipolazione volontaria, quasi sempre in chiave strumentale, del significato delle parole e delle locuzioni, quasi che il nobile ramo della linguistica chiamato semantica sia ormai un vecchio e fastidioso arnese. Non sorprende questa deriva, e anzi si inserisce perfettamente nel solco ormai da tempo tracciato di una comunicazione tendenziosa, veloce, frettolosa, ad effetto, basata su slogan e dettati ipnotici ai quali non viene mai fornito un ragionamento valido a supporto, deriva agevolata anche dal fatto che ormai la comunicazione avviene prevalentemente in rete, dove impera l'obbligo della velocità e dell'immediatezza di risposta nelle discussioni.
Così, ad esempio, stamattina Il resto del carlino titola: "La capitana sperona i finanzieri", un titolo eufemisticamente fuorviante, per non dire completamente falso. Sarebbe bastato, ad esempio, aggiungere anche solo l'avverbio incidentalmente per avvicinare maggiormente il titolo alla realtà. C'è infatti differenza tra scrivere "La capitana sperona i finanzieri" e "La capitana sperona incidentalmente i finanzieri", o no? L'omissione dell'avverbio, dal punto di vista semantico inculca in chi legge l'idea dell'intenzionalità del gesto, intenzionalità accoratamente esclusa da Carola Rackete, la quale si è anzi ampiamente scusata con i finanzieri per l'incidente.
Ma anche così, il titolo non rende giustizia all'esatto svolgersi del fatto. Qui, ora, si entra un po' più nei tecnicismi linguistici, ma è comunque interessante notare che il verbo speronare significa (riporto dal Treccani) "investire un’altra nave, o un bastimento, o comunque una grossa imbarcazione, con lo sperone (più genericam., con la prua)". Dal momento che la comandante della Sea-Watch ha effettuato la manovra di ingresso nel porto procedendo lentamente a causa delle dimensioni della nave e, soprattutto, in retromarcia, si capisce benissimo come lo speronamento c'entri come Salvini con l'intelligenza.
Ora, è chiaro che al lettore medio di un quotidiano non è fatto obbligo di conoscere queste minuzie semantiche, ma a maggior ragione chi verga titoli e stende articoli dovrebbe farlo con la maggiore precisione possibile, al fine di descrivere i fatti come sono realmente accaduti e non deformandoli strumentalmente per ossequiare la linea editoriale del giornale. Il primo si chiama giornalismo, il secondo... non so neppure io come.
Questo che ho citato sopra è solo un esempio dei miliardi che si potrebbero fare. Dopo il fermo di Carola Rackete, ad esempio, il ruspista ha dichiarato: "Giustizia è fatta". E perché? Da quando in qua il fermo di un indagato è una forma di giustizia? Lo sarà, semmai, al termine dell'eventuale processo, quando un tribunale stabilirà la colpevolezza o meno dell'imputato e l'entità della eventuale pena comminata. Solo in quel momento, al limite, si potrà dire che giustizia è stata fatta, fermo restando l'aleatorietà e la valenza soggettiva del concetto di giustizia, dal momento che ogni sentenza troverà sempre chi la ritiene giusta e chi ingiusta.
Badate, sembrano questioni di poco conto, quasi irrilevanti, ma non lo sono. Lo potrebbero essere, forse, se queste forme di manipolazione di parole, fatti e concetti, trovassero al varco un pubblico attento in grado di scovarle, capirle, un pubblico che non prende per buono un titolo solo perché conforme al suo sentire emozionale e/o ideologico. Ma per fare questo occorrono voglia, impegno, un minimo di cultura, propensione alla messa in discussione di ciò che si legge e, perché no?, delle proprie idee quando serve, tutte cose per gran parte deficitarie nell'italiano medio. E non è un caso, poi, che ci ritroviamo con governi come questo.

sabato 29 giugno 2019

Leggo

Leggo dello scandalo degli affidi e di quei poveri bambini manipolati a Reggio Emilia, del nuovo concorsopoli partito da Catania ed estesosi praticamente ai maggiori atenei italiani. Leggo della 'ndrangheta che ormai si è impadronita di tutto il nord, poi leggo che siamo il primo paese in Europa per numero di giovani che non studiano e non lavorano. Leggo dell'aumento di famiglie povere, di disoccupazione cronica e stagnazione economica perenne. Leggo di poliziotti accoltellati per strada, di agguati mafiosi alla luce del sole, di monumentale evasione fiscale e corruzione endemica. Leggo di quattrocentomila persone all'anno (metà sono giovani) che abbandonano il nostro paese per mancanza di lavoro, prospettive, futuro. Leggo di carenza cronica di magistrati, forze dell'ordine, medici.

E, con tutta la mia buona volontà, non riesco a concepire come qualcuno sia riuscito a farci credere che il primo problema che abbiamo in Italia sia l'immigrazione. Ma come abbiamo fatto a farci prendere per il culo in questo modo?

Pratolini in ospedale

Questa mattina ho accompagnato mia madre all'ospedale di Pesaro per la consueta visita trimestrale di controllo. All'ingresso del reparto di oculistica - credo di averne già scritto, in passato - c'è una mensola su cui sono sistemati dei libri di proprietà della locale biblioteca. Chi vuole, può sceglierne qualcuno da leggere in sala d'attesa. Mi ha incuriosito un libro di Vasco Pratolini: La costanza della ragione. L'ho prelevato e ho cominciato a leggerlo. Ne ho letto una decina di pagine che mi sono piaciute un sacco, e mi è dispiaciuto doverlo riporre quando sono andato via.

