domenica 27 marzo 2016

Trivelle e astensione (e balle)

Già fa parecchio storcere il naso, o almeno dovrebbe farlo, il fatto che un capo di Governo bolli come inutile un referendum, a prescindere dalla sua natura e dal suo oggetto. Lo storcimento di naso si dovrebbe poi trasformare in irritazione quando si sapesse, e si sa, che a spingere per il fallimento è il segretario di un partito nel cui nome c'è l'aggettivo democratico. Ma queste sono elucubrazioni che in genere nascono spontanee solo in chiunque abbia una qualche propensione, più o meno innata, a far collidere almeno un paio di neuroni, unita all'altrettanto basilare propensione a non farsi prendere per il culo dall'imbonitore di turno, quindi è roba per pochi, insomma.
Tornando alla faccenda del referendum sulle trivelle, nulla qui si obietta sulla posizione di Renzi, che, come quella di tutti, è più che legittima, qui si obietta semmai sulle modalità con cui questa posizione viene data in pasto al pubblico. Se si è infatti un presidente del Consiglio degno di questo nome, e Renzi ovviamente non lo è mai stato, come del resto molti di quelli che l'hanno preceduto, non si va in tv a dire che un referendum è inutile e va fatto fallire con l'astensione, ma si va in televisione, si esprime la propria posizione argomentandone i motivi e si invitano poi gli aventi diritto ad andare a votare, magari in quella direzione. E non è di nessun rilievo l'argomentazione speciosa che pure altri premier di centrosinistra, in passato, hanno agito allo stesso modo su altre questioni referendarie. In primo luogo perché il fatto che in passato si siano tenuti comportamenti degni di biasimo su questi temi dovrebbe rappresentare uno sprone a non ripeterli; in secondo luogo perché, come da due anni Renzi va twittando per tutto il globo terracqueo, questo è il governo del #cambiaverso, se non erro - a meno che non si tratti di un #cambiaverso a targhe alterne.
Un'ultima nota sulla faccenda del mancato accorpamento con le amministrative, che il Pd si rifiuta di concedere e che farebbe risparmiare qualche centinaia di migliaia di euro di soldi pubblici. Non si può fare, dice sempre il solito noto, argomentando capziosamente che "lo prevede la legge italiana, non perché lo abbiamo scelto noi." Ovviamente sono tutte balle. Accorpamenti tra referendum ed elezioni si sono già svolti altre volte, in passato, e c'è pure una legge che li disciplina. Di leggi che li vietino non c'è notizia, almeno nel mondo reale. Poi, ovvio, in quello del paese delle meraviglie (e delle balle) tutto è possibile.

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