martedì 28 febbraio 2017

Sacralità (di cosa?)

Alla fine, il nocciolo di tutta la questione è la mancata libertà di scegliere come e quando morire. Tutto qua. Tutto il resto è inutile chiacchiericcio e ozioso blaterare. Se io decido in piena coscienza che quella che sto vivendo non è più vita, perché mi deve venire impedito di porre fine alle mie sofferenze in modo dignitoso? Dice che la vita è sacra. Ma chi lo dice? La vita è quella cosa che ha fatto di Adinolfi ciò che è, giusto per fare un esempio, e già questo è sufficiente per smontare seduta stante l'assunto di una qualsiasi forma di sacralità di cui sarebbe rivestita la suddetta vita. Porto nocumento a qualcuno se prendo una decisione che riguarda esclusivamente me stesso? No. Quindi di cosa stiamo parlando? Di cosa stiamo discutendo?

domenica 26 febbraio 2017

Fabiano

Per avere uno straccio di legge sulle Unioni civili ci sono voluti venticinque anni. Cinque lustri perché vedesse la luce una legge zoppa e annacquata. Per il Testamento biologico non si prevede nulla di diverso, visto l'andazzo. Nel frattempo, chi voglia far valere il suo sacrosanto diritto di decidere da sé della sua vita e della sua morte deve continuare a rivolgersi a uno dei paesi più civili del nostro. E sono tanti.

Andrea

Il Gabibbo è morto qualche giorno fa, più o meno nell'indifferenza generale. In realtà si chiamava Andrea - il cognome non lo ricordo - Gabibbo era solo una specie di soprannome affibbiatogli dalla gente del paese, ed era un ragazzo disadattato, abbandonato dai genitori subito dopo la nascita, che ha trascorso i suoi trenta e rotti anni in una comunità protetta qui poco distante da casa mia. Era molto grasso, condizione maturata dal non avere probabilmente avuto nessuno che gli abbia insegnato le basi di una alimentazione decente. Alcuni lo ritenevano un po' svitato, altri no, semplicemente uno abbandonato a se stesso.
Lo vedevo spessissimo attendere l'autobus alla fermata di fronte a casa mia. A volte per andare su verso Montebello e a volte per andare giù verso Santarcangelo o forse Rimini. Sgranocchiava sempre qualcosa e con sé aveva sempre una borsa di plastica con chissà cosa dentro. A volte pure io gli davo uno strappo quando lo incontravo a Santarcangelo che faceva l'autostop. Era un rompipalle, certo, spesso invadente, un rompipalle invadente, ma di animo buono, dolce perfino, e quell'invadenza era solo generata dal quasi mai corrisposto desiderio di poter parlare con qualcuno, perché se non si ha mai nessuno con cui parlare si può pure morire. Dicono che sia morto di infarto, oppure diabete, vista la sua obesità, ma sono chiacchiere. Sui manifesti c'è scritto solo che se n'è andato. Forse è morto appunto perché non aveva mai nessuno con cui parlare.
Mi sei venuto in mente, Andrea, quando stamattina ho aperto la finestra e alla fermata del bus non c'era nessuno.

sabato 25 febbraio 2017

Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank

Non date retta agli stereotipi, ai luoghi comuni, agli inquadramenti a priori; se il mondo è messo come è messo, gran parte della responsabilità è di questa roba qua. Quando sentite nominare Stephen King, ad esempio, rifuggite la tentazione di dare credito al luogo comune che si tratti di uno scrittore che verga banali racconti horror. Non è così. Certo, si è cimentato anche con quelli, ma la maggior parte dell'immensa mole dei suoi scritti ha avuto come protagonisti quegli ingredienti capaci di far vibrare certe corde interiori. E King l'ha fatto riuscendovi come pochi altri.
Messi quindi da parte i pregiudizi, andate in libreria, o in biblioteca o dove volete voi, e cercate un libro chiamato Stagioni diverse. È una raccolta di racconti pubblicata nel 1989. Il primo di questi racconti si chiama Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank. Leggetelo tutto, sono poco più di cento pagine, una volta arrivati in fondo proverete, come è successo a me, un moto di commozione e di ammirazione per come King riesca a raccontare certe cose e a trascinare il lettore dentro la storia, e avrete demolito in un colpo solo tutti i luoghi comuni di cui sopra.