Oggi pomeriggio farò un salto alla biblioteca di Santarcangelo, voglio assolutamente finirlo.

venerdì 28 giugno 2019

Lo stolto guarda il dito

Da quasi tre settimane media di ogni tipo sono catalizzati sulla vicenda della Sea-Watch 3, tuttora bloccata davanti al porto di Lampedusa col suo carico di umanità di scarto che nessuno vuole. Nello stesso periodo di tempo il ministro della paura ha abbaiato e tuonato, inferocito, perché la Capitana (lei sì con la C maiuscola, anche se tecnicamente trattasi di comandante, non avendo Carola Rackete status militare ma civile) ha osato disobbedire alla legge del felpato e ha portato la Sea-Watch 3 a Lampedusa.
Mentre l'attenzione generale era catalizzata qui, mentre il felpato sbraitava ai quattro venti chiedendo arresti, ricollocazioni e quant'altro dei quaranta poveretti ancora a bordo, sono arrivati sulle coste italiane, quasi alla chetichella e con barche e barchini di vario tipo, quasi mille migranti, l'equivalente di più di trenta Sea-Watch. E non è che Salvini non lo sappia, dal momento che questi dati sono liberamente consultabili sul sito del ministero dell'Interno. E questi mille sono solo quelli di cui in qualche modo si è avuta notizia. Perché per questi Salvini non sbraita? Perché non chiede che siano ricollocati in Europa? Perché, sostanzialmente, di questi se ne frega? E perché, più in generale, ignora consapevolmente il fatto che la stragrande maggioranza degli stranieri che arrivano in Italia non lo fanno coi barconi ma utilizzando, e l'hanno sempre fatto, la cosiddetta rotta balcanica dai valichi di Trieste e Gorizia?
Io ho due teorie. La prima è che bloccare una nave fa più scena, è un coup de théâtre che mediaticamente è molto più efficace di eventuali tentativi, peraltro destinati al fallimento vista l'estensione delle coste da controllare, di bloccare barche e barchini o di tentare di intercettare gruppi sparuti di migranti che entrano a piedi da Trieste. Ed è noto che il ruspista sa perfettamente che il suo elettorato, generalmente composto da persone non molto in sintonia con l'utilizzo delle funzioni neuronali, è molto sensibile alle sbruffonaggini mediatiche.
Tenere bloccata una nave per settimane al largo dà facile conforto all'idea (falsa) che i porti siano chiusi per davvero, ermeticamente chiusi, che non arrivi nessuno e che non ci siano spiragli, mentre tutti, tranne i leghisti, sanno che non è così - tutte le navi trattenute al largo sono alla fine state fatte attraccare e le persone a bordo sono state fatte sbarcare, e questo è un dato inconfutabile.
La seconda teoria ha a che fare ancora, seppur in un'altra variante, coi porti chiusi di cui sopra. Se Salvini sbraitasse contro i barchini o contro quelli che entrano a piedi da Trieste, molti leghisti, magari anche qualcuno tra quelli meno svegli, potrebbero mangiare la foglia e accorgersi che la storiella dei porti chiusi è sempre stata una fesseria. Sarebbe la caduta di una delle colonne portanti della propaganda salviniana, e mica può correre certi rischi, il ministro della paura. A margine, a proposito di propaganda salviniana, segnalo quanto sia debole l'argomento che sorregge il sempiterno ritornello "Porti chiusi a chi aiuta i trafficanti di esseri umani", per il semplice motivo che chiudendoli ai trafficanti si chiudono anche agli esseri umani. Una ragionamento semplice, banale, lapalissiano, ma a cui molti non pensano e che dà la misura di quanto al capitone possa fregare degli esseri umani.
Nel frattempo la Sea-Watch 3 è ancora bloccata davanti a Lampedusa, i poveretti ancora prigionieri e la comandante indagata dalla magistratura, come del resto aveva messo in conto facendo ciò che ha fatto. A tal proposito cito, e incornicio, ciò che ha detto quando ha deciso di virare e portare la nave sulla rotta di Lampedusa: "Ho deciso di entrare in porto a Lampedusa. So cosa rischio ma i 42 naufraghi a bordo sono allo stremo. Li porto in salvo". So cosa rischio, cioè mi assumo la responsabilità di ciò che faccio, pronta a pagarne le conseguenze. Pensate alla differenza tra lei e Salvini, quando in occasione della vicenda Diciotti per settimane chiese spavaldamente di essere processato ("Non vedo l'ora che mi processino"), salvo poi piangere per giorni e implorare i Cinquestelle che lo salvassero in parlamento nella richiesta di autorizzazione a procedere, come poi è successo. Persone diverse, stili diversi, carature morali antitetiche, pigmei e giganti. E il gigante si sa benissimo chi sia, sempre che non si guardi il dito al posto della luna.

mercoledì 26 giugno 2019

Carola Rackete



Se verrà aperta una sottoscrizione pubblica per aiutare questa ragazza ad affrontare le spese legali, darò quello che posso, anche se non potrà essere molto. Lo darò con convinzione e contentezza. Ci fossero più giovani così, forse il mondo andrebbe un po' meglio.
(Trentun'anni, tedesca, laurea in scienze naturali in Inghilterra, parla cinque lingue. Ci vuole poco per essere dei giganti di fronte a gentaglia come Salvini, cresciuto tra le gare di rutti alle feste della lega, ma lei è la somma di dieci giganti in confronto a lui. Non è vero che i giovani, oggi, non hanno più ideali, sono nichilisti, bamboccioni, o almeno non è vero per tutti. Ci sono anche giovani che hanno ideali, fanno battaglie per ciò in cui credono fino a sfidare i governi. La lezione che ha dato a tutti questa ragazza è grandissima.)

lunedì 24 giugno 2019

Arrivare alla nausea

Stamattina un mio collega di lavoro mi ha chiesto come fare a cancellarsi da faccialibro. Gli ho risposto chiedendogli se volesse solo disattivare l'account o cancellarsi definitivamente. "Solo disattivare l'account, per ora, ho bisogno di disintossicarmi", mi ha risposto. Essendomi io cancellato da qualche anno, gli ho suggerito i passaggi un po' a memoria e alla fine ha disattivato il suo profilo.