Sala d'aspetto

Gianni si rese conto di essere arrivato in stazione in anticipo. Il treno che lo avrebbe riportato a casa, infatti, sarebbe passato solo fra tre quarti d'ora. Si avvicinò all'edicola e chiese all'edicolante se fosse rimasto un quotidiano del giorno. L'edicolante non si scompose, non alzò neppure gli occhi, e continuando a leggere il suo libro rispose: "Tre copie di Corriere della Sera."
"Va bene, me dia una," e tirò fuori dalla tasca due monete da 50 centesimi. Gliele porse. L'edicolante le prese e allungò a Gianni il giornale che aveva chiesto. Fece tutto meccanicamente, senza sollevare lo sguardo dal suo libro, come se quell'azione l'avesse già fatta un milione di volte. Gianni pensò che sicuramente era così. Anzi, sicuramente l'aveva fatta anche più di un milione di volte. Prese il giornale e si avviò verso la sala d'aspetto, senza salutare l'edicolante, tanto era sicuro che comunque, anche se l'avesse fatto, quest'ultimo non avrebbe risposto.
La sala d'aspetto era piccola, vuota, non c'era nessuno. Le pareti erano colorate di bianco. O meglio, una volta erano colorate di bianco, e immaginò che l'ultima volta che erano state accarezzate da un pennello, probabilmente ci doveva essere ancora qualche velociraptor in circolazione. A regnare incontrastate erano le scritte fatte con gli spray. Si poteva leggere di tutto: dalle dichiarazioni d'amore agli insulti, più geroglifici vari assortiti. Gli angoli delle pareti erano pieni di umidità e muffa. File di sedie a incastro erano disposte a ridosso dei muri. Gianni preferì uscire e si sedette su una panchina, sotto la pensilina che sovrastava l'unico binario di quella piccola stazione.
Appoggiò accanto a sé la sua ventiquattrore e aprì il giornale appena comprato. A ogni pagina che sfogliava, buttava l'occhio all'orologio della stazione, come se questa azione avesse il potere di accelerare il tempo che ancora mancava all'arrivo del suo treno. Arrivò all'ultima pagina e fece per mettere via il giornale, ormai tutto spiegazzato. Fu un attimo. Si bloccò, alzò gli occhi e vide che sulla panchina di fronte alla sua, dall'altra parte del binario, c'era una donna. Ma da dove era arrivata? pensò Gianni. Da quanto tempo era lì? Come aveva fatto ad arrivare senza che lui se ne accorgesse? Forse era sempre stata lì e lui non ci aveva fatto caso? La donna se ne stava seduta sulla panchina, non aveva bagaglio. Gianni giudicò che dovesse avere una trentina d'anni, forse qualcosa di più. Aveva un vestito leggero, bianco, puntellato di fiori rossi e gialli. I biondi capelli, lisci, le cadevano sul volto, che teneva leggermente reclinato in avanti. Gianni la fissava insistentemente, era incuriosito, ammaliato da quella figura femminile che a lui sembrava così fuori posto, lì. La donna non si muoveva, e continuava a tenere il capo leggermente reclinato in avanti. Ogni tanto qualche leggero alito di vento le muoveva i capelli. Gianni rivolse lo sguardo all'orologio della stazione: tra dieci minuti sarebbe arrivato il suo treno. Come posso andarmene senza sapere chi è quella donna? pensò. All'improvviso, come se lei avesse potuto sentire quella domanda, che in realtà era solo nella mente di Gianni, alzò il viso e lo guardò. Gianni scostò immediatamente lo sguardo da lei, si sentì colto in flagrante, come un ladro che viene sorpreso in piena notte dal padrone di casa. Poi tornò a guardarla. Adesso lei sorrideva, mentre continuava a guardarlo. Poi si alzò, attraversò i binari camminando lentamente. Andò verso Gianni. Quando gli fu di fronte si scostò i capelli dal viso e gli disse: "Non siamo forse tutti soli nella vita?" Poi si incamminò verso la sala d'aspetto, e da lì verso l'uscita della piccola stazione. Gianni rimase interdetto a quelle parole. Era come se fosse in trance, o addormentato. Poi tornò in sé, si svegliò, come quando i prestigiatori risvegliano con uno schiocco di dita chi è sotto ipnosi. Si guardò intorno, la donna dal vestito a fiori non c'era più. Corse verso la sala d'aspetto: anche lì nessuno, solo le scritte sui muri fatte con gli spray.
Forse quella donna non c'era mai stata, forse era stata tutta un'invenzione della sua fantasia. Forse era sempre stato solo, lì, in quella stazione. In fondo "non siamo tutti soli nella vita?"
Tornò sotto la pensilina. Il suo treno era arrivato.

venerdì 24 febbraio 2017

Facciamo lo stato

Con l'ultimo aggiornamento, WhatsApp può essere utilizzato per fare stati, o storie, come già fanno Snapchat, Facebook, Instagram e altri. In pratica, se vogliamo far sapere a tutti i contatti in rubrica cosa stiamo facendo in un determinato istante della giornata, lo possiamo fare con una foto o un video che si autodistruggeranno dopo ventiquattr'ore. È la moda del momento, dicono, fare sapere tutto a tutti. Rimane sempre il dubbio di quanto possa fregare di ciò che facciamo ai nostri contatti in rubrica.

mercoledì 22 febbraio 2017

Obiezione di coscienza e Costituzione

La decisione dell'Asl del Lazio di inserire due medici non obiettori nel reparto ginecologico del San Camillo, ha dato la stura, com'era prevedibile, alle urla scomposte di quelli di Oltretevere, oltretutto senza che sia ben chiaro a che titolo, dal momento che si tratta di esponenti di un altro Stato che vengono a impicciarsi di faccende relative al nostro, ma tant'è. A dare inizio alle musiche è tale don Carmine Arice, il quale blatera che "Non si rispetta un diritto di natura costituzionale quale è l’obiezione di coscienza" (La Stampa, 22.2.2017). Non varrebbe neppure la pena replicare, a questo qui, basterebbe solo fargli presente che, sotto tutti i punti di vista (logico, morale, del diritto ecc.) viene sempre prima il rispetto della legge e dei diritti collettivi delle convinzioni personali, ma è noto che a quelli di Chiesa viene sempre l'orticaria non appena si sussurri di diritti collettivi.
Vale la pena di citare quanto si legge su zeroviolenza.it (22.2.2017) a tal proposito (il neretto è mio): 
"Riconoscere nell’obiezione un diritto della coscienza che può essere sempre rivendicato per sottrarsi agli obblighi imposti dalla legge, senza una specifica norma che ne definisca le modalità e i limiti, invero, varrebbe a legittimare il diritto indiscriminato all’inosservanza della legge – seppure di coscienza. Ciò non può essere accolto, né sul piano giuridico, perché l’ordinamento ha esigenza di essere effettivo al punto che arriva ad autorizzare l’obiezione proprio per venire incontro alle coscienze nella speranza di evitare il sabotaggio delle norme moralmente controverse; né sul piano politico, perché ciò sancirebbe una vittoria dell’individualismo sul principio solidarista, assolutamente sconfessata dall’art. 2 Cost. in quel mirabile disegno che individua nell’equilibrio tra diritti inviolabili e doveri inderogabili la possibilità di realizzare un progetto di  sviluppo pieno della persona, nella libera sintesi tra sociale e individuale."
Niente da aggiungere, mi pare.

Trono di spade

A dire la verità, io e Chiara abbiamo iniziato a guardare la saga con ben poche aspettative, del tipo cominciamo con la prima puntata della prima stagione e vediamo che impressione fa, poi si vedrà. E alla fine della prima puntata ci siamo trovati esattamente nel mezzo tra due intenzioni: quella di continuare e quella di mollarla lì. Alla fine siamo andati avanti, condizionati anche da una nostra amica di Cesena che, avendola vista tutta, ha insistito perché non mollassimo, con l'andare delle puntate saremmo arrivati poi al punto di non riuscire a staccarci. Siamo a quel punto, grosso modo a metà della quarta stagione. 
Per quei pochi che non sapessero di che si tratta, è una saga fantasy che ricorda per certi aspetti quella del leggendario Il signore degli anelli di Tolkien, anche se questa ha una molto più spiccata componente "grandguignolesca", se così si può dire, per non parlare delle numerose ed esplicite scene di nudo e sesso. Diciamo che più che una saga fantasy, è una saga horror/sexy/fantasy. E niente, adesso è impossibile fermarsi e si va avanti fino alla fine.

martedì 21 febbraio 2017

Un'ingiustizia lunga vent'anni

Ovviamente casi come questo sono rarissimi, per fortuna. Anzi, questo ha raggiunto gli onori della cronaca probabilmente a causa della sua triste unicità. Certo è che la giustizia di casa nostra, è risaputo, è lenta, da anni, da sempre, è una di quelle patologie croniche che non hanno cura, ma non perché non ci sia, semplicemente perché si vuole che non ci sia. Mi sarebbe piaciuto ascoltarla, quella giudice, mentre dall'alto del suo scranno si scusava col popolo italiano perché la bambina stuprata per la prima volta a sette anni, oggi, a ventisette, deve accettare il fatto che il suo stupratore è definitivamente libero per intervenuta prescrizione. Ripeto, è un caso eccezionale, ma tenetelo a mente quando sentite qualcuno che racconta che le priorità del nostro paese sono un ponte su uno stretto o fesserie simili.

lunedì 20 febbraio 2017

Ma a chi interessa?

Ma a chi mai può interessare 'sta benedetta scissione, che prima si fa, poi sembra rientrare, poi si fa di nuovo, poi chissà? Interessa forse a chi torna a casa dopo l'ennesima giornata passata a cercare un lavoro? (Un esempio tra i diecimila relativi a vita reale che si potrebbero fare.)
No, seriamente, a chi cazzo mai può interessare questo grottesco e patetico balletto, messo in campo da personaggi di infimo lignaggio unicamente con lo scopo di preservare posizioni di rendita tutte personali?

Come fa?