Pensavo che forse, alla fine, bisogna arrivare proprio alla nausea per riuscire a realizzare quanto la creatura di Zuckerberg, e i social in generale, siano padroni della nostra vita. Non mi riferisco, naturalmente, a chi ne fa un uso moderato e tranquillo, quanto ai patologici della notifica.

Successe una cosa simile a me con le cipolline sott'olio, di cui da bambino andavo matto. Le mangiavo spessissimo e in quantità, finché un giorno corsi in bagno nauseato. Da allora non posso neppure più sentirne l'odore, pena il sopraggiungere dei conati. La nausea mette un freno a qualsiasi eccesso, facebook o cipolline che siano.

Kant e Sea Watch 3

Immanuel Kant, uno dei più grandi pensatori dell'Occidente, diceva che l'uomo deve sempre essere trattato come fine, mai come mezzo. Magari ai suoi tempi (è morto agli inizi del 1800) era effettivamente così, almeno in parte, oggi certamente non più, perché se si tengono più di quaranta persone bisognose di cure prigioniere su una nave per quasi due settimane, usandole come merce di ricatto nel braccio di ferro con l'Europa, è palese che quei poveretti sono dei mezzi e non degli uomini.

Che poi, alla fine, non è neppure il fatto che Salvini faccia quello che fa a indignare, ma il sostanziale menefreghismo collettivo. Il nostro governo sta tenendo dei naufraghi prigionieri su una nave in barba a ogni convenzione internazionale, ogni legge sui salvataggi in mare e ogni forma di umanità, e quando la soglia della disumanità (mi sembra lo dicesse Cacciari) tocca certi livelli tutto diventa possibile.

sabato 22 giugno 2019

Gli striscioni per Giulio Regeni

Alcune delle amministrazioni comunali e provinciali passate alle ultime amministrative dal centrosinistra alla lega, stanno rimuovendo gli striscioni tramite i quali si cercava di tenere alta l'attenzione sulla tragica vicenda del giovane ricercatore friulano barbaramente assassinato in Egitto. I pretesti sono i più bislacchi e improbabili, tipici del (non) pensiero leghista. Si va da "era impolverato" a "non è più attuale" e altre scuse ancora più patetiche che vi risparmio (se anche fosse stato impolverato, sarebbe stato così complicato spolverarlo? Circa l'attualità, invece, sarà sempre attuale finché non si giungerà alla verità, io credo).

Il fatto è, semplicemente, che l'iniziativa di tenere alta l'attenzione sulla tragedia Regeni era una battaglia del centrosinistra, almeno formalmente - è noto che né Renzi né Gentiloni si sono sbattuti più di tanto in questo senso - e i nuovi barbari arrivati non potevano tollerare questa sorta di promiscuità ideologica con gli avversari politici, promiscuità che avrebbe fatto storcere il naso a più di un elettore.

Naturalmente, per le persone sane di mente è normale pensare che la ricerca della verità e il perseguimento della giustizia per Giulio Regeni sono battaglie che dovrebbero essere di ogni italiano a prescindere dalle sue idee politiche, ma, è noto, la sanità mentale non sembra essere molto di moda in questi ultimi tempi.

Sciocchezze da lasciar perdere

Molti si perdono dietro a (per me) sciocchezze: qualche euro in più sulla bolletta dell'acqua o della luce di cui non sanno darsi spiegazioni; l'assicurazione della macchina che è aumentata di dieci euro rispetto all'anno prima; l'Imu quest'anno più cara dell'anno addietro; un'ora di straordinario che non risulta sull'ultima busta paga e via a seguire: aggiungete a piacere ciò che vi pare a questa lista. E dietro a queste sciocchezze ci perdono pure grandi quantità di tempo: estenuanti telefonate a cui risponde sempre una voce registrata (prema uno se vuole parlare con Tizio, due se vuole parlare con Caio, cancelletto se vuole tornare al menù principale ecc.); mattinate intere perse per recarsi di persona negli appositi uffici, perché quei dieci euro in più esigono una spiegazione.

A me non frega niente di tutto questo, e non perché abbia così tanti soldi da potermene fregare di sganciare dieci euro in più (è vero l'esatto contrario: tanti presi, tanti spesi, in un perenne e precario equilibrio), ma perché tengo molto di più a impiegare il mio tempo in altro modo. Mi hai preso dieci euro in più? Tieniteli, chi se ne frega? Certo, quel leggero fastidio generato dal sospetto (certezza?) che il tale gestore stia facendo illeciti guadagni contando sul fatto che io non abbia voglia o tempo di mettermi lì a cercare di capire la natura dell'ipotetico meccanismo truffaldino, quel leggero fastidio, dicevo, si fa vivo, ma amen. Mi hai fregato dieci euro? Io non vengo a perdere una mattinata in un ufficio a chiedere spiegazioni, quella mattinata la impiego andando a piedi su in collina fino al palazzo Marcosanti, e da lì ammiro la splendida apertura di visuale che spazia da Cesenatico a Rimini, appoggiate delicatamente sul mare, e anche più in là, su quella striscia di blu che al suo limite si confonde col cielo. Mi hai fregato dieci euro? Non mi rovino il fegato aspettando un'ora e mezza al telefono che tu ti degni di rispondermi, apro un libro e in quell'ora e mezza prendo il volo e vado a Pickering, nel Somerset, a seguire le vicende dell'uomo che amava le nuvole. Mi hai preso dieci euro? Tienili pure. Io sarò un coglione ma la mia vita sarà sempre un gradino più bella della tua.