Per curiosità li ho voluti contare. Sono cinquantaquattro. Nella mia libreria, di là nella sala, ci sono cinquantaquattro libri di Stephen King, e non sono neppure tutti quelli che ha scritto. Mi mancano infatti alcuni della saga de La torre nera e alcuni di quelli scritti con lo psuedonimo Richard Bachman, e mi mancano anche quelli pubblicati solo in e-book. Così, a naso, ipotizzando un numero per difetto, posso quantificare in sessanta i libri che il grande scrittore americano ha sfornato dal '74 in qua, anno in cui uscì Carrie, il suo primo romanzo, e sto parlando di un autore ancora in attività. Aggiungo che non si tratta di librettini di cento o duecento pagine, no, sono libri che nella stragrande maggioranza superano tranquillamente le cinquecento/seicento pagine. 
Come fa?
(Ho controllato adesso su Wikipedia: tra romanzi e antologie di racconti ha pubblicato finora più di ottanta opere. Di nuovo: come fa?)

sabato 18 febbraio 2017

Baggio

Pure chi scrive, che di calcio non ci capisce niente né lo ha mai interessato, conosce Roberto Baggio, perché nel ventennio in cui ha giocato era impossibile anche per chi era totalmente a digiuno di calcio non sentire parlare di lui. Poi, certo, oggi come allora i giudizi sulle sue capacità di infilatore di palloni in rete erano, e sono, le più disparate, e grosso modo vanno da chi l'ha sempre considerato una mezza sòla a chi l'ha sempre considerato addirittura più grande di Pelè e Maradona. Chi scrive non si schiera né da una parte né dall'altra, non essendosi appunto mai interessato di calcio, e tuttavia non è così superficiale da non essersi accorto che dal lato umano è forse stato più "serio" di tanti altri ex campioni. Qui, l'aggettivo serio è da intendersi nel senso di apprezzamento, più che dell'attività calcistica, della gestione della vita da parte del calciatore una volta chiuso il sipario sul rutilante mondo del calcio. 
Una buona parte di quelli che appendono le scarpe al chiodo, infatti, incapaci evidentemente di rinunciare a una vita fatta di visibilità mediatica fatta di stadi pieni, applausi e titoli sui giornali, cercano di perpetuare la propria immagine trasformandosi in fenomeni da baraccone su qualche isola dei famosi, oppure come tristi comparse negli altrettanto tristi pomeriggi televisivi della domenica, oppure ancora inventandosi il ruolo di commentatori sportivi ammazza-congiuntivi, per arrivare ai casi più patetici e grotteschi di chi fa a gara per essere immortalato su rotocalchi di infima categoria mentre sverna su qualche isola della Polinesia con la bellona di turno, bellona che ovviamente cambia con la stessa frequenza con cui Lady Gaga cambia le scarpe.
Roberto Baggio, il famoso Divin Codino, una volta chiuso col calcio si è invece ritirato a vita privata, senza concedere più niente a nessuno. Una vita schiva: non una comparsata in tv, non una dichiarazione, un'intervista, niente di niente, tanto che molti in tutto questo tempo si sono sicuramente chiesti cos'abbia fatto in questi anni. Fino ad oggi, giorno del suo mezzo secolo di vita, trascorso tra i terremotati di Amatrice. E qui non so, boh, la perplessità si fa strada poco a poco come quelle nebbioline che avanzano lentamente in certe mattine di certi autunni su certi campi. Per carità, l'avrà sicuramente fatto con la migliore delle intenzioni, senza secondi fini - d'altra parte quali secondi fini potrebbe mai avere? - ma quell'impressione, pure se lontana, pure se piccola, pure a tratti appena percettibile e appena intelligibile, insomma quell'impressione di perplessità si prova. Sarà probabilmente perché chi, come lo scrivente, comincia a essere relativamente in là con l'età, ha ormai raggiunto un livello piuttosto elevato di "incarognimento", generatosi in tutti gli anni in cui risme di squallidissimi personaggi hanno marciato su ogni tragedia d'Italia guidati solo dal lume dello sciacallaggio mediatico-politico - l'ultimo caso noto è quello del tipo che alla sera, dopo il pellegrinaggio strumentale tra la sofferenza e il dolore, si è presentato in uno studio televisivo con un paio di doposci ai piedi. Ecco perché, probabilmente, si vedono certe azioni, magari animate dalle migliori intenzioni, sotto la luce della perplessità. 
Un giorno, chissà, agli squallidi personaggi di cui sopra magari chiederemo conto anche di questo.

venerdì 17 febbraio 2017

L'agonia (del PD)

Ciò che sta succedendo al Partito Democratico (ancora mi stupisce questa denominazione, specie dopo che per due anni il ducetto di Rignano ne ha fatto praticamente una cosa sua) credo si possa definire, senza tema di confutazione, agonia. L'agonia del moribondo con le ore contate e l'accanimento terapeutico ormai inutile. Un partito che non è più né carne né pesce, se mai sia stato qualcuna delle due pietanze; un partito-spezzatino dilaniato da tremila correnti capeggiate da altrettanti poco raccomandabili figuri, che ricordano quegli animali poco simpatici che in certi documentari li vedi sgomitare sulla preda ormai morta per accaparrarsi brandelli della carogna. Ci sarà 'sta benedetta scissione? Non ci sarà? E in caso si riesca in qualche modo a ricomporre l'apparentemente insanabile frattura, quanto durerà la tregua prima della successiva ribalderia perpetrata da una delle due parti a danno dell'altra?
Niente, meglio aspettare che qualcuno stacchi la spina definitivamente e interrompa così il mesto e straziante spettacolo dell'agonia.

giovedì 16 febbraio 2017

Lavagna

La tragedia di Lavagna dovrebbe essere commentata solo col silenzio, nient'altro, e invece tutti a dire la loro preziosissima e importantissima opinione, ché l'umanità mica va avanti sennò. Che poi, alla fine, non ci sarebbe forse neppure niente di male, anche se rimango convinto che un salutare silenzio sia la cosa migliore. Ciò che irrita sono in realtà i giudizi, più che le opinioni. Nessuno ha titolo per dire se quella povera madre abbia fatto bene oppure abbia sbagliato, tutt'al più si potrebbe azzardare a dire cosa si sarebbe fatto in caso ci si fosse trovati dentro a una situazione come quella. Se invece non ci si trova, o non ci si è mai trovati, non si dovrebbe neppure esprimere un'opinione su un ipotetico agire personale, perché anche se si pensa che in una data situazione si possa avere un certo tipo di reazione, è matematico che una eventuale prova dei fatti smentirebbe la previsione della suddetta reazione.
E allora silenzio. Quello della decenza e del rispetto, due antichi cimeli ormai confinati nel dimenticatoio.

E

Capita ancora che m'imbatta in discussioni grammaticali che non dovrebbero neppure esistere. Se poi la tipa la mena affermando, con una sicumera degna di miglior causa, che, caschi il mondo, virgola ed e non possono stare insieme, o si mette l'una o si mette l'altra, perché la sua insegnante delle elementari - presumo si parli del Pleistocene inferiore o giù di lì - era categorica su questo, allora davvero avrei dovuto mollarla subito. E invece mi sono lasciato trascinare, cavolo. 
Intendiamoci, è vero, pure la signora Silvana delle mie elementari in presenza di una virgola e una e schiaffava vistosi segnacci rossi, ma si parla appunto di quarant'anni fa. La lingua non è una roba statica, granitica, immodificabile, ma cambia, evolve, si modifica, come tutto del resto, e oggi (ho appena messo la e dopo la virgola, sta così male?) è quasi la regola accoppiare la congiunzione per eccellenza col segno di interpunzione, del resto basta prendere in mano un qualsiasi libro per rendersene conto - evidentemente la tipa non ne legge molti. Pure quei duri e puri dei cruschiani non lo classificano più come errore, quindi di che stiamo a parlare?
Niente, quella là dovevo mollarla subito, dài.

martedì 14 febbraio 2017

Come può un prete causare tanto male?

Al lume della logica credo dovrebbero essere le persone normali a rivolgere la domanda qui sopra al papa, invece che il papa stesso a... boh, non si sa bene chi. Invece è appunto il papa che la mette sul tavolo, e lo fa con una enfasi e un'impressione di contrizione e dolore che quasi commuovono. Una commozione che per poco non fa dimenticare la riabilitazione di don Mauro Inzoli da parte appunto di Bergoglio. Per chi si fosse perso qualche passaggio, don Inzoli è un parroco lombardo, un pezzo grosso di CL, condannato nel giugno scorso a quattro e rotti anni di galera per abusi certificati su almeno cinque minori, in un periodo che va dal 2004 al 2008. Quando scoppiò lo scandalo, l'allora papa Ratzinger gli comminò la pena della sospensione a divinis, ossia l'interdizione dall'esercitare il mestiere di prete, per farla breve. Poi arriva Francesco che, nel 2014, non si sa bene perché, gli ridà lo status sacerdotale
Come possa un prete causare tanto male, quindi, non è dato di saperlo. Però una riabilitazione non si nega mai a nessuno, via.