Pioggia

È curioso, dopo una settimana relativamente rovente, trovarsi fuori della finestra un sabato piovoso e fresco, con minacciosi nuvoloni scuri che coprono il cielo. A me questo clima piace, anche se dovrò rimandare a pomeriggio la rituale passeggiata al palazzo Marcosanti del sabato mattina. Piacerà sicuramente meno a chi aveva già programmato un weekend al mare (qua nel riminese un sabato mattina piovoso è una sciagura di un certo rilievo). Ma non disperino, gli amanti del mare, l'estate è ancora lunga.

venerdì 21 giugno 2019

Declino e stupidità

Per una curiosa coincidenza, ho terminato Homo stupidus stupidus, L'agonia di una civiltà proprio ieri, lo stesso giorno in cui l'ISTAT certificava che il nostro paese è sulla via di un ineluttabile tramonto. In realtà l'ottimo saggio di Vittorino Andreoli non prende in esame specificamente il declino dell'Italia ma della civiltà occidentale nel suo complesso. C'è tutta una letteratura che nel corso degli ultimi decenni ha preso in esame questo declino che porterà alla fine della nostra civiltà, penso ad esempio a libri come Il vizio oscuro dell'Occidente di Massimo Fini, La fine dell'Occidente di Umberto Galimberti e altri. Quello di Andreoli che ho finito ieri, a differenza degli altri citati, i quali sostanzialmente annoverano tra le cause l'insostenibile disuguaglianza economica planetaria e lo sfruttamento indiscriminato delle risorse del pianeta da parte dell'Occidente, addebita buona parte della responsabilità di questo declino alla stupidità dilagante che sembra aver contagiato la specie umana, stupidità che è come se facesse regredire noi Sapiens sapiens ai semplice Sapiens da cui proveniamo, se non addirittura ai precedenti Habilis.

Un esempio tra i moltissimi portati da Andreoli riguarda il fatto che l'umanità, oggi, dispone di un arsenale nucleare talmente potente che è in grado di distruggere duecento volte il pianeta (in caso non lo sappiate, una parte non trascurabile di questo potenziale bellico è depositata qui in Italia, ad Aviano), e nel 1962, in occasione della crisi dei missili di Cuba, siamo stati ad un soffio dall'innescare un conflitto nucleare globale che avrebbe potuto cancellare la nostra specie dal pianeta. Non è stupidità, questa?

L'Occidente finirà, sfido qualsiasi teorico dei sistemi ad affermare che un sistema economico mondiale così squilibrato e sballato possa durare ancora a lungo, e se non mettiamo un argine alla stupidità collettiva non è esclusa una futura estinzione di massa, che a pensarci bene non sarebbe neppure un male.

mercoledì 19 giugno 2019

Senza memoria semantica

L'elemento più significativo per la morte della ragione non è la memoria dei numeri di telefono o quella delle immagini, ma la memoria semantica, che attribuisce significato alle parole. Senza la memoria del senso, muoiono le parole, il vocabolario si riduce, ma soprattutto si appiattisce quella modulazione che personalizza un termine. Così l'uso delle parole stesse si riduce, la composizione delle frasi, del periodare proprio del linguaggio diventa sterile e, di conseguenza, il pensiero si impoverisce. A me pare che Benedetto Croce avesse ragione quando sosteneva un'equazione tra pensiero e lingua come contenitore necessario, non tanto per esprimerlo ma perché prendesse forma. La perdita della memoria semantica condurrà a una regressione dei contenuti del pensiero e la banalizzazione della semantica riportata al litio invertirà il senso stesso del processo evolutivo del nostro cervello. Ci renderà più stupidi (Homo stupidus stupidus) e in balia dei costruttori di memorie digitali. Le grandi scoperte di Platone moriranno. Già ne vediamo i segni agonici. Hanno dell'incredibile l'ignoranza e la stupidità del tempo presente. La semplificazione della scuola ha fatto sì che gli adolescenti non riescono più a seguire un testo letterario, per l'elevato numero di parole rispetto a quello del loro linguaggio quotidiano, tanto che non ne capiscono il senso e fanno fatica a leggere un'opera che descrive la nostra civiltà nei suoi tempi remoti, ma anche recenti. Ecco perché si è attirati sempre più dalle immagini, che sono dirette, mentre le parole presuppongono dei simboli che rimandano a dei significati. Senza memoria semantica, le capacità mentali si impoveriscono e ritorniamo a livello degli scimpanzé, dei bonobo, i quali comunicano, ma tutto si riduce agli imperativi darwiniani della sopravvivenza. E si cancella persino la bellezza, che è parte della civiltà e della creatività.

(da Homo stupidus stupidus, l'agonia di una civiltà, Vittorino Andreoli)

Prima o poi...

Prima o poi mi toccherà afferrare il coraggio a due mani e provare a leggere un libro in formato elettronico tramite l'apposito lettore. Finora ho sempre resistito alla tentazione (le mie figlie erano intenzionate a regalarmene uno in occasione dell'ultimo compleanno ma io ho detto loro che avrei preferito libri cartacei, e così è stato).

I libri cartacei li posso annusare, sottolineare, li posso  "torturare" facendo orecchie, lasciando la matita al volo, come segnalibro, se per caso devo alzarmi di corsa dal divano perché mi è venuto in mente che di là in cucina c'è il sugo che bolle. E poi, aspetto questo che gioca indubbiamente a favore del tomo cartaceo, c'è il piacevole rituale di passare in rassegna i libri accatastati nella mia libreria che ormai occupa buona parte del soggiorno: scorrere i titoli, aprire quelli già letti per rileggere una frase, un passaggio, qualche pagina.