domenica 12 febbraio 2017

Il telefono fisso nell'Inghilterra degli anni '60

Quando leggo libri ambientati in un determinato periodo storico, mi viene sempre da pensare alle differenze tra il periodo preso in questione nel libro e il nostro, in particolar modo per quanto riguarda la socialità e la comunicazione. Il giallo Indagine a ritroso, di D. M. Devine, ad esempio, che sto leggendo in questi giorni, è ambientato nell'Inghilterra degli anni '60. In quel periodo non c'erano naturalmente i cellulari, non solo in Inghilterra ma anche da noi, men che meno gli smartphone, c'era appena il telefono fisso nelle case, e neppure in tutte. Quando ad esempio si andava in giro in macchina si era quindi isolati, e se la quattroruote si fermava per un guasto l'unico modo per non proseguire a piedi era quello di rintracciare una cabina telefonica, così come si era isolati quando si andava in giro a piedi; la sera si rientrava a casa e se non si aveva un compagno o una famiglia magari si guardava la televisione, oppure si leggeva un libro, e se si aveva voglia di fare due chiacchiere con qualcuno si alzava il telefono e si chiamava l'interessato. Bella differenza con la perenne connessione di tutti con tutti di adesso, perfino con persone che non si conoscono, virtuali, di cui non si sa niente. Una differenza abissale, che mi ricorda i tempi in cui ero bambino io, gli anni '70, anni in cui la cerchia di amici era quella della scuola e della parrocchia, e il passaparola per comunicare uno all'altro che il giorno dopo la scuola sarebbe stata chiusa per neve, giusto per fare un esempio, si faceva attraverso una catena di telefonate col telefono di casa: Tizio avvisava Caio, Caio avvisava Sempronio e così via. Adesso basta un messaggio sul gruppo Whatsapp della classe e tutti sanno tutto all'istante.
Meglio adesso o meglio allora? Meglio adesso, ovvio, ma si tratta di un meglio relativo, non definitivo, nel senso che è basato sul confronto tra una situazione precedente e quella attuale. Ma quella attuale non è statica, e non è detto che sia quella definitiva, che oltre non ci sia niente, anzi è sicuro che non sarà così. Tra dieci o quindici anni si svilupperà una tecnologia di comunicazione che farà sembrare obsoleto il messaggio collettivo su Whatsapp, e forse si guarderà a quest'ultimo con lo stesso dolce ricordo con cui oggi si ripensa al giro di chiamate dal telefono fisso. Quindi oggi è meglio di allora, e ci sembra il migliore dei mondi possibili, ma anche allora era meglio di quando non esisteva neppure il telefono fisso, e quell'allora ci sembrava il migliore dei mondi possibile.
E niente, torno al mio giallo, va'.

sabato 11 febbraio 2017

Salvini, Meloni e le foibe

Ci sarebbe da spiegare a Salvini e alla Meloni, che da giorni la menano con 'ste foibe, e che loro vanno a Basovizza, e perché Mattarella non viene e gnegnegne, che gli episodi tragici dei massacri delle foibe in particolare, e gli avvenimenti che ruotano attorno al cosiddetto confine orientale in generale, riguardano un periodo storico lungo, articolato e complesso, che addirittura affonda le sue radici nella disputa secolare tra popolazioni italiane e slave riguardo al possesso di quelle terre. Ridurre tutto questo a un singolo episodio storico, per quanto tragico, e strumentalizzarlo per bassi fini politici, è tipico di chi è ignorante e di storia sa poco o niente. E oltretutto è pure piuttosto squallido.

venerdì 10 febbraio 2017

Libero

A me provoca sempre un senso di leggera ilarità la puntuale ondata di indignazione che regolarmente segue certe prime pagine di Libero, tipo quella di stamattina sulla Raggi e la patata bollente. È così difficile capire che la suddetta ondata di indignazione collettiva è esattamente lo scopo che si prefigge chi fa quei titoli? Vi siete indignati in massa? Bene, avete fatto il gioco di Libero, e come se non bastasse pure Repubblica ha ripubblicato in cima all'home page quella cialtronata. Complimenti: Feltri ringrazia tutti per avergli regalato tanta pubblicità e probabilmente ha già pronto il titolo per fare indignare tutti anche domani, tanto sa già che saremo di nuovo ancora tutti lì a permettergli di continuare.

giovedì 9 febbraio 2017

L'intelligenza di Federico Braschi

Federico Braschi è stato eliminato subito da quella specie di circo dell'inutile che è Sanremo. La sua eliminazione ha suscitato l'immediato commento idiota, l'ennesimo, dell'idiota per eccellenza che bazzica per il web. Federico ha dimostrato fin da subito l'intelligenza che è propria di ogni artista, di ogni persona che faccia uso dei propri talenti e della propria sensibilità per creare arte, sia essa musica, poesia o quello che ognuno associa a questo sostantivo. E l'ha fatto evitando di ribattere a Salvini e di infilarsi in un improduttivo battibecco, ma invitandolo semplicemente ad ascoltare il brano, un brano che parla di immigrazione e che per questo ha suscitato gli strali del piccolo uomo con la felpa. Braschi è stato intelligentissimo, ha dato l'illuminato esempio del modo migliore per combattere quelli come Salvini: ignorarli. Perché questa gente qui se la ignori muore, è finita. E Braschi, ignorandolo, ha dimostrato la infinita superiorità che è propria dell'artista vero rispetto a chi intende l'arte al massimo come una gara di rutti a un raduno della lega. I commenti beffardi di Salvini per l'eliminazione di Braschi credo siano la migliore vittoria che il cantautore santarcangiolese potesse portare a casa.

mercoledì 8 febbraio 2017

Il golf e il DL salvabanche

Quindi, alla fine, c'è voluto Pietro Grasso per stralciare dal DL salvabanche l'emendamento del Pd che elargiva 97 milioni di euro per una competizione di golf prevista nel 2022, dico bene? (A proposito, che c'azzecca il golf con le banche? Mah!) E pare non sia passato neppure l'emendamento che prevedeva che la banca d'Italia rendesse pubblici i nomi di chi non ha onorato i debiti contratti con le banche salvate dallo Stato. Tra l'altro non si capisce il motivo. Se per salvare un istituto bancario si usano soldi pubblici, cioè di tutti, non è giusto che a quei tutti venga almeno riconosciuto il diritto di sapere i nomi dei grandi tromboni che hanno contribuito a generare il dissesto di quegli istituti? A me pare il minimo sindacale della decenza. Evidentemente per lorsignori non è così.

L'avversario



L'avversario è un romanzo-verità, ossia il racconto in forma romanzata (in questo caso neppure più di tanto) di un fatto realmente accaduto. Il romanzo in questione, vergato dallo scrittore francese Emmanuel Carrère e pubblicato per la prima volta in Italia nel 2013, racconta le vicende di Jean-Claude Romand, il finto medico francese che nel 1993 sterminò moglie, figli e genitori (tentò, senza successo, di uccidere anche l'amante) nel momento in cui le sue ventennali bugie con cui aveva ingannato tutti (per due decenni era riuscito a fare credere di essere un ricercatore con un impiego di prestigio presso la sede di Ginevra dell'Organizzazione mondiale della sanità) stavano inesorabilmente per venire a galla. Dopo aver sterminato la famiglia ingurgitò elevatissime dosi di barbiturici e dette fuoco alla sua casa, con l'intento di porre fine anche alla propria esistenza. Il tempestivo intervento dei Vigili del Fuoco gli salvò invece la vita; fu processato e nel 1996 condannato all'ergastolo. Nel 2015 i suoi avvocati hanno avanzato richiesta di fargli ottenere brevi permessi di uscita, così come previsto dalle leggi francesi. 
È un romanzo che a tratti lascia impietriti, a tratti spaventa, soprattutto quando, leggendolo, ci si rende conto della straordinaria capacità di dissimulazione che può avere la natura umana, capacità che porta a pensare che un folle criminale potrebbe essere tranquillamente nascosto anche sotto le sembianze di innocue e gioviali persone che magari conosciamo.

lunedì 6 febbraio 2017

Muri poco visibili

Gentiloni ha stretto un accordo con le autorità libiche. L'accordo - l'ennesimo - prevede che l'Italia fornisca alla Libia supporti finanziario e tecnico tramite i quali migliorare le condizioni dei campi di concentr... cioè, volevo dire dei centri di accoglienza in territorio libico, sperando così che il flusso migratorio attraverso il Mediterraneo si fermi. Anche qua abbiamo il nostro piccolo Trump che costruisce muri. Che non sono di pietra, come vuol fare Donald di là, ma sono fatti di carta, di firme, di accordi. 
Dànno meno nell'occhio.

domenica 5 febbraio 2017

Gli studenti scrivono male

Scrivere bene è difficile. Se poi la passione per la scrittura (e soprattutto per la lettura) non si acquisisce fin dalla tenera età, non se ne esce. I seicento docenti che hanno lanciato il tardivo allarme riguardo all'esercito di studenti universitari con un livello di conoscenza di grammatica e sintassi da terza elementare, hanno ragione di allarmarsi. E qui lo si può testimoniare direttamente, dal momento che le due figlie dello scrivente frequentano entrambe l'università. Scrivente che naturalmente si guarda bene dall'affermare che la propria prole non sappia scrivere - meglio pararsi un po' il posteriore in caso l'una o l'altra passino di qua - ma che comunque nota in essa, a volte, una certa indecisione grammaticale e sintattica, specie in fase di stesura di testi destinati all'attenzione di qualche docente universitario, testi per questo motivo sottoposti preventivamente all'analisi del babbo con annessa richiesta di suggerimenti e/o correzioni. 
Giusto per sicurezza, sapete.

Onore al gladiatore

Sembra ci sia un bisogno generalizzato di vendetta. Viviamo in un periodo storico in cui pare aver rotto gli argini il desiderio imperioso di tornare al vecchio occhio per occhio, dente per dente. O forse questo anelito alla giustizia fai da te c'è sempre stato e non ce ne siamo mai accorti, tutti impegnati come siamo a cullarci nella falsa illusione che appartenga da tempo a un passato lontano, ché noi nel frattempo abbiamo imparato a essere civili, a credere nello stato di diritto, a ritenere moralmente giusta la giustizia anziché la vendetta. E invece non è così, o almeno non sembra che sia così; probabilmente questa pulsione primigenia a sopperire col brutale istinto animale, come è successo a Vasto, alla carenza e alle lacune della giustizia ufficiale era solo nascosta sotto il pelo dell'acqua, pronta a riemergere alla prima occasione. Vasto è solo l'ultima dimostrazione in ordine di tempo che testimonia come quegli argini siano ormai definitivamente rotti, e il riferimento non è limitato al singolo fatto in sé, ma alla generale ondata di solidarietà e apprezzamento circa l'operato di colui che è già stato elevato al rango di eroe.
Il cerchio formato da quelli che si oppongono e rifiutano questa visione e questa lettura della realtà è purtroppo sempre più piccolo. E non è escluso che sia destinato prima o poi a non esserci più.

venerdì 3 febbraio 2017

Blocchiamo i siti porno?