Credo però che tutto questo tergiversare sia originato dal timore che alla fine potrebbe anche piacermi, leggere libri in formato elettronico.

martedì 18 giugno 2019

Al largo

Nessuno più parla della Sea-Watch, ferma al largo di Lampedusa da un settimana col suo carico di poveretti. D'altra parte il felpato ha detto che per lui possono stare lì fino a Capodanno, quindi dov'è il problema? Se invece di migranti ci fossero stati container con beni deperibili a rischio di andare a male, a quest'ora sarebbero già stati messi al sicuro, ma si tratta di esseri umani, non c'è fretta.

Appunti universitari



Ogni tanto, dopo aver dato qualche esame, mia figlia più grande mi passa gli appunti su cui ha studiato, e me ne capitano di veramente interessanti, come questo bellissimo saggio sulla correlazione tra curiosità e letteratura, strettamente correlate tra loro (non si legge se non si è curiosi). Se a tutti i bambini venisse insegnata la passione per la lettura, una volta adulti avrebbero molti più strumenti per capire la complessità del mondo in cui vivranno, e molte più possibilità di non farsi intortare da chi vorrebbe raccontargliela come pare a lui.
Grazie, Michi ;)

lunedì 17 giugno 2019

Ci importa così tanto di Totti?

Non so a quanti interessi la faccenda del divorzio di Totti dalla Roma, faccenda che sta occupando da giorni le prime pagine dei siti. Personalmente preferirei che per lo stesso numero giorni, e magari anche di più, restasse nella prime pagine l'aggressione e il pestaggio in stile squadrista da parte di dieci fascisti contro quattro ragazzi colpevoli solo di indossare una maglietta ritenuta antifascista.

Non so quanti si siano fatti un'idea del clima che si respira da qualche tempo nel paese. Il ministro della paura, sempre così solerte quando si tratta di commentare via social ciò che accade, e soprattutto sempre così attivo sui temi della sicurezza, si è per caso fatto vivo? Ha twittato qualcosa? O magari per sicurezza intende altro?

domenica 16 giugno 2019

Il piacere della lettura

Chi non ricorda come me quelle letture fatte all'epoca delle vacanze, che nascondevamo, poi, in tutte quelle ore del giorno che erano abbastanza tranquille e inviolabili da poter dare loro asilo? La mattina, rientrando dal parco, quando tutti erano usciti a fare una passeggiata, io scivolavo nella sala da pranzo dove, fino all'ora ancor lontana del pasto, non sarebbe entrato nessuno salvo la vecchia Félicie, relativamente silenziosa. Qui avrei avuto per compagni, assai rispettosi della lettura, solo i piatti dipinti appesi al muro, il calendario da cui era stato di fresco staccato il foglietto del giorno prima, la pentola e il fuoco che parlano senza chiedere che gli si risponda e i cui dolci discorsi privi di senso non vengono, come le parole degli uomini, sostituite con un senso diverso quello delle parole che state leggendo. Mi mettevo su una sedia, presso il fuocherello di legna.
[...]
Prima del pranzo, che purtroppo avrebbe posto fine alla lettura, c'erano ancora due ore buone.
[...]
Sfortunatamente la cuoca veniva ad apparecchiare la tavola molto tempo prima di pranzo: se almeno l'avesse apparecchiata senza parlare! Invece si riteneva in dovere di dire: 'Così non state comodo, se vi avvicinassi un tavolo?' E solo per risponderle: 'No, grazie', dovevo fermarmi di botto e richiamare da lontano quella voce che, tra le labbra, ripeteva senza rumore, velocemente, tutte le parole che gli occhi avevano letto; dovevo fermarla, farla uscire e, per dirle come si conveniva: 'No, grazie', darle un'apparenza di vita ordinaria e una intonazione di risposta che aveva perdute. Il tempo passava; spesso, molto prima dell'ora di pranzo, cominciavano ad arrivare nella stanza quelli che, stanchi, avevano abbreviato la passeggiata.
[...]
Alcuni, senza attendere oltre, si sedevano in anticipo a tavola, prendendo i loro posti. Era desolante, poiché questo avrebbe costituito un cattivo esempio per gli altri che arrivavano, inducendoli a pensare che fosse già mezzogiorno, e avrebbe fatto pronunciare troppo presto ai miei genitori la frase fatale: 'Su, chiudi il libro, si va a pranzo'.
[...]
Come mi sembrava lungo il pranzo!
[...]
Dopo, riprendevo subito la lettura. Soprattutto se la giornata era un po' calda, ognuno si ritirava di sopra, nella propria camera, il che mi consentiva di raggiungere la mia, per la scaletta dai gradini ravvicinati, all'unico piano così basso che sarebbe bastato un salto da bambini dalle finestre sporgenti per trovarsi in strada.
[...]
Non ero rimasto a lungo a leggere nella mia camera che già si doveva andare al parco, a un chilometro dal villaggio. Ma dopo il gioco, obbligatorio, acceleravo la fine della merenda portata nei panieri e distribuita ai ragazzi sull'erba della riva del fiume, dove era stato spostato il libro con la proibizione di riprenderlo in mano.
[...]
Lasciavo gli altri a finire la merenda nella parte bassa del parco, accanto ai cigni, e salivo di corsa nel labirinto fino a un boschetto di carpini dove mi sedevo, introvabile, addossato ai noccioli tagliati.
[...]
In quel boschetto il silenzio era profondo, il rischio di essere scoperto pressoché nullo, il senso di sicurezza reso più dolce dalle grida lontane che, da giù, mi chiamavano invano, a volte si avvicinavano persino, salivano un poco il pendio cercando dappertutto, Dopo di che tornavano indietro senza avermi trovato; poi, più nessun rumore: di tanto in tanto, il suono aureo delle campane.
[...]
In fondo al parco i rintocchi arrivavano solo deboli e dolci e non sembravano rivolgersi a me, ma a tutta la campagna, a tutti i villaggi, a tutti i contadini soli nel loro campo; non mi costringevano affatto ad alzare la testa, mi passavano accanto portando l'ora ai paesi lontani, senza vedermi, senza conoscermi, senza disturbarmi.
[...]
E talora a casa, nel mio letto, molto tempo dopo la cena, anche le ultime ore della sera davano asilo alla mia lettura, soprattutto in quei giorni in cui ero arrivato agli ultimi capitoli di un libro e non mancava più molto alla fine. Allora, rischiando di essere punito se mi avessero scoperto, e rischiando l'insonnia che, terminato il libro, sarebbe durata forse tutta la notte, non appena i miei genitori andavano a letto riaccendevo la candela.

(M. Proust, Il piacere della lettura)

sabato 15 giugno 2019

Nei lager

Raccontano tutti gli stessi orrori. E ci sono i reportage, le inchieste che li documentano, anche se in televisione non li fanno vedere per non disturbare. Tutti sanno cosa succede nei lager libici, così come tutto il mondo sapeva cosa accadeva nei lager della Polonia occupata da Hitler. E quando qualche decina di questi poveretti riesce a scappare da quei lager, il ministro della paura ce li vuole riportare con la patetica scusa che lui non vuole essere complice degli scafisti.

Non so quanti ancora credano a questa stupidaggine criminale mascherata da opera nobile, immagino tanti, purtroppo. E credo anche che la motivazione principale che muove l'agire del ministro della paura sia proprio la paura. Credo che Salvini abbia paura di queste persone perché conscio che sono infinitamente più forti di lui. Lo vedete, no? Potrebbe mai un ministro in sovrappeso a forza di nutella affrontare deserti, legnate, lager, mare? No, non potrebbe farlo, come del resto ben pochi di noi potrebbero.

O forse tutto questo non c'entra niente e il ministro della paura fa tutto ciò che fa spinto semplicemente da calcoli elettorali, il che è più che plausibile dal momento che la sua unica stella polare è il consenso a tutti i costi.

Ci sono scioperi e manifestazioni nelle maggiori città perché migliaia di persone perdono il lavoro ogni giorno, ci sono vertenze aperte con Whirlpool, Mercatone, Ilva, tutti fascicoli che stanno sulla scrivania di un ministro dello sviluppo economico fantasma che ha come unico obiettivo quello di tenersi stretta in ogni modo quella poltrona, pena la caduta nell'oblio e il ritorno all'irrilevanza da cui proviene.

Siamo uno dei paesi più indebitati al mondo e con un elevato tasso di povertà, con crescita zero e con ogni ramo dell'attività sociale (scuola, sanità, giustizia, welfare) gravemente deficitario, e abbiamo permesso a uno zotico qualunque di farci credere che il problema maggiore che abbiamo sono i poveretti sui barconi. Non ce lo perdoneremo mai.

Sconfitte

Dice Linus che la chiusura del Cocoricò, ultima di una serie di chiusure delle maggiori discoteche tra Rimini e Riccione, è una sconfitta per il mondo della notte. Boh, sarà.

Vado a memoria, ma credo di aver messo piede in una discoteca tre o quattro volte in tutta la mia vita, non di più, e quelle poche volte annoiandomi a morte. E dire che, essendo nato e vissuto a Rimini per anni, dovrei avere avuto nel sangue la passione per il divertimento notturno. Ma manco per niente, io la notte ho sempre preferito dormire. L'unica parentesi notturna che ricordo con piacere e nostalgia riguarda gli anni in cui ho suonato il basso elettrico nei Ravens, gruppo col quale spesso e volentieri suonavo in qualche locale notturno. Ma era tutta un'altra cosa rispetto alle discoteche. Lì si suonava, la musica la facevamo noi, e alla fine di ogni serata ci fermavamo fino alle due a chiacchierare tra noi e anche con quelli che, bontà loro, ci venivano ad ascoltare. Niente a che vedere con quell'alienazione dell'io e dell'anima tra "musica" e luci allucinanti.

La prima volta che provai a mettere piede in una discoteca credo non avessi ancora diciotto anni e fu al Cellophane di Miramare, che oggi non so neppure se esista ancora né, in caso, come si chiami. Arrivai attorno alle undici e trenta, mezzanotte. Il tipo che mi fece il biglietto all'ingresso mi guardò come se fossi un animale strano e io lì per lì non capii perché. Entrai e notai che non c'era quasi nessuno, e capii perché il tipo mi avesse guardato in quel modo. Rimasi lì fin quasi all'una e poi me ne andai, incrociando il grosso della gente che entrava. In quel momento capii che le discoteche, e Linus, erano un mondo che non mi apparteneva.

giovedì 13 giugno 2019

Soldi

Diceva Hegel che quando un fenomeno aumenta quantitativamente non si ha solo un aumento quantitativo del fenomeno ma si ha anche una variazione radicale del paesaggio. Se io, ad esempio, mi tolgo un capello sono ancora un uomo coi capelli, se mi tolgo due capelli sono ancora un uomo coi capelli, se mi tolgo tutti i capelli sono calvo. Marx ha preso questo postulato e l'ha applicato ai soldi, quando ha capito che l'aumento quantitativo del denaro l'avrebbe trasformato da mezzo per soddisfare bisogni e produrre beni a fine. Il buon vecchio Marx ci aveva visto giusto, e la prova, sotto gli occhi di tutti, è che oggi il denaro non è più un mezzo ma un fine, al raggiungimento del quale si subordina la produzione di beni e la soddisfazione di bisogni.