L'uscita di Adinolfi in cui dice che in caso il Popolo della famiglia andasse al governo il primo provvedimento sarebbe quello di rendere inaccessibili dall'Italia i siti porno, non meriterebbe neppure una replica, tutt'al più una sonora pernacchia. Che poi, tecnicamente, come intenderebbe procedere? A livello di DNS? Obbligando chiunque sia in possesso di un pc a installare un parental control? O cosa? Lo sa Adinolfi che un proxy web con cui bypassare eventuali restrizioni locali lo sa usare anche un quindicenne? No, non lo sa. Non sa niente, tanto meno di informatica. Torni a parlare di famiglia naturale, va'.

giovedì 2 febbraio 2017

50 libri

Andando probabilmente un po' controcorrente, non credo ci sia niente di eccezionale nell'impresa compiuta da Andrea Giarmanà, e cioè leggere 50 libri in un anno (io comunque l'ho battuto di nove, ammesso che un tale tipo di gara abbia un senso). L'impressione di eccezionalità si ha perché è ormai noto che l'Italia è uno dei paesi al mondo in cui si legge meno, come evidenziato ormai da ogni rilevazione; leggere è ormai considerata una roba da marziani, e quindi quando arriva uno che ne fa fuori 50, ecco che sembra un eroe. In più c'è da aggiungere che la lettura è una passione, come lo è, che ne so?, suonare la chitarra, dipingere, scrivere, giocare a calcio, e tutto quello che volete voi, e quando uno ha dentro di sé il sacro fuoco di una passione utilizza ogni momento libero della giornata per goderne. Se l'appassionato di libri fa uso di ogni momento libero della giornata per prenderne in mano uno, ecco che a fine anno si ritrova con un elevato numero di libri letti, così come l'appassionato di chitarra che prenda in mano il suo amato strumento in ogni momento libero: in un anno gli avrà dedicato un numero di ore molto elevato, e probabilmente senza nemmeno accorgersene.
È che spesso siamo abituati a considerare eccezionale ciò che in altri posti è normale. O quasi.

mercoledì 1 febbraio 2017

L'inglese

Ogni tanto mi viene in mente la frase "...e il giorno della fine non ti servirà l'inglese...", contenuta in una vecchissima canzone di Franco Battiato (credo sia Il re del mondo, 1979 o giù di lì). Una frase banalissima dal significato altrettanto banale: quando ci sarà la fine del mondo conterà poco che si sappia o meno la lingua per eccellenza conosciuta in tutto il mondo. Si tratta naturalmente di una metafora con la quale Battiato voleva un po' ironizzare su quanti si dannano durante la vita per raggiungere il massimo in ogni campo per poi accorgersi che, magari, tutto quell'affannarsi non valeva la pena, oppure non serviva a niente. Sicuramente si tratta di fatica sprecata per la "gente che si frantuma in un fiato senza capire, senza soffrire" di cui parla Guccini nella bellissima Signora Bovary. 
Certo, non è che nella vita si possa stare tutto il tempo in panciolle a grattarsi perché tanto alla fine tocca comunque passare di là, anche se chi scrive ammette tranquillamente che la prospettiva ha un suo fascino intrinseco, però, insomma, potendo...

Quella tentazione latente

Avevo già messo in pratica qualche tempo fa l'azione di disattivare il mio account fb. Sono stato alcuni mesi senza poi l'ho riattivato, ma ci bazzico ormai pochissimo, a volte sto interi giorni senza aprirlo per niente, e le poche volte che ci torno lo faccio solo per ripubblicare là ciò che scrivo qui, senza aggiungere alcun altro tipo di interazione. Credo che la prossima volta che ci metterò mano sarà per una cancellazione definitiva dell'account. Facevo queste riflessioni mentre leggevo il post in cui Federica Sgaggio spiega i motivi della sua ultima disattivazione dell'account, motivi a mio parere più che condivisibili a cui aggiungo la constatazione che fb rappresenta una delle più grosse perdite di tempo che siano mai state inventate, perché ruba tempo ai libri, alla riflessione, alle capacità e possibilità di poter scrivere post articolati e permeati da un minimo di ragionamento, di riflessione. È un mondo in cui sostanzialmente non mi riconosco più, che irrita, velocizza, banalizza, semplifica in maniera aberrante la complessità. E a me la complessità piace.