Mi è venuta in mente questa cosa, che lessi tempo fa in un bel saggio del buon Galimberti, in questi giorni in cui i soldi scarseggiano e non arrivo da nessuna parte. 

lunedì 10 giugno 2019

Salvini e i sillogismi impossibili



Il passaggio più bello non è neppure quello dove il filosofo dice che se Salvini fosse a scuola sarebbe un bullo, ma dove afferma che i suoi slogan fanno presa perché non sono sillogismi, ogni suo enunciato non è seguito da un ragionamento che supporti quanto affermato, e tutto questo perché il ragionamento è una cosa molto difficile per lui. E, aggiungo io, ancora più difficile per chi lo segue, perché se il vizio di ragionare fosse diffuso, il felpato dovrebbe magari trovarsi un lavoro.

domenica 9 giugno 2019

Prima gli italiani

A meno che non si tratti dei cinquemila italiani che lavorano a vario titolo (insegnanti di italiano, mediatori culturali, cooperative di servizi ecc.) nelle strutture che assistono gli stranieri, perché avendo essi perso il lavoro a causa dei provvedimenti sulla "sicurezza" del teorico del prima gli italiani, sono evidentemente italiani di serie B.

Italiani per la maggior parte fra trenta e quarant'anni che ora, mentre tentano di reinventarsi in qualche modo, verranno messi a carico dello Stato tramite forme diverse di amortizzatori sociali. Lui ride felice perché il suo decreto sicurezza chiude centri di assistenza e dà una sforbiciata ai famosi trentacinque euro, quindi lo Stato risparmia, poi però i quincimila italiani che, i sindacati stimano, perderanno il lavoro entro l'anno verranno messi a carico dello Stato. Bello, no?

sabato 8 giugno 2019

La tv che vorrei

Accendo la televisione per caso, ché qua la televisione è solo una breve parentesi tra un libro e l'altro, e m'imbatto in Claudio Borghi che turlupina quei quattro gatti che lo guardano con la presa in giro sui minibot. Perché?

Voglio una televisione che in prima serata mi metta Vittorino Andreoli che mi spiega cos'è la paura, Umberto Galimberti che mi spiega perché i greci sono stati il popolo più intelligente mai apparso sulla terra, Umberto Eco che mi spiega la bellezza dei classici della letteratura, Piergiorgio Odifreddi che mi spiega perché non possiamo essere cristiani e men che mai cattolici. Voglio una tv che in prima serata trasmetta Giovanni Sartori che mi spiega che la democrazia non è andare a votare, ma ben altro.

Non sono snob o moralista, e Bonolis è libero di sguazzare tra tette e culi quanto vuole, non mi dà alcun fastidio, ma perché dev'essere solo quello? Perché in questo benedetto paese la TV non assolve anche la funzione di allenare il pensiero critico, il ragionamento, e di educare al bello? Non voglio sentirmi intelligente davanti alla D'Urso o agli sproloqui di Salvini, voglio sentirmi piccolo di fronte ai veri giganti.

(Umberto Eco e Giovanni Sartori non ci sono più, lo so, ma i pensatori che hanno lasciato il segno continuano a vivere anche se non ci sono più.)

Fusa del gatto virtuali :-)

Siete gattofili come lo scrivente? Divertitevi.

(via Attivissimo)

Benvenuti nella realtà

Ieri una nave carica di migranti è approdata a Pozzallo e ha trasferito lì il suo carico umano. Qualche giorno fa un'altra nave ha fatto lo stesso a Genova. I fan del capitano sono incazzatissimi e si chiedono perché non abbia battuto ciglio, perché abbia permesso gli sbarchi senza fiatare. Sono spaesati. Si sentono quasi traditi. Dov'è l'uomo coi muscoli che fino a poco tempo fa teneva prigionieri per giorni e giorni essere umani su navi e carghi? Cosa è successo?

È successo quello che ogni persona in grado stabilire una sinapsi tra due neuroni ha sempre saputo, e cioè che i porti non sono mai stati chiusi né mai lo saranno. Pensare di poter fermare una umanità che si muove chiudendo qualche porto di un paese con migliaia di chilometri di coste è una di quelle stupidaggini a cui solo chi non sa niente poteva concedere qualche credito. Benvenuti nella realtà.

venerdì 7 giugno 2019

Il suggeritore

Una amica e collega di lavoro decide di liberarsi di parte del mare di libri che affolla casa sua e, sapendo della mia malattia, mi chiede se io ne voglia qualcuno. La domanda, naturalmente, è oziosa e io le rispondo con un entusiasta sì. Martedì mattina, la cara amica e collega arriva al lavoro con una bella borsa piena di libri. Mi offro di pagarglieli, almeno una parte. Lei rifiuta decisamente (erano comunque destinati al macero) e chiudiamo la faccenda con un caffè offerto da me al distributore automatico aziendale (difficile definire caffè quella specie di intruglio, ma tant'è).

Tra i libri contenuti nella borsa, Cittanòva blues, di Guccini, che a dire il vero non mi ha entusiasmato, e Il suggeritore, di Donato Carrisi, che mi sta stregando. È un thriller di una decina d'anni fa di cui ho sentito parlare spesso ma che non ho mai avuto occasione di leggere. Le recensioni, lette qua e là nel corso degli anni, erano quasi tutte molto positive, ma mi è capitato spesso di leggere libri noiosi recensiti però magnificamente, quindi non ho dato ad esse eccessivo peso. Sbagliavo.

La cara amica e collega dice che ne ha ancora parecchi di cui disfarsi.

mercoledì 5 giugno 2019

Il flop di Quota 100 e la propaganda

I "professoroni" l'avevano avvisato fin dagli inizi: Quota 100 non creerà occupazione e sarà solo un costo per lo Stato. Ma lui niente, dritto come un rullo compressore, e guai a chi osasse dubitare dell'efficacia della legge simbolo della lega. A sei mesi dalla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, infatti, l'INPS snocciola i primi dati, gravemente negativi: pochissime domande rispetto a quelle previste (comprensibile, viste le decurtazioni e il blocco del cumulo dei lavori) e inesistenti sostituzioni. Detto in soldoni, chi ha usufruito di questa pensione anticipata non è stato rimpiazzato da nessuno.

Magari bastava solo ascoltate i tanto odiati professoroni, per una volta. Ma sarebbe bastato anche solo chiedere a un lavoratore qualsiasi. Pure io avrei potuto dirglielo, visto che posso testimoniare per esperienza diretta che chi si ritira dal lavoro non viene rimpiazzato da nessuno. Ma prima viene la propaganda. Abbiamo un governo, che non è certo il primo, e questo va detto, che legifera non in base a priorità effettive ma con l'unica stella polare dell'assecondamento degli umori del momento e della ricerca del consenso facile e immediato. Si legifera esclusivamente in vista di questo.

Alla fine della fiera, Quota 100 costerà alle casse dello Stato 4,5 miliardi di euro solo per l'anno corrente, che andranno ad aumentare il già elefantiaco debito pubblico (naturalmente sulle spalle future dei nostri figli), i benefici in termini di aumento dell'occupazione giovanile saranno pressoché nulli e la tanto vituperata legge Fornero, della cui abrogazione Salvini aveva fatto in campagna elettorale una questione di vita e di morte, è ancora tranquillamente al suo posto.

Chissà se qualcuno si è chiesto come mai, da un po' di tempo, il felpato non tiri più fuori l'argomento.

Si fa presto a mettere una maglia della polizia

Ci vuole invece molto di più a trasformare le parole in fatti. Si fa presto a dire "Io sto con la polizia", a farsi belli negli annunci ufficiali, nelle manifestazioni, nelle parate; non richiede nessun impegno e il ritorno di immagine è notevole. Ma finisce tutto.

martedì 4 giugno 2019

Estate (per me)

L'estate, per me, sarà sempre l'estate che trascorrevo da nonna Tina (nome reale: Argentina, per tutti Tina). Nonna Tina abitava in una vecchia casa in campagna che, mi diceva, era stata costruita prima della guerra. Fu costruita senza bagno e senza termosifoni perché le case di una volta le costruivano così. Il bagno fu poi costruito posticcio dal nonno, molti anni dopo, i termosifoni non furono invece mai installati e durante l'inverno ci si scaldava col camino e con una vecchia stufa a kerosene che mia nonna teneva in soggiorno. Su quella stufa si scaldava l'acqua che mia nonna tirava su dal pozzo, nel cortile, e che poi travasava in grosse pentole. E di notte? Coperte pesanti sotto le quali si metteva il "prete". La mattina, d'estate, la nonna riempiva d'acqua una mastella e la lasciava tutto il giorno sotto il sole, alla sera era calda, molto calda, e io facevo il bagno lì dentro.

Dietro casa c'era un campo grande, pieno d'erba e di alberi da frutto. Ricordo il pero selvatico, il fico, il mandorlo, il noce. Sul mandorlo, che era di tronco e rami grossi, ci si poteva arrampicare per andare a raccoglierne i frutti. Quando le mandorle non sono ancora mature, hanno un colore verdognolo e sono ricoperte da una specie di buccia morbida e lievemente vellutata. Si possono mangiare così come sono, spezzandole coi denti. Hanno un sapore abbastanza acidulo e acerbo, ma a me piacevano. Io, Gianni e Marco ci arrampicavamo e ci sedevamo sul ramo più grosso, poi allungavamo le mani, stando attenti a non cadere, e prendevamo tutte le mandorle che erano a portata.

Quel campo grande, pieno di erba e alberi, era il nostro mondo, la nostra foresta, e le "lappe" di cui ci riempivamo calzoncini e canottiere erano trofei di battaglia. Qelle lontane estati sono state le più belle della mia vita.
[...]

Trump e brexit

Tutti che riportano a caratteri cubitali le posizioni di Trump a favore della brexit (promette addirittura alla May contratti favolosi, se 'sta cosa dell'uscita inglese dall'Europa andrà fino in fondo). Poi, magari, qualcuno ci spiegherà dove sta la notizia, dal momento che è logico che gli USA preferiscono avere come controparte un'Europa divisa e più debole rispetto a un'Europa coesa e più forte. Sta a vedere che pure i cinesi tifano per la brexit, e forse pure gli indiani, chissà.

lunedì 3 giugno 2019

Storia del fascismo



In genere si conosce il fascismo per sentito dire, magari al bar, oppure ci si ricorda qualcosa dai tempi della scuola, i più curiosi e volenterosi si fanno magari un'idea su Wikipedia, ma per capire a fondo cosa fu per il nostro paese quel terribile ventennio, le sue implicazioni, le infinite sfaccettature, e soprattutto per capire se ciò che viviamo oggi può essere paragonato in qualche modo a quel periodo, ci vogliono i libri. E questo che ho appena terminato racconta quel periodo in maniera esemplare.

Finora sono sempre stato moderatamente indulgente con i teorici del "ha fatto anche cose buone", da oggi l'indulgenza cede il posto alle male parole.

Riace

Stavo pensando al comune di Riace, Locride, profondo sud, dove la lega di Salvini, quello che fino a poco tempo fa insultava a spron battuto i terroni, vince e Mimmo Lucano è fuori da tutto, manco un posto all'opposizione in consiglio comunale. Cioè, tu sei lì che ti sbatti, lotti, sai di avere contro tutto il mondo e la potenza di fuoco dei social del ministro della paura. Però tiri avanti perché pensi di avere al tuo fianco almeno la tua gente, quelli che incontri sempre per strada, poi un giorno ti svegli e ti rendi conto di avere contro anche loro. Boh, non so, a me 'sta cosa dà una grande tristezza.

Ritmi ridotti

Scrivo poco, ultimamente, e leggo tanto. Questo è il motivo per cui, come forse avrete notato, le distanze temporali tra un post e l'alt